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Non sono qui per salvarci, e se cercate un messaggio di speranza o una melodia rassicurante, avete sbagliato band.
I Clawfinger, da sempre i portabandiera indiscussi del crossover europeo, tornano sulle scene con un obiettivo brutale: gridare la verità mentre tutto intorno a noi va a fuoco. Il loro nuovo album non è solo musica, è un commento feroce e intriso di quel black humor tipico del combo svedese-norvegese, puntato dritto contro il disastro che abbiamo combinato con il pianeta e con noi stessi.
“Questo album è la nostra forma più brutalmente onesta“, spiegano. “È in parte una protesta, in parte una seduta di terapia e, soprattutto, un enorme dito medio all’apatia generale“. E si sente.
Dal collasso ambientale all’ipocrisia dei palazzi del potere, le canzoni scavano nelle pieghe di una modernità contraddittoria, senza la pretesa di regalare soluzioni facili, ma con la voglia di sputare in faccia domande scomode attraverso riff granitici e batterie martellanti.
Il viaggio inizia con il sarcasmo amaro di “Going Down (Like Titanic)”: un inno che ci fotografa perfettamente, mentre facciamo festa sul ponte di una nave che sta affondando, fingendo che il gioco non sia truccato.
La critica sociale si fa poi spietata in “Big Brother”, un attacco frontale all’ossessione per la fama artificiale, e in “Environmental Patients”, dove all’umanità viene diagnosticato un egoismo terminale.
Ma i Clawfinger sanno anche guardarsi dentro. Tracce come “A Fucking Disgrace” e “Ball & Chain” abbandonano i megafoni della protesta per immergersi nei fallimenti personali, nella fatica di restare a galla quando il mondo ti impone la perfezione o il silenzio.
C’è spazio anche per la rabbia repressa verso l’ignoranza istituzionale in “You Call Yourself a Teacher”, e per l’analisi dei sabotaggi emotivi in “Linked Together”, fino ad arrivare ai toni durissimi di “Scum” e “Tear You Down”, dedicate ai leader corrotti e ai demagoghi che avvelenano il presente.
A livello sonoro, il lavoro di Jocke Skog è magistrale. È riuscito nell’impresa più difficile: resuscitare quel suono groove metal e industrial che ha definito gli anni ’90, ma proiettandolo nel presente con una produzione tagliente, compressa e minacciosa.
La voce di Zakk Tell resta il collante perfetto, capace di passare da un’aggressività spietata a aperture melodiche che danno respiro ai brani senza annacquarne la rabbia.
Non aspettatevi rivoluzioni stilistiche: i Clawfinger sono tornati per fare i Clawfinger, e lo sanno fare meglio di chiunque altro. È un disco meccanico, rabbioso e necessario, che ci ricorda perché quel suono crossover avesse un senso trent’anni fa e perché, purtroppo, ne abbia ancora di più oggi.
Buon ascolto.



