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Le donne nel mondo del metal sono una rarità, e questo già é chiaro a tutti. Ma quando un gruppo di sole donne si fa notare per la loro tecnica e bravura (e non per l’iper-sessualizzazione, come spesso succede nel mondo della musica) come nel caso delle Nervosa, seguaci come la sottoscritta si attivano per elogiare e supportare le musiciste, non solo per l’ammirazione musicale, ma anche come segno di solidarietà femminile.
Il quintetto (a questo punto da definirsi internazionale) sfonda ancora una volta il muro del suono con un disco esplosivo, energico e senza compromessi, seguendo il proprio stile ma senza rinunciare ad esplorare i meandri musicali del genere.
La voce death metal della (definitiva) cantante e chitarrista Prika Amaral, fondatrice brasiliana delle Nervosa insieme alle connazionali Fernanda Lira e Luana Dametto (ora Crypta), si fonde con gli assoli thrash metal della chitarrista greca Helena Kotina, mentre le linee di basso di Hel Pyre e della olandese Emmelie Herwegh, vengono accompagnate dalla martellante batteria della bulgara Michaela Naydenova.
Già dal precedente disco Jailbreak del 2023, Prika si é stabilita ufficialmente come cantante del gruppo e chitarra accompagnatrice.
Sia il ritornello della traccia di apertura “Impending Doom” che il brano che dà il nome all’album “Slave Machine”, mostrano un ritornello più lento e melodico, avvicinandosi a un melodic death relativamente sconosciuto alle Nervosa, ma senza rinunciare agli assoli e ai galoppanti riff delle ragazze.
Il pezzo di apertura introduce l’ascoltatore al nuovo album, inserendo tamburi tribali e mostrando una società post-apocalittica e di una conseguente vita travagliata alla quale solo la morte può porre rimedio, mentre il secondo brano si collega al precedente concentrandosi sull’obbedienza cieca e sulla schiavitù umana.
“Ghost Notes” non accetta compromessi e mostra tutta la furia death metal delle Nervosa, proponendo furiosi riff guidati da una trascinante batteria. Il ritmo denso e meccanico del brano cattura indubbiamente l’attenzione dell’ascoltatore, ma risulta un po’ ripetitivo, ad eccezione dell’intervento del basso a metà brano.
Segue “Beast Of Burden”, che riprende il tema dell’obbedienza, focus centrale del disco. Pezzo oscuro e ricco di groove, incorniciato da un epico assolo, che richiama l’old school death metal, mantenendo però lo stile tipico del gruppo.
La critica ai moderni influencer si riflette nel quinto pezzo di Slave Machine, “You Are Not A Hero”, che propone un suono accattivante e si rivela essere uno dei brani centrali dell’album. Il gruppo lascia che i cambi di tempo si sviluppino in modo naturale e l’assolo non stravolge la canzone per farsi spazio, come avviene con altri brani più sperimentali.
“Hate” cattura particolarmente la mia attenzione per i gutturali cavernosi del ritornello e per la furia brutale del sound fin dall’inizio e del testo nichilista, mentre “The New Empire” mostra precisione melodica e riff solidi ma sembra essere bloccata in un vicolo strutturale simile ai pezzi precedenti.
“30 Seconds” riprende i cori già apparsi nei primi due brani, che richiamano fortemente lo stile dei Cattle Decapitation.
Qui viene ripreso il tema della critica alla tecnologia, evidenziando come la continua necessità di dopamina dozzinale creata dai social media ci tenga intrappolati in un loop di dipendenza. I 30 secondi indicati nel titolo si riferiscono probabilmente alla durata media dei reel su Instagram.
Musicalmente, il pezzo non decolla mai del tutto e rimane abbastanza sottotono rispetto ai lavori precedenti, diversamente dal ritmo incalzante decisamente ripreso con “Crawl for Your Pride”. I riff e i chug tornano con la stessa aggressività dei primi brani del disco, anche se il cambio da pre-ritornello a ritornello cambia bruscamente.
“Learn Or Repeat” ci ricorda come possiamo rimanere bloccati in circoli viziosi quando non prendiamo decisioni scomode, che eventualmente risultano distruttivi. L’attacco incalzante intreccia un groove moderno e interessante con le classiche sonorità thrash, sia in questo brano che in “The Call”, traccia che riprende i temi oscuri e post-apocalittici nella tecnologia di “Slave Machine” e che motiva il pubblico a reagire alle avversità e a non scappare.
Il disco si conclude cupamente con “Speak In Fire”, un pezzo minaccioso fino all’ultima nota che richiama il tema della rabbia senza controllo.
Le Nervosa dimostrano la loro implacabile determinazione e indipendenza con questo sesto album e si consacrano come una delle maggiori band tutta al femminile che padroneggiano la scena metal.
La precisione tecnica supera in questo caso la scelta compositiva e tematica dei brani, piuttosto stagnanti in temi già sentiti più volte.
Nonostante alcune parti un po’ prolisse, Slave Machine si rivela essere un disco potente e sfacciato, assolutamente da ammirare e da ascoltare dal vivo!



