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Un lustro di attesa per il nuovo album del paradossale e anti-ortodosso trio dei Puscifer è certamente un periodo di tempo non breve. L’emozione è tanta, così vediamo di sfogarla attraverso una discesa negli inferi delle loro undici canzoni e dei loro cinquantaquattro minuti di musica altamente complessa e criptica. Al comando, come sempre, gli immortali: Maynard James Keenan, Carina Round, Mat Mitchell.
Innanzitutto, una bella copertina – FINALMENTE! Una scelta evocativa ma anche altrettanto precisa e puntuale quella di mettere una donna immersa in un campo di grano – con il vento contro – che sembra prendere fuoco da quanto è rosso, con dietro una casa padronale (evocativa del vecchio West); una copertina con tanto di titolo e nome dell’artista ricorda molto le pubblicazioni in formato fisico di una volta. Io ci vedo un’America che non esiste più, una caduta generalizzata di valori: voi che ne pensate?
Il testo del primo pezzo, “Thrust”, conferma la mia ipotesi. Sì, perché in un ritmo ostinato ed isterico, senza respiro Maynard canta: “Bloccato qui in mezzo con tutte le persone meschine/litigate, blaterate e lasciate che le sciocchezze mi scuotano/Cercare di non uccidere è una battaglia quotidiana/Every fuckin’ day”. E mi ci ritrovo già molto, dato che le condizioni sociali in cui versa il vecchio continente non sono poi così diverse da quelle del nuovo mondo, in cui vive la band. Come fare ad avere fiducia in una società in cui individualismo, difesa della proprietà, frustrazione per le aspettative di una vita sempre più precaria si mischiano all’invecchiamento della popolazione ed all’ostilità verso gli stranieri?
Come dichiarato dagli stessi autori: “Come narratori e artisti, il nostro compito è osservare, interpretare e riportare. Assorbiamo ciò che ci circonda e condividiamo ciò che vediamo, e ciò che vediamo intorno a noi non sembra affatto normale. Nemmeno lontanamente“.
La gente si rovina l’anima per delle cazzate e si isola. La “Fiducia” è talmente rara…e infatti, ciò che consideriamo oramai prassi quotidiana, “Normal isn’t”, come recita il secondo brano che dà il titolo all’album.
“Certezza terminata/Meno confidenti/Sto ancora cercando di gestire i trigger/Oh, serenità, tranquillità/Il nostro desiderio, per favore/Domare questo fuoco” – il sentimento è ancora quello dello smarrimento e del panico dovuto all’incertezza dell’esistenza e dell’assenza di valori a cui ancorarsi. La musica, però, è più dolce e diventa quasi un ritornello da ninna-nanna, con cui compiangersi un pochino ed accettarsi prima di chiudere gli occhi ed abbandonarsi alle braccia di Morfeo.
“Bad Wolf” sembra affrontare di petto il tema del decadimento dal punto di vista politico: “I nostri lupi buoni sono morti e i custodi sono fuggiti dallo zoo/I nostri lupi cattivi prosperano/Salaci e insaziabili”.
Per me “Self Evident” è riferito all’attuale presidente degli USA: “Sei un idiota/Incarni ogni singolo pezzo di esso/Hai persino stabilito un nuovo precedente/Empirico”: a voi l’ardua sentenza!
“A Public Stoning” urla rabbia e disperazione, voglia di giustizia contro un usurpatore ignorante…anche qui…tocca a voi scoprire chi è.
Sta di fatto, però, che le prime cinque canzoni sono davvero molto difficili da ascoltare per via del messaggio espressivo di cui sono portatrici e l’estrema chiusura della musica, un effetto assolutamente ricercato dal trio di nostri amici.
Infatti, è con il sesto brano – “The Quiet Parts” – che arrivo a godere davvero. Esso è un intreccio favoloso di armonie e dinamiche, di voci ed una chitarra crunch che entra come una lama nel burro, croccante al punto giusto per rendere queste note un piatto foolish da gustare sul posto e poi portare a casa in versione take away: il mio preferito!
E siccome si comincia a ragionare, parte a bomba “Mantastic” con un bel basso distorto ed una voce graffiata: ma soprattutto è l’incrocio con la seconda e la terza voce di Carina – “Mad Men, Mad Men” – a svoltare il tono di tutto l’album, in grado di farmi battere il cuore con la vibrante melodia di “ImpetoUs”.
A conclusione, una bella registrazione live per i Sessanta del nostro Keenan.
In conclusione, se l’intento della band era quello dichiarato da quest’ultimo (“Siamo scivolati dentro le nostre influenze originarie, laddove il gusto per il gotico incontra il punk”) non c’è dubbio che siamo di fronte ad un disco che rimarrà negli anni come punto di riferimento. La cifra minimalista e criptica, inoltre, rende il tutto ancora più sofisticato.
Basti pensare che la produzione musicale ha visto intrecciarsi numerosi artisti ed amici, tra cui: Greg Edwards (basso), Gunnar Olsen (batteria) e Sarah Jones (batteria), con ospiti Tony Levin (basso in “Normal Isn’t” e “Seven One”), Danny Carey (batteria in “Seven One”) e il signor Ian Ross (padre di Atticus Ross, che narra “Seven One”).
Più che una band, i Puscifer sono un ecosistema creativo: un collettivo che oltrepassa i confini della singola espressione artistica, dove suono, narrazione e spettacolo si scontrano e si fondono.



