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The Great Satan non come un semplice album, ma è più come la colonna sonora di un vecchio horror grindhouse proiettato in un futuro post-apocalittico.
Impossibile parlare di un disco così muscolare senza evocare lo spettro dei White Zombie, infatti, se negli ultimi anni la carriera solista di Rob si era spinta verso un rock più psichedelico e sperimentale, The Great Satan sembra finalmente recuperare quel DNA industriale che rese immortale un capolavoro come Astro-Creep: 2000.
Il paragone sorge spontaneo non per una questione di nostalgia, ma di attitudine: mentre i lavori precedenti erano più “giocosi”, qui torna quel battito robotico e ossessivo che ricordava le ritmiche di brani come “More Human Than Human”.
Il “colpo segreto” di questa operazione? Il ritorno di Mike Riggs alla chitarra.
Il suo stile, decisamente più grezzo e meno tecnico rispetto a quello di John Five, che portava un virtuosismo quasi alieno, lavora per sottrazione, puntando tutto su riff fangosi che richiamano molto più da vicino l’approccio di J. Yuenger; è un ritorno al suono delle acciaierie di Detroit, meno pulito e decisamente più cattivo.
Se John Five era il professore universitario della chitarra, Riggs è il bullo del quartiere che sa solo tre accordi, ma li suona così forte da farti tremare i vetri.
La sensazione è che Zombie abbia smesso di fare il regista di se stesso per tornare a essere il frontman di una gang, c’è un’energia collettiva che non si sentiva dai tempi dei club polverosi degli anni novanta.
In definitiva, se i White Zombie erano il caos primordiale, The Great Satan ne è la versione distillata e consapevole; non è una reunion, ma è quanto di più vicino a quel tipo di scarica elettrica abbiamo ricevuto nell’ultimo ventennio.
Il vero salto di qualità è la compattezza. Dopo anni passati tra titoli chilometrici e strutture un po’ frammentate, Rob Zombie è tornato a fare quello che gli riesce meglio: scrivere veri e propri inni da stadio per mostri.
Se Hellbilly Deluxe era un omaggio ai classici della Universal, il nuovo disco , si trova quella stessa atmosfera da luna park dell’orrore, dove ogni traccia sembra una stanza diversa di una casa stregata.
La produzione ha quel tocco techno-industrial che rese il debutto solista un successo multiplatino, abbandonando le pulizie eccessive per sporcarsi di nuovo le mani : Hellbilly era l’inizio dell’incubo, The Great Satan è il risveglio nello stesso cimitero, ventotto anni dopo, con ancora più rabbia e voglia di far casino.
L’album ti prende e non ti molla più.
Si parte fortissimo con l’energia di “F.T.W. 84” per finire dritti in un vortice di campionamenti da B-movie e ritmi che ti fanno battere il piede fin dal primo ascolto. Ma occhio, non è solo rumore: in pezzi come “Tarantula”, Zombie dimostra di avere ancora un orecchio incredibile per il groove e nonostante le tematiche infernali, c’è un’atmosfera divertente e quasi “cartoonesca” che rende il lavoro molto meno cupo di quanto il titolo possa far pensare.
“I’m a Rock N’ Roller” è già un singolo molto apprezzato dai fan prima del rilascio, questo brano è il cuore dell’album. Cattura quel groove tipicamente “Classic Zombie” che è coinvolgente, pesante e fatto su misura per le arene.
“Heathen Days”: una canzone breve che evoca l’energia grezza dei White Zombie. ricorda il ritmo industriale di “More Human Than Human” dove le chitarre e la batteria sono progettate per il massimo headbanging.
“Black Rat Coffin” è pezzo caratterizzato da chitarre potenti che offre una vera e propria “scossa musicale” per i fan delle radici più pesanti e distorte di Zombie che con “Lord Acid Wolfman” rappresentano la parte oscura dell’album, questo brano rallenta il tempo quel tanto che basta per far assorbire l’atmosfera inquietante, mostrando la capacità di Rob di passare dal caos a una tensione controllata e inquietante.
Rob Zombie è diventato una vera istituzione e non deve più dimostrare niente a nessuno, sia chiaro.
Proprio questa libertà gli ha permesso di incidere un disco che suona come una celebrazione totale della sua carriera, che è perfetto da sparare a tutto volume in macchina , in una radio o sotto il palco di un festival estivo.
In poche parole: se amavi il Rob Zombie di fine anni novanta, questo è il sequel che aspettavi da vent’anni, senza rivoluzioni stilistiche, ma una ritrovata capacità di scrivere ritornelli che ti si piantano in testa al primo ascolto.



