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Tornano finalmente gli Exodus con il loro dodicesimo album in venticinque anni di carriera ai vertici del thrash metal. Il nuovo lavoro, intitolato Goliath, segue il precedente Persona Non Grata, un disco che aveva lasciato un po’ di amaro in bocca ai fan a causa della prova vocale di Zetro, apparsa a tratti discutibile.
In questo nuovo capitolo, il buon Rob Dukes riprende il microfono e la differenza si percepisce sin dalle prime battute.
La sua impronta hardcore e la sua potenza vocale colmano le mancanze del passato. Dukes offre un’interpretazione viscerale e decisamente più maturata rispetto ai suoi trascorsi con la band, risultando probabilmente l’elemento che bilancia l’intero album.
Tuttavia, come sappiamo bene, il marchio di fabbrica degli Exodus non risiede solo nella voce, ma nel riffing che in questi anni ci ha regalato mr. Gary Holt in coppia con Lee Altus, supportati dalla potenza e dalla precisione di Tom Hunting dietro le pelli.
Da questo punto di vista, Goliath non riserva sorprese né delusioni: il riffing thrash domina tracce come “Beyond The Event Horizon” o “Hostis Humani Generis”, dove ritroviamo quella dinamica “assassina” a cui Gary Holt ci ha ormai abituati.
La band esplora comunque approcci differenti, che sfociano in passaggi orientati sul “melodico”, termine difficilmente accostabile a un gruppo di questo calibro, ma ben presente in brani come “The Changing Me” e nel terzo singolo estratto “Promise to You”.
Un capitolo a parte meritano i singoli: personalmente apprezzo molto “3111”, un pezzo in puro stile Exodus, veloce e potente, che ben rappresenta la linea dell’album.
Al contrario, la title track “Goliath” si contrappone allo stile più conosciuto del combo californiano e potrebbe risultare divisiva.
Il pubblico dovrebbe interpretarla come una ricerca di nuove contaminazioni che, se approfondite, potrebbero dare nuova linfa vitale alla band.
Interessante è anche “Summon Of The God Unknown”, che ci proietta in un’atmosfera sabbathiana, vera escursione sperimentale di Holt e compagni.
In quanto a oscurità, dobbiamo citare “The Red Death”, dove a fare compagnia a Dukes troviamo la voce di Peter Tägtgren (Pain, Hypocrisy). La sua presenza conferisce quello stile “Swedish Death” che si accoppia alla perfezione con l’andamento serrato del pezzo.
In conclusione, dagli Exodus riceviamo ciò che ci hanno sempre proposto: un potente thrash metal fatto di riff taglienti, precisi e violenti.
Gary Holt, nonostante gli anni che scorrono, rimane l’indiscutibile custode e garante del genere, senza bisogno di inutili paragoni con pietre miliari come Bonded By Blood.
Dopo una carriera di cinque lustri, la band sceglie giustamente di orientare il proprio sound puntando su contaminazioni che esulano dal proprio marchio di fabbrica.
Magari il disco richiede qualche ascolto in più per apprezzare la ricerca più groovy di alcune tracce atipiche, ma a mio giudizio resta sempre un buon album thrash da avere nella propria collezione.
Non resta che darvi appuntamento al 7 di aprile dove gli Exodus verranno a trovarci all’Alcatraz di Milano in compagnia dei Carcass e Kreator che saranno gli headliner di un evento imperdibile e noi di HMW saremo lì a raccontarvelo.
Stay tuned!



