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Morte ai diritti. Evidentemente i diritti ad una formazione stabile, visto e considerato che l’attuale situazione geopolitica non sembra presentare particolari problematiche di sorta.
Altro terremotante cambio della quasi totalità dei membri, altro scambio al vetriolo tra alcuni ex e Vanderhoof, che come ci ha abituato tira dritto senza curarsi del punto di vista altrui.
Queste “commistioni fra gruppi” non hanno mai richiamato troppa attenzione in chi scrive, soprattutto in “tarda età”, ma indubbiamente in termini qualitativi non si può dire che il gruppo non ne abbia giovato. Va per caso ricordato che sono entrati in formazione dei pezzi da novanta del Metal statunitense? Nel dubbio leggete la formazione riportata, il ritardo nella stesura di questo articolo (mea culpa) ha fatto sì che tutti, ma proprio tutti, si siano già fatti un’idea dei Metal Church A.D. MMXXVI.
Se Stet Howland garantiva solidità con il suo batterismo quadrato, Ken Mary è più dinamico, uno stile molto più vario sulla falsa riga dell’inarrivabile Kirk Arrington. Stesso discorso per l’avvicendamento Unger/Ellefson.
Paragoni forzati col passato vocale del gruppo meglio tralasciarli; pur provando a chiudere gli occhi e dimenticare che non siamo negli anni 80, Allen non è Wayne, senza nulla togliere all’ottima preparazione che ha fatto di lui un cantante superlativo ed un turnista coi fiocchi, dandone ancora una volta dimostrazione.
Sarebbe ingiusto definire Dead To Rights solo come un buon album di mestiere, ma qualche richiamo a soluzioni già sentite in passato c’è; la qualità ed il variegato universo di riff e soluzioni armoniche di Vanderhoof è sempre una garanzia, ma è anche vero che lo stile si solidifica e si consolida con gli anni, portando talvolta a “standard” strumentali dei quali il medesimo compositore nemmeno si avvede. Ma diciamocelo, se il buon Mike Howe era solito appellarlo come Riff Master, un motivo ci sarà pur stato.
I due singoli pubblicati, “F.A.F.O.” e “Brainwash Game”, hanno dato in pasto agli ultras dei Metal Church il lato più thrash del nuovo capitolo discografico, ma è scavando nelle ulteriori tracce che si trovano le peculiarità del suono primigenio del gruppo. Poi arriva “No Memory”, e anche stavolta il gruppo materializza la perla da lasciare ai posteri; una volta ancora il detto “la classe non è acqua” assume i connotati di verità assoluta.
In conclusione, possiamo parlare del solito ottimo album dei Metal Church? Assolutamente, resta da capire se passerà la prova del tempo e tornerà la voglia di riascoltarlo, la stessa che porta ad intervalli irregolari – ma sempre contemplati – a rimettere sul piatto Metal Church, The Dark, Blessing In Disguise, The Human Factor e Hanging In The Balance.
Sogno o son desto? È appena parso di vedere una chitarra cruciforme risorgere da quel desolato campo… sarà la stanchezza che gioca brutti scherzi, ma se non lo fosse? Rimettiamo su Dead To Rights nel dubbio…



