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Tre anni dopo l’ultima comparsata – Djent is not a genre – la band oltreoceano più iconica del settore detto appunto djent – la d è muta come per Django – rientra dalla porta principale della scena musicale con il suo ultimo prodotto: A Pale White Dot.
Stiamo ovviamente parlando degli enormissimi Periphery!
Dodici brani per 47 minuti di musica sono già un dato estremamente interessante, perché rispetto agli album precedenti (spesso oltre un’ora di ascolto) i Periphery abbreviano la durata media della loro canzone. Bene o male? Dipende. Dalla musica, sempre. Personalmente non ho mai dato troppa importanza al tempo di ascolto: se la canzone fluisce passa in un attimo, se è una merda al contrario anche due minuti sono troppi.
Dopo un paio di ascolti, invece, credo che sia una scelta azzeccata da un punto di vista artistico, perché il difetto che ho sempre trovato alla band è che nonostante le grandi qualità espressive, la versatilità e le capacità tecniche, spesso si perdevano (a mio avviso) in inutili orpelli tecnici.
Essi allungavano il tempo di ascolto facendo, però, perdere l’impatto emotivo che sono in grado di dare. A questo giro questa caratteristica è sapientemente contenuta: i Periphery vanno al nocciolo della questione! Nota super positiva per me…
Riesco ad apprezzare l’intensità dei riff super pesanti; il cambiamento ritmico e dinamico; gli accenti melodici e quelli growl: un mix che in quest’album raggiunge un livello altissimo di armonia.
La cosa si percepisce sin dall’inizio, ma è in pezzi come “Mr. God” e “Heaven On High” che si può apprezzare al massimo. Non ci sono schemi fissi, ma momenti bellissimi.
Il lato melodico della voce – ovvero quel fenomeno pirotecnico di nome Spencer Sotelo – e quello aggressivo in quest’album sono assolutamente centrali: una scelta pop?
Calma…è presto per dire se la è questa la strada imboccata; a mio giudizio è un primo riequilibrio, o piuttosto un momento.
Sì, perché dal punto di vista compositivo rimangono sempre loro, sia nel sound che nella ritmica.
Se fino a ieri Misha Mansoor la faceva più da padrone, oppure – meglio dire – si metteva più avanti nella composizione e nel mix, A Pale White Dot premia senza dubbio l’armonia compositiva grazie alla preminenza della voce.
Ci sono dei cambi di marcia come tra “Subhuman” e “Blackwall” davvero molto belli e stimolanti. Soprattutto non c’è mai un punto dell’album in cui nasce qualcosa che ti aspetti già. Apprezzabili e ballabili anche “Carry On” e soprattutto “Everyone Dies Alone”.
Si sente che si sono divertiti a fare questo album, ed è divertente ascoltare. In generale, il disco mi piace molto. Il migliore della storia dei Periphery? Non ho ancora una certezza molto forte, ma potrei dire che sicuramente lo riascolterò, al contrario dei precedenti.
Voi che ne pensate?



