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Tornano in pompa magna i maestri svedesi del progressive metal malinconico, Evergrey, che grazie a Napalm Records pubblicano Architects Of A New Weave.
Un disco che segna un nuovo passaggio nella prolifica discografia della band di Göteborg a soli due anni dal procedente Theories of Emptiness, e che a causa dell’abbandono dello storico chitarrista Henrik Danhage, vede i soli Rikard Zander alle tastiere e il compositore e voce Tom Englund come unici membri storici rimasti. Già in sede live abbiamo trovato il nuovo Stephen Platt (Scar Symmetry) a supportare Englund alle chitarre, ma nel disco tutti i solisti sono stati affidati al mastermind e al bassista Johan Niemann.
Stilisticamente non ci sono grosse novità per chi segue gli Evergrey e si ritroverà a suo agio, continuando esattamente dove il precedente Theory Of Emptiness ci aveva lasciati, ma inserendo alcune velate novità. In primis la prova al microfono di Tom Englund è forse una delle migliori degli ultimi dieci anni, un cantato vario ed emozionale che sa trasmettere tutto ciò che viene scritto nei testi e proprio nei testi giace una nuova sensazione di appagamento, che prende lo spazio della tristezza e della malinconia e ha sempre pervaso l’ambiente musicale degli Evergrey. Molto interessante la parte tecnica della produzione ad opera di Nolly che riesce a tenere molto presenti le basse frequenze e dona al suono degli Evergrey una pesantezza impressionante, forse mai così intenso, sebbene in certi frangenti la cassa della batteria di Simen Sandnes risulti un po’ invadente. A completare la parte pesante del suono è il basso di Johan Niemann, mai così presente come in questo album e è subito “The Shadow Self” che lo presenta come grande protagonista, supportato nelle parti melodiche dalle tastiere. L’effetto è un classico stile Evergrey in cui il ritornello armonico esplode dopo una parte incentrata su ritmiche obbligate e aggressive, ma il risultato è più che apprezzabile quando le melodie diventano orecchiabili e facilmente cantabili. Da subito si può apprezzare come si diceva poco fa la prova dietro al microfono di Englund. Il singolo che dà il titolo al disco “Architects Of The New Weave” si regge su una struttura più rock, senza essere commerciale, con qualche innesto di doppia cassa e con una buona dose di tastiere sintetiche e un cantato anche qui di facile presa.
Un testo molto emozionale sul senso di colpa accompagna il secondo singolo “The World Is On Fire”, canzone molto più facile e diretta che gode di una buona parte solista, ma che onestamente colpisce meno di altri brani ugualmente strutturati da singolo come la successiva “Heaven”, che grazie ad ritmo più incalzante risulta meglio congeniata, forse leggermente legata alle produzione degli album precedenti.
Ho trovato davvero interessante “The Script”, brano intimista che costruisce un ottimo crescendo nella sua prima parte per caricare nel suo proseguo, con parti di tastiera a strutturare l’armonia che diventano il tema centrale del brano, relegando le chitarre a ritmica di supporto al basso.
Leggermente più positiva “Leaving The Emptiness” ci riporta su tempi incalzanti e le parti di batteria di Sandnes si fanno dinamiche e dirette, in puro stile hard rock, mentre un Englund ispirato ci racconta di come lasciarsi alle spalle solitudine e spezzare le catene che ci impediscono il cambiamento, il vuoto che stiamo lasciando nel titolo della canzone. Una vera evoluzione degli Evergrey anche stilisticamente nei testi, non più legati solo alla negatività dei sentimenti oscuri, ma una luce cui si può arrivare con un percorso interiore, una speranza che non è vacua, ma tangibile.
Un album questo che si apre all’intimità con “Longing” e la necessità di essere ascoltati, un brano di base lento ma con una componente emotiva forte espressa sia dalle tastiere di Zander che da una pregevole parte solista delle chitarre di Englund.
“Burning Flame” vede invece la presenza del conterraneo svedese Mikael Stanne (Dark Tranquillity), brano potente, in cui il contrappunto creato dalle due voci pulite di Stanne ed Englund crea un intreccio narrativo che spinge a fermarci per ragionare sul percorso fatto e se non ci siano strade alternative che siano meno dolorose. Personalmente non ho trovato l’ospitata di Stanne molto incisiva, lo preferisco nella sua forma vocale estrema in scream/growl, stesso effetto che ho avuto con i suoi Cemetery Skyline.
Un altro brano invece davvero pregevole è la conclusiva “The Prophecy” di nuovo guidata dal piano e tastiere di Zander ma che riesce a sommare tutti gli elementi del suono Evergrey e a creare un’atmosfera davvero suggestiva che alterna parti lente, ma ritmate e strofe più intime con solo piano e voce.
La copertina ad opera di Mattias Norén per ProgArt Media racchiude l’aspetto visivo in maniera coerente questo Architects Of A New Weave, consegnandoci, di nuovo, gli Evergrey in forma ispirata e capaci di affrontare anche dei cambi di formazione importanti.



