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Un duo brasiliano con i nomi dei componenti facilmente ricordabili e un secondo album di livello assoluto. I Fossilization tornano alla carica con Advent Of Wounds, un disco che segue il bellissimo Leprous Daylight del 2023 che, nella personale classifica di quell’anno, era nella top cinque con pieno merito e un pizzico di sorpresa.
Non è mai facile ripetersi. Migliorare o uguagliare gli ottimi risultati precedenti è stata fin da subito una corsa in salita per il buon V. L’abbandono da parte dello storico batterista P è sicuramente stata una bella mazzata, visto che rappresentava metà del gruppo e delle idee, e l’approccio al nuovo lavoro ha gioco forza cambiato prospettiva.
Questo seguito, uscito a febbraio di quest’anno, ha raggiunto i livelli del suo predecessore? Sì. E avere nella propria discografia due album di tale livello me li pone tra i miei idoli indiscussi. Punto.
Ora, sinceramente non so chi suoni la batteria, non ho trovato notizie in merito, ma per quanto riguarda il sound in generale, Z. ha aumentato la quota black nei sette brani che compongono questo splendido lavoro. Siamo di fronte a un death doom con contaminazioni estreme, che scava in profondità nell’animo umano riversando nel suo marciume una buona dose di angoscia e terrore. D’altronde già dalla copertina “casta e pura” possiamo intuire le intenzioni disturbanti dei due musicisti.
L’inizio è un’onda anomala che spiazza da subito. “Cremation Of A Seraph” è una dichiarazione d’intenti. Siamo tornati e, se prima vi siamo piaciuti, ora ci adorerete. La malvagità, di cui questo brano è pregno, è un attacco death con intermezzi doom che rendono morbosamente asfissiante tutto il brano. Ti si appiccica alla pelle, fastidiosamente, e siamo solo all’inizio.
“Disentombed And Reassembled By The Ages” aumenta il livello di brutalità offrendoci dei riff violenti e claustrofobici intervallati da passaggi doom quasi “clericali”, imprigionandoci per cinque minuti in un ambiente buio e senza ossigeno.
“Scalded By His Sacred Halo” è irritante ed estenuante. Un ripetersi snervante di riff disarmonici che si susseguono all’infinito, facendoti entrare in un loop temporale senza possibilità di uscita. Bellissima.
La parte doom nei brani è un tocco da maestri. Riescono sempre a inserirla nei momenti giusti e ad esaltarla nel suo incedere logorante.
I Fossilization si concedono pochi assoli, ma quelli che ci regalano ne valgono la pena. Vedasi in “Servo”, dove uno dei rarissimi eseguiti riesce, nel suo stridio assurdo, a far aumentare la pressione sanguigna nelle nostre tempie fino a stressare tutto il sistema nervoso centrale. Geniale. Mamma mia che bravi ‘sti due brasileiri.
L’ultima, “Temple Of Flies And Moss”, mette da parte il doom e inizia a cavalcare velocemente in modo fluido, quasi a voler farci scaricare la tensione accumulate nella precedente mezz’ora. Una seduta rigenerante, un toccasana per anima e corpo. Ci voleva proprio.
L’ascolto di questo album ti entra dentro strisciando. È un mostro che ti perfora il cranio e ti penetra nel cervello, che prende possesso delle tue facoltà mentali e fisiche e che ti obbliga ad essere schiavo della bellicosità di questo malefico duo.
La produzione migliore rispetto al debutto me lo fa piacere ancora di più. Ma questi sono futili dettagli. Davanti a due lavori del genere non ci sono preferenze.
Mi voglio esporre e vi chiedo quaranta minuti del vostro tempo da dedicare a questi ragazzi e ad Advent Of Wounds. In cambio vi risparmierò una delle mie solite battutacce, del tipo “non fossilizzatevi sui soliti nomi, ma provate con i Fossilization“.
Questo disco e il precedente sono da ascoltare entrambi. Poche storie.



