Pillole d’Acciaio #02-2026

Tracce:

Civil Daze – Once In A Blue Moon

Built-In Obsolescence – Alea

Unmaker – Status Zero

Men of Mayhem – Suneater



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Pillole d’Acciaio, edizione 2026! La redazione di Heavy Metal Webzine non si ferma!!!

Premessa: negli ultimi anni sono aumentate in modo esagerato le pubblicazioni musicali (in ogni settore). Solo nel genere heavy, che include una miriade di sottogeneri ed un quantità esagerata di gruppi underground, sono decine di migliaia i demo, gli EP, gli album…Impossibile seguire tutto? Certo, soprattutto se ci si allontana dai gruppi TOP e si scende verso l’oscurità. Ci sono artisti validi che passano in secondo piano e potevamo noi forse dimenticarli? NO!

Da qui la necessità di creare una serie di articoli/pubblicazioni oltre la classica recensione, che prevede ascolti e tempi di realizzazione più lunghi. Una sorta di breve presentazione di artisti ed uscite, come una volta si poteva trovare sulle riviste di settore.

Ricordatevi di ascoltare il nostro Dottore. Benvenuti a Pillole D’Acciaio!!!

 

 

Civil Daze – Once In A Blue Moon (Pride & Joy Music)

Questo album è stata una piacevole sorpresa: una produzione genuina, lontana da quelle sonorità “plasticose” che spesso si sentono oggi. Il sound richiama con eleganza l’epoca d’oro dell’hard rock e dell’AOR, fondendo l’energia e le atmosfere caratteristiche degli anni ’80 con un gusto moderno e attuale, tipico della scena scandinava. Il risultato? Brani super catchy che restano in testa già al primo ascolto, tanto che è difficile scegliere il migliore. A pelle, segnalo “A Million Miles Away”, “Paradise” e “Givin’ It All”. Le influenze del chitarrista e compositore, Mikael Danielsson, sono evidenti e ben dosate: dai concittadini Europe ai grandi nomi dell’hair metal americano, passando per il tocco raffinato dei Journey (l’assolo di “Got To Go” ne é un chiaro esempio) e persino qualche eco dei Femme Fatale, probabilmente per la grinta della cantante: la voce di Helena Sommerdahl è un vero punto di forza. Interessante anche come ogni traccia potrebbe sembrare uscita dalla colonna sonora di un film cult di quell’epoca, senza mai risultare datata. Una band da ascoltare a tutto volume e che consiglio vivamente a chi ama il rock melodico ed energico, fatto con cuore e autenticità. (Rig)

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Built-In Obsolescence – Alea (Autoprodotto)

I Built-In Obsolescense nascono nel 2010 a Riccione, non sono un gruppo in senso stretto: il progetto rappresenta un viaggio nell’animo umano e il loro Alea è sicuramente uno degli album da non perdere del 2025. Descrive l’eterno divario tra autodeterminazione e destino, scelte e conseguenze e il concept si destreggia in strutture complesse, paesaggi e atmosfere intricate che abbracciano progressive e post rock. I brani alternano tensioni palesate ad emozioni sussurrate (“Æmber” – “Whispers, Adrift”) in un continuo sali scendi nel quale si culla e si insinua la voce, chiara e convincente negli attimi sognanti, distraente in altre situazioni; la sensazione inoltre è che il contributo vocale in alcuni episodi come “The Sun Shall Fall” e “Shape Of Water” sia a mero servizio dell’impianto strumentale, perdendo consapevolmente centralità. Il brano di chiusura “Updraft” rappresenta invece il punto di maturità di Alea, il sunto della ricerca e dello sviluppo dei brani precedenti o chissà il punto di partenza per futuri lavori, undici minuti di arrangiamenti impreziositi dai fiati degli Ottone Pesante e da note di fisarmonica nell’outro. Degno di nota infine è il libretto dell’album accompagnato dalle illustrazioni di Valerio Buonicore. (Michela Olivieri)

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Unmaker – Status Zero (Autoprodotto)

Secondo album per la band di Dublino e seconda immersione totale nel thrash/groove metal degli
Unmaker. Colpevolmente snobbati dal sottoscritto e meritevoli di una recensione ben più ampia, mi accingo a rendervi partecipi dell’ottimo lavoro autoprodotto dai bravissimi irlandesi. Segnatevi il titolo, Status Zero, un lavoro eccelso. Facilmente riconducibili a mostri sacri come Pantera e in parte Machine Head (quelli dei tempi migliori), i quattro musicisti ci offrono più di cinquanta minuti di pura aggressione metal con una strizzata d’occhio ad una certa melodia accattivante e, perché no, orecchiabile. I dodici pezzi hanno una durata standard di 3/3 minuti, tranne la prima e l’ultima, che sfiora addirittura gli 8. Ed è proprio “The Last Wish”, che racchiude in sé l’anima e lo spirito degli Unmaker. Un brano che parte in stile ballad per poi aumentare lentamente i giri del motore fino a raggiungere la perfetta simbiosi tra thrash e groove. Altrettanto degne di nota sono “The Killing Fields” e “Kill The World”. Il suono dei maestri sopracitati viene da loro rielaborato, mescolato, masticato e sputato in un vortice di puro ed essenziale momento di feroce headbanging. Questi dal vivo devono essere devastanti. Notevole, inoltre, la prestazione di Aaron, un cantante versatile che si dimostra capace di mantenere e seguire le diverse linee vocali presenti in ogni traccia. E non dimentichiamo quanto il contributo alla batteria di Jake sia fondamentale per delineare il suono groove pesantemente intrinseco alla struttura dei loro brani. Paul e Sean completano il quadro con rispettivamente una ritmica di basso di sostanza da una parte e dei riff maestosamente corposi e aggressivi dall’altra. Sarebbe finito sicuramente negli HMW Top Album. Ma, come si dice in questi casi, piuttosto che niente è meglio piuttosto. (Piervittorio Sabidussi)

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Men Of Mayhem – Suneater ()

La band torinese Men of Mayhem suona Stoner Metal con svariate influenze, sono in giro dal 2015 con decine di concerti in nord Italia e non solo, e partecipazioni a importanti festival di genere tra cui il Malta Doom Metal Fest del 2016. Due album (Inner Freedom, 2015 e Doomed To Life, 2017) collaborando con Danny Giordana (fonico di Monster Magnet e Hatebreed) ed ora questo terzo album Suneater, registrato presso i Magma Studios di Torino. Brani incisivi, diretti, senza troppi fronzoli: quel ritmo che ti fa muovere la testa dopo poco secondi e la voce sporca (che tende allo scream) non lascia scampo. “Revenge” e “Liar” sono botte nelle stomaco, ma i Nostri riescono anche ad esser più “melodici/rock’n’roll” in “Godless Son” grazie ai riff di chitarra ed alle linee vocali, in questo caso pulite, nel ritornello. Molto interessante anche quando si rallenta, tendendo al doom, come per la titletrack “Suneater”; interpretazione e scrittura del brano ottima. L’ultima “Undead Army”, un remaster del brano presente sul primo disco, spinge sulla velocità in un mescolarsi di generi. Bel disco, copertina bella ed in generale suoni adeguati al genere; un bel cd da recuperare, e non perdete occasione di vederli dal vivo. (Lele Triton)

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