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Milano non dorme mai, specialmente quando l’Alcatraz apre le porte a sonorità che sfidano ogni logica commerciale. Un’altra passeggiata milanese ci porta dritti nel cuore del Baroquecore, per una serata che prometteva scintille già sulla carta. In scena un trittico di band: l’imprevedibilità di Igorrr, accompagnato dal post-metal epico dei Dvne e dall’energia grezza dei Thoughtcrimes.
Quando non conosci mezza nota delle band di apertura, la curiosità è la tua migliore compagna di viaggio: scoprire qualcosa di nuovo è la linfa vitale di chi ama la musica dal vivo.
ThoughtCrimes:
Ad aprire le danze ci pensano i ThoughtCrimes, formazione di Long Island che porta con sé un pedigree di tutto rispetto: alla batteria siede infatti Billy Rymer, leggendario motore ritmico dei The Dillinger Escape Plan.
Il palco scelto stasera è quello piccolo, e si vede. I ragazzi soffrono un po’ lo spazio ridotto, quasi “assediati” dalla mole di strumentazione degli headliner che incombe alle loro spalle. Nonostante il poco margine di movimento, salgono on stage carichi a molla presentando “The Violet Garden”. Il loro sound affonda le radici in un Hardcore/Metalcore tecnico, sporcato da marcate dissonanze nei riff.
Tuttavia, l’impatto iniziale ha lasciato qualche punto interrogativo.
Sebbene la tecnica sia sopraffina, il frontman è parso decisamente sottotono, forse non in una delle sue serate migliori. Il set è proseguito con “Soapbox Sermon” e “Keyhole Romance”, dove purtroppo i suoni hanno un po’ sovrastato una voce poco precisa negli scream. Ma il bello del live è l’attitudine: la band sa stare sul palco e il pubblico ha risposto con calore, specialmente durante l’ottima “Lunar Waves”‘. Si congedano con “Rose Bather” tra gli applausi, portando a casa una performance onesta nonostante le sbavature.
Dvne:
Giusto il tempo di un cambio palco ed ecco i Dvne. La band di Edimburgo è una di quelle realtà che, una volta scoperte, non lasci più. Il nome è un chiaro omaggio al capolavoro sci-fi di Frank Herbert, e le atmosfere che creano sono altrettanto epiche. Propongono un sound post-metal contaminato da elementi progressive di rara bellezza.
Mentre l’Alcatraz inizia a riempirsi, i Dvne aprono con “Sì-XIV”, trascinando i presenti in un vortice di suoni pesanti e atmosfere quasi surreali. Pur non conoscendoli, l’impressione è stata eccezionale. Se la critica li accosta a giganti come Opeth o Alcest, io ci ho visto una gestione dei tempi e delle dinamiche che guarda molto ai Tool.
I pezzi proposti tra cui “Eleonora”, “Abode Of The Perfect Soul” e la monumentale chiusura con “Cobalt Sun Necropolis”, sono lunghi e articolati, ma mai noiosi. I riff si incastrano in strutture complesse che hanno letteralmente stregato sia il sottoscritto che il resto della sala.
Igorrr:
E poi arriva il momento dell’architetto del caos. Per chi non lo sapesse, Igorrr è il progetto di Gautier Serre, un polistrumentista francese capace di fondere Black Metal, musica barocca, Breakcore e Trip Hop. Un mix che sulla carta sembra un disastro e che invece, nelle sue mani, diventa pura genialità. Il suo obiettivo? Abbattere ogni limite, unendo clavicembali e strutture alla Bach con growl estremi e ritmiche folli.
Le luci si abbassano e l’intro irruente di Daemoni accompagna l’ingresso di Serre ai sampler. Subito dopo appare JB Le Bail: un demone oscuro che con uno screaming feroce infiamma immediatamente la platea. Sembrerebbe un classico set black metal, se non fosse che improvvisamente Le Bail sparisce per lasciare spazio a una figura angelica, vestita di bianco e scalza. È il mezzosoprano Marthe Alexandre.
La sua voce lirica si integra perfettamente nel caos sonoro creato da Serre, creando una dimensione teatrale pazzesca. Se è difficile far convivere generi così distanti su disco, farlo dal vivo rasenta il miracolo. Un plauso va a tutta la formazione: Remì Serafino alla batteria e Martyn Clement alla chitarra sono precisi come orologi svizzeri, nonostante la complessità dei tempi.
Il pubblico è rimasto letteralmente ostaggio della performance. Sul palco accade sempre qualcosa: è una rappresentazione eterna tra il bene e il male, dove le linee celestiali di Marthe e le urla demoniache di Le Bail si rincorrono per diciotto pezzi. Non ha senso citare i singoli titoli; il set di Igorrr è un’opera unica, un capolavoro estremo che va vissuto tutto d’un fiato, senza interruzioni.
Alla fine, la band si congeda con un inchino collettivo, lasciandoci felici, frastornati e consapevoli di aver visto qualcosa di veramente originale. Raccontarlo non basta: bisogna esserci.
Grazie alla nostra posizione “sotto palco” vicino ai mixer, siamo riusciti a scambiare due battute con Remì, che si è dimostrato gentilissimo concedendoci qualche foto e regalandoci le sue bacchette. E come ciliegina sulla torta, Serre ci ha omaggiato del suo plettro e Martyn di un ultimo scatto. Che dire… una serata monumentale!




















