MAYHEM + Marduk + Immolation – 17/02/2026 – Alcatraz, Milano


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DEATH OVER EUROPE
Mayhem + Marduk + Immolation
Alcatraz, Milano
17 febbraio 2026

Questa volta arrivo tardi, tardissimo. Una serie di circostanze a me sfavorevoli ed il proibitivo orario di inizio (ore 18.50 di martedì sera) ha fatto sì che varcassi la soglia dell’Alcatraz di via Valtellina non prima delle ore 20.00.

Il locale milanese è gremito ma, contrariamente alle aspettative, è stato allestito il palco in configurazione B, ossia quella che prevede una capienza di pubblico inferiore.

La band che più ero interessato a vedere dal vivo questa volta, gli Immolation, ha già terminato il suo tremendo spettacolo da un po’.

Non è la prima volta che manco l’appuntamento con la vulcanica Death metal band newyorkese e la cosa sta iniziando ad innervosirmi… Gli amici che hanno assistito al loro set non hanno potuto far altro che confermarmi quanto io sia meschino nell’essermeli persi, ancora. Sarà per la prossima.

 

Marduk:

Ed è già tempo di Marduk; il branco di lupi svedese propone una potenza sonora demolente.

La cassa della batteria di Simon Schilling è triggerata in modo disumano e ogni colpo è un pugno al basso ventre. Definita durante i blast beat e demolente nei tappeti Mid tempo.

Dalle glaciali luci blu e dal fumo emergono, stagliandosi contro l’immenso logo della band, da sinistra a destra, il comandante Morgan, il gelido Mortuus e lo smilzo session man Simon Wizén, al basso.

L’incontrastato leader della band, Morgan Håkansson, dirige la macabra orchestra rimanendo in posa, col piede fisso sulla spia, fustigando la sua chitarra camo ed alternando sguardi di odio a smorfie di compiacimento verso il pubblico elettrizzato.

La platea stessa è stregata dall’algida figura di Mortuus, sia vocalmente che a livello scenico, perfetto frontman Black metal. Personaggio dalla voce putrescente e dalla padronanza del palco singolare. Non fa rimpiangere il più teatrale Legion, del quale ha preso il posto dietro al microfono nel 2004.

La scaletta conferma le aspettative e propone brani pescati da tutti i periodi della duratura e solida carriera della band di Norrköping.

Un accento particolare è stato posto sulla decade dei ‘90 con capolavori del genere come “Wolves” e “On Darkened Wings”; empio ed epico il finale di “Sulphur Souls” tratto da Opus Nocturne (1994):

“Your empire is ruined oh god of life and light
And I am your Judas”.

Dopo circa un’ora di set, ci si avvicina al grand finale con la fulminea bordata “Panzer Divison Marduk” dall’omonimo album del 1999, durante la quale ho visto almeno un paio di persone rimanere vittime del pogo forsennato.

A chiudere l’esibizione della corazzata svedese, “The Blond Beast”, che con il suo ostinato Mid tempo con charleston in levare ha fatto sgambettare tutto il locale.

Se solo sapessero chi è il soggetto del testo…

 

Mayhem:

Dopo aver fatto spazio alla sontuosa batteria e a due scenografiche scale ai suoi lati, alle 21.15 un Hellhammer di bianco vestito si accomoda dietro le pelli a dà inizio, tra le urla degli astanti, all’ultimo atto dello spettacolo.

Mayhem si affidano alla scattante “Realm Of Endless Misery” dall’appena pubblicato Liturgy Of Death per aprire.

Appena possibile si mette a fuoco la figura di Attila Csihar che si presenta vestito da maestro di cerimonia, a metà strada tra King Diamond ed il Dracula di F.F. Coppola.

L’esibizione prende la via del rituale esoterico coadiuvata dal cupo gioco di luci e delle immagini che scorrono sullo schermo dietro il palco.

Fino a metà scaletta la velocità non cenna a diminuire e Necrobutcher, malgrado l’acconciatura, sprizza carisma ad ogni movimento.

Con “Freezing Moon”, il cui intro arpeggiato fa sobbalzare il locale, si assapora l’atmosfera mistica del Black norvegese dei primi ‘90.

Intanto Attila si cambia d’abito e si ripropone col viso segnato da simboli occulti e con espressioni facciali da far rabbrividire Čikatilo, fosse ancora vivo.

Doveroso riconoscergli la grande capacità interpretativa e la padronanza della voce, dallo scream più fisico alle tonalità che lo caratterizzano maggiormente e che fanno somigliare il suo timbro a quello di un didgeridoo orrendo.

Intanto, in zona bar, fanno capolino per godersi il concerto e fare qualche foto con i fan sia Morgan dei Marduk che Ross e Robert degli Immolation. Un plauso alla loro disponibilità e semplicità.

Eseguono il compitino, invece, senza particolare ascendente i due chitarristi norvegesi Teloch e Ghul.

Dopo qualche minuto di buio e pausa, viene diffusa la strumentale “Silvester Anfang” ed è chiaro a tutti dove si andrà a parare: un riff di chitarra eseguito con un suono avariato introduce “Deathcrush” dall’omonimo Ep del 1987.

Le luci virano verso il rosso e l’inferno si materializza plasticamente davanti agli occhi dei presenti che, probabilmente, non attendevano altro.

L’influenza dei precursori Venom e Celtic Frost è qui più che mai evidente.

Senza prendere fiato si passa a “Chainsaw Gutsfuck”, “Carnage” e, per concludere, “Pure Fucking Armageddon”. Tutto ciò che un adoratore del maligno potesse desiderare.

Durante tutta la sezione finale girano sullo sfondo immagini, alcune anche inedite, dei giovanissimi Mayhem, principalmente di Euronymous ma anche del batterista dell’epoca Manheim e di tanti altri protagonisti della scena Black Metal scandinava in erba.

Un momento nostalgia che non mi sarei aspettato.

A concerto concluso, appena fuori dal locale, tra il serio e il faceto, faccio notare ad un ignaro ambulante che il poster della serata andrebbe però rovesciato, come le due grandi croci del logo Mayhem. Un po’ incredulo: “Grazie, fratello!”.

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