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Pillole d’Acciaio, edizione 2026! La redazione di Heavy Metal Webzine non si ferma!!!
Premessa: negli ultimi anni sono aumentate in modo esagerato le pubblicazioni musicali (in ogni settore). Solo nel genere heavy, che include una miriade di
sottogeneri ed un quantità esagerata di gruppi underground, sono decine di migliaia i demo, gli EP, gli album…Impossibile seguire tutto? Certo, soprattutto se ci si allontana dai gruppi TOP e si scende verso l’oscurità. Ci sono artisti validi che passano in secondo piano e potevamo noi forse dimenticarli? NO!
Da qui la necessità di creare una serie di articoli/pubblicazioni oltre la classica recensione, che prevede ascolti e tempi di realizzazione più lunghi. Una sorta di breve presentazione di artisti ed uscite, come una volta si poteva trovare sulle riviste di settore.
Ricordatevi di ascoltare il nostro Dottore. Benvenuti a Pillole D’Acciaio!!!
Iron Brigade – Ill Fated Voyage (Stormspell Records)
Con il loro EP autoprodotto Winds Of War, uscito nel 2021, gli Iron Brigade mi avevano donato buone sensazioni, motivo per cui ho atteso il loro disco d’esordio Ill Fated Voyage animato dalla stessa curiosità con cui diversi colleghi, qui in redazione, hanno atteso l’ultimo album dei Megadeth. Il gruppo di Pittsburgh, Pennsylvania, si presenta rinnovato per tre quinti, con due nuovi chitarristi ed un cantante che vanno ad affiancarsi alla confermatissima sezione ritmica; qualche cambiamento va segnalato anche in termini musicali: parliamo sempre di muscolare acciaio americano ma dalla forma un po’ più strutturata o, se vogliamo, meno lineare rispetto al recente passato. In termini di rimandi sonori, gli Iron Brigade mi hanno ricordato la potenza, la ruvidità ed il gusto melodico di gruppi come Attacker, Ruthless e Gothic Knights a cui aggiungere una spolverata degli immancabili Iron Maiden, presenti ed influenti sul comparto chitarre come nella vocalità di Daniel Butch, molto vicina a quella di Bruce Dickinson. Sempre ben udibile il basso – il che, per me, rappresenta un valore aggiunto – e, complessivamente, molto buona la produzione, dai suoni definiti ma non troppo, adatta alla proposta del gruppo d’oltreoceano. “Crusader” ed “Herculean Destiny” ben rappresentano un disco dai contenuti piuttosto piacevoli ma che, per quanto mi riguarda, faticano un bel po’ a rimanere impressi nella mia memoria. Dunque, Ill Fated Voyage può certamente solleticare l’interesse degli amanti del genere, ma va preso per quello che è, ovvero un album solido, anche ben fatto, ma non imperdibile. (Luca Avalon)
Cruel Force – Haneda (Shadow Kingdom)
Quarto parto discografico per il quartetto tedesco dei Cruel Force che qui si affrancano della già esigua componente black per dedicarsi interamente ad un puro speed-thrash, grazie soprattutto a suoni più nitidi e all’impostazione meno estrema della voce di Carnivore. “Whips A Swinging” parte fulminea tra tempi serratissimi, chitarre tritaossa e rullate demoniache per poi giungere a un piacevole break molto simile a quello presente in “Wake Up Dead” dei Megadeth. Anche “Savage Gods” si discosta dallo speed più grezzo, grazie a un ritornello di facile presa, assoli più
studiati e un buon lavoro della sezione ritmica, pur non rinunciando al furore tipico del genere. “Sword Of Iron” stupisce per i rallentamenti che fanno spazio a due buoni assoli ipermelodici e successivamente il gruppo si concede anche la valida “Crystal Skull”, un piacevolissimo episodio strumentale ben congeniato che sfocia in “Warlords”, altro pezzo più che valido. Il lavoro continua tra riff che richiamano i primi Whiplash, Slayer e Death Angel e ritmiche forsennate, almeno sino al pezzo che dà il titolo all’album, composizione più lunga e complessa che, dopo i primi minuti di sfuriate sonore, si snoda su toni epici, tramite una lunga parte strumentale nella quale spicca l’estro del chitarrista Slaughter. I Cruel Force con questo lavoro hanno ingranato la marcia giusta per imporsi tra i migliori nuovi interpreti del genere. (Metauro Trebisonda)
Hooks & Bones – One Sunk Into The Cobra’s Nest (autoproduzione)
Thrash Metal, Crossover, Hardcore… gli elementi che contraddistinguono questi generi ci sono tutti nel debutto datato 2025 del quartetto normanno Hooks & Bones. Il promo fisico è arrivato a tempo debito in redazione, la loro sfortuna è stata l’assegnazione al sottoscritto, che perso nei meandri d’altro ha bellamente dimenticato di raccontarvi One Sunk Into The Cobra’s Nest. Nei brevi minuti – come da manuale – che costituiscono questo disco, poco più di 21 per la precisione, il quartetto condensa la lezione appresa dalle influenze citate nella loro presentazione, tra metal, thrashcore, un briciolo di grind e tanto. One Sunk Into The Cobra’s Nest finisce per fomentare l’ascoltatore, che si ritrova (bonariamente) straniato dai repentini cambi di tempo ed umore. Le armonie che escono dalla chitarra di Amaury hanno indubbio gusto, e stupisce non poco la fase solista – seppur relegata a pochi episodi – caratteristica che definire rara nel genere non è sicuramente un azzardo.
Un disco divertente, palese dire che non stanchi per via dell’immediatezza, con episodi che potremmo definire standard per il genere (“Life Around The Corner”, nella sua costruzione ed atmosfera, è l’esempio più calzante). Insomma, orecchiabile per chi mastica la proposta, che potrà ritrovarsi a citare rimandi a Sick Of It All, Municipal Waste, ma anche Anthrax, S.O.D. e compagnia thrash cantante; non c’è nulla di male, anche i Nostri sicuramente nascono prima come fan, e tributano così i propri eroi.
L’unico appunto che mi sento di fare è sulla scheda inviata a corredo del promo, esclusivamente in lingua francese: sarebbe d’uopo una versione in lingua inglese per gli stati non francofoni.
Attenti a non cadere nel nido del cobra, ma se anche fosse, in questo caso sarà una bella esperienza. (Pol)
Starlight Ritual – Rogue Angels (High Roller Records)
Secondo lavoro di inediti per gli Starlight Ritual che, a quattro anni dal debutto Sealed In Starlight, pubblicano Rogue Angels sotto l’egida della blasonata High Roller Records. Il nuovo album porta in dote una formazione ridottasi a tre elementi, con il basso ora imbracciato dal cantante Damian Ritual, il passaggio dietro le pelli di J. F. Bertrand e Dan Toupin che, oltre ad occuparsi delle parti di chitarra, si fa carico anche delle tastiere. Non sono mutate le sonorità, con il trio canadese intento a percorrere un sentiero lastricato di heavy metal tradizionale, particolarmente affascinante grazie ad un’azzeccata miscela che prevede la solidità dell’acciaio americano, l’heavy metal inglese più gagliardo ed una corposa spolverata di hard rock, oltre ad un bel gusto per la melodia: ciò di cui avevo goduto sul disco d’esordio, ma con una produzione dai suoni leggermente meno datati, fattore che permette di apprezzare maggiormente la grintosa proposta del gruppo. In generale, la scaletta si presenta piuttosto livellata in termini di qualità dei brani anche se, personalmente, devo ammettere di preferire i pezzi più diretti e taglienti come l’esplosiva “ Far Beyond The Storm”, il singolo “Omenkillers” e la successiva “The Law”: in ogni caso, il disco è davvero piacevole e ben fatto e, come il suo predecessore, vi ritroverete ad ascoltarlo con un ampio sorriso stampato sul viso! Oggi come nel 2021, concludo con una menzione di lode per l’epica copertina firmata dall’artista Marie-Pier Lapointe ed una raccomandazione: se, a suo tempo, il primo album degli Starlight Ritual vi era piaciuto, buttatevi a capofitto su Rogue Angels, ne sarete decisamente soddisfatti. (Luca Avalon)



