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Them. Mi ricorda qualcosa. Nati come tribute band di King Diamond, nel 2014 prendono la decisione di suonare musica originale, trasformandosi però in cloni del re diamante. Dopo l’album di debutto, che ha attirato le prime attenzioni attorno alla band, finalmente dal successivo hanno deciso di seguire la loro strada, abbandonando il falsetto e quant’altro e diventando un gruppo classicamente heavy metal.
Escono ora con il loro quinto disco, Psychedelic Enigma, un concept album dalle forti tinte power con dei richiami addirittura thrash.
Direi molto inusuale questa “durezza” per il gruppo in questione. Un incattivimento inaspettato che ha, però, colto nel segno. Metà componenti sono tedeschi e metà statunitensi, e questo è un connubio che porta sicuramente un mucchio di influenze diverse a giocare il proprio ruolo all’interno della loro offerta.
La drammaticità narrativa si riflette anche nelle composizioni musicali. E se personalmente trovo i primi due lavori veramente mediocri (il primo posso dire scarso), i successivi hanno visto un netto miglioramento che, seppur non inventando nulla, hanno dato brillantezza e identità alle loro idee. Una voglia di crescere che premia il sestetto e che regala loro la meritata considerazione.
La copertina, sia con lo stile che con i colori, ricorda molto quelle dell’artista danese a loro caro. Una bella cover che valorizza e rende ancora più appetibile il loro prodotto.
L’approccio vocale di KK Fossor è molto narrativo e teatrale, non imita più nessuno, e il suo stile personale si sposa alla perfezione con le trame musicali e testuali delle canzoni. Molto interpretativo e molto partecipe, riesce a coinvolgere anche quell’ascoltatore che non è prettamente interessato alla storia. Da come aveva iniziato la carriera, direi che di strada ne ha fatta. Complimenti mister Fossor.
L’approccio concettuale del disco mantiene la tradizione dei precedenti lavori, collegando i testi all’ultimo disco per poi sviluppare una storia completamente nuova.
La breve intro di “Ad Rem” ci introduce a “Catatonia”, al risveglio dopo diciassette lunghi anni di… Da qui comincia il film, ops, il disco e, lasciando da parte la storia che non svelerò, le chitarre muscolose e affilate dei due Markus sprigionano l’aggressività nascosta del gruppo che, ed era anche ora, finalmente ha deciso di far sfogare.
“An Evil Deed” tocca punte di thrash nelle parti più dure e il tocco di Randy Burns (quanti ricordi) alla produzione si fa sentire.
“Remember To Die” è puro speed, il pezzo più brutale da loro mai presentato. Perfettamente sincronizzato con il momento narrativo, è energicamente rafforzato dalla ritmica di Alexander e David, che si trovano a costruire un tessuto robusto di basso e batteria.
Heavy più classico con “The Scarlett Remains”. Riff cupi, sporchi e richiami al metal anni ottanta più oscuro.
Le tastiere di Richie accompagnano le varie fasi con la drammaticità e l’epicità richiesta, soprattutto nelle ultime due canzoni, quando l’atmosfera inizia a prendere una piega angosciante e allo stesso tempo avvincente.
“Delirium” è la chiusura del cerchio, con la voce narrante che spiega come… no, meglio che lo scopriate da soli. Ci sarebbero dei finali cinematografici da paragonare a questo, ma se li nominassi, rovinerei tutto l’appeal. Quindi, come disse qualcuno, un bel tacere eccetera eccetera.
Un buon risultato. Un album duro e ben riuscito comunque al di sopra, anche se di poco, del precedente in termini di qualità. E questo costante miglioramento mi fa venire l’acquolina per quella che sarà la prossima uscita dei Them.
Anche la storia è avvincente e l’arco narrativo si sviluppa bene fino al gran finale, che regala un sussulto horror in stile sempre King, ma questa volta non Diamond, ma Stephen!



