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Una nuova Darkwave, sbocciata nell’underground nordico in risposta all’isolamento pandemico. Tre progetti, tre solitudini tra le mura di cemento di Stengade. Niente introduzioni, solo l’invito a perdersi nel vuoto.
Phoenix Down (DK)
Ronny “Phoenix” Petersen è il veterano dell’underground di Copenaghen che si cela dietro al progetto minimal synth-wave Phoenix Down, un lavoro pioneristico nel contesto danese che ha creato il solco in cui é germinata la nuova darkwave.

Senza compromessi, Ronny ha scritto la storia del sottosuolo: dalle macerie Crust Punk della Ungdomshuset al rumore bianco dell’industrial-noise. La drum-machine non accompagna, martella con la stessa forza della batteria nel suo passato hardcore. Un muro post-punk anni ’80 scarno, privo di rifiniture, orgogliosamente DIY.

Se su disco è un rito cavernoso e distante, dal vivo esplode in un atto gridato che svela la vera radice: punk viscerale e oscura malinconia gotica. Un reliquiario di peccati romantici dimenticato a marcire in garage.
Night in Athens (GR)
Un appartamento di Londra est, le sequenze di Tina Boleti trasportano la mente altrove: la ricostruzione sintetica e brutale di una Atene rivissuta nel vuoto dell’isolamento. Questo è l’incipit di un progetto che esplora la capitale greca in cui si sviluppa fotografando prospettive brutali.

Un muro di freddo analogico, inumano. La precisione sintetica del Moog stende un tappeto di synth-wave gelata, una distanza siderale modulata da una voce che non cerca contatto, ma crea alienazione. Minimal synth del Sud Europa: un’ossessione di battiti secchi. Le melodie dark di Wasted Reflektions vengono enfatizzate dal beat minimale dell’album Metropolis, una scaletta che nega ogni conforto.

Sul palco distaccata e tagliente, una danza nervosa che deride l’estetica della new-wave anni ’80. Un nichilismo concreto.
She Can’t Afford Mascara (DK)
Cemetery Gangbang non è un disco, è un’autopsia. Reliquie di un’estetica decadente: vermi, teschi e incensi funerei.

Adam, sangue pakistano, nazione danese, identità Queer. Un’unicità che non trova pace in nessuna cultura. Elegie islamiche pregate su beat berlinesi che sanno di seminterrati umidi, senza finestre né orologi. È un funerale gotico: candele, flebili fasci di luce tagliano il fumo di incenso. Un corpo in tensione si contorce tra pizzi e veli: una diva dissacrante che recita il collasso della bellezza. Darkwave mortuaria pura.

Sune “Køter” Kølster é il suono spietato e claustrofóbico di She Can’t Afford Mascara. Un compositore capace di orchestrare una colonna sonora tragedia greca l’horror in Speak No Evil, ma anche di far sanguinare le orecchie con l’hardcore. Sune ha preso la complessità di Adam e la ha blindata in sequenza musicale cinematografica, sporca e umorale. Una narrazione da Dark Blossom (documentario di Frigge Fri, 2021).
Carne e sangue di litanie, sacchi cadaverici di synth.

photo credits Stefano_c_o



