VOIVOD + Syk + Ural – 10/07/2026 – Slaughter Club, Paderno Dugnano (Mi)


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Frantic Fest 2026 Warm Up

VOIVOD + Syk + Ural

Slaughter Club, Paderno Dugnano (Mi)

10 luglio 2026

Mi ritrovo nuovamente ad avere a che fare con un concerto e il suo relativo  spostamento di location. Solo che questa volta la comunicazione arriva improvvisa e spaventa un po’ tutti i fan Voivod. E sì, perché poche settimane fa il Legend Club ha dovuto chiudere le sue attività per un periodo imprecisato e, visto il poco tempo a disposizione per ovviare al problema, si è temuto il peggio. Fortunatamente l’organizzazione è riuscita a risolvere il tutto con prontezza spostando baracca e burattini allo Slaughter Club di Paderno Dugnano, sempre nel milanese. Un plauso a chi di dovere.

E a quanto pare, anche gli stessi Voivod hanno avuto un problemino interno da risolvere, del tipo sostituire temporaneamente il cantante una quindicina di giorni prima di partire per il tour europeo! E anche qui gli dei del metal sono venuti incontro alla band e ai loro discepoli nella forma di Eric Forrest, che ha risposto alla domanda d’aiuto del gruppo canadese prendendo il posto dello sfortunato Snake, a cui auguriamo di risolvere al meglio i problemi famigliari che hanno impedito la sua presenza per queste date nel Vecchio Continente.

Sinceramente temevo un terzo intoppo, il caro adagio “non c’è due senza tre” è sempre lì, dietro l’angolo, pronto ad entrare in azione in qualsiasi istante, ma, eccezionalmente, pare non si sia manifestato.

E concerto fu.

Chi vi scrive ha un debole , una sorta di preferenza, una certa simpatia, insomma, ha un’adorazione praticamente totale per due gruppi in particolare: I Coroner e i suddetti Voivod. Quindi ho vissuto l’avvicinamento al live di Paderno Dugnano con la mia solita euforia mista ad eccitazione e ad  un timore apocalittico che non vi dico.

Li ho visti svariate volte, ma mai con Eric alla voce. Aggiungiamo poi che lo Slaughter Club mi ha positivamente stupito con l’installazione di nuovi ventilatori che hanno mitigato la temperatura interna rendendola sopportabile, e,  che altro dire, alla fin fine non tutti i mali vengono per nuocere.

Dopo aver parcheggiato comodamente davanti all’ingresso, mi mangio voracemente due tranci di pizza rossa, al posto dei soliti panini con la frittata a causa di un clamoroso errore dovuto alla fretta,  accompagnati da due litri di acqua gelata,  e mi piazzo in fila pronto ad entrare. Un clamoroso errore che non è nulla rispetto a quello che vi descriverò nella parte conclusiva del report.

Qualcuno in coda è già presente e, da quanto sentito, di pubblico dovrebbe essercene parecchio. Io poi faccio parte di quelli che vogliono ascoltare tutti i gruppi in cartellone, nessuno escluso, e di conseguenza le due band in apertura, i Syk e gli Ural, me li voglio gustare come antipasto prima della portata principale.

I secondi li conosco bene, anch’essi torinesi come me, mentre i primi non li conosco se non di nome e questa serata sarà l’occasione per rompere il ghiaccio.

L’ora è arrivata, inizia la serata (hai capito che rima ho tirato fuori…).

Il gruppo torinese ha da poco pubblicato il suo ultimo disco, Anthropic Genetic Involution, e questa sera, complice la “sola” mezz’ora a disposizione, ce ne offre un assaggio con tre brani.

Gli Ural sono una band che fa del thrash metal la propria bandiera e un loro live è sempre un concentrato di adrenalina e sudore. Il palco non regala spazi di movimento, ma Andrea riesce comunque a dimostrarsi il solito frontman perfetto per questo genere di musica. Un animale impazzito che non sta fermo un secondo e che credo riuscirebbe a pogare anche in una cella di isolamento di un metro quadrato.

La loro esibizione si apre con la nuova  “Extreme Paranoia” e via, subito aggressivi, subito brutali. “Blood Red Sand”, dal precedente Psychoverse, continua a picchiare duro ed è chiaro a tutti che il thrash lo conoscono bene, è il loro pane. “Rat In The Cage” e “Heritage” sono pezzi che non danno tregua al filo del discorso, si continua duro, se non ti piace il thrash, questo non è il tuo posto amico.

Le chitarre di Luca e Alex viaggiano a meraviglia e i suoni sono più che buoni. Dalla transenna, dove mi sono posizionato (chissà come mai…), si sente bene , gli strumenti sono ben distinti e si possono apprezzare le doti dei diversi musicisti. Stefano, il cui volto è perennemente coperto dalla lunga chioma, imperversa (termine calcistico che ci sta, ci sono i mondiali) senza tregua con il suo basso a sei corde e Filippo tiene botta sudando e martellando dall’inizio alla fine.

Si chiude con “Terror Eyes” e “So What”. Trenta minuti di pura energia. Il responso del pubblico è positivo, tanto che vengo mandato da Filippo al banchetto del merch in qualità di venditore e controllore perché i presenti si riversano immediatamente al tavolo per gli acquisti senza dare tempo ai ragazzi di scendere dal palco. Fortunatamente sopraggiunge Andrea a sostituirmi perchè sicuramente avrei finito per fare danni.

Ho ascoltato Anthropic Genetic Involution, fatelo anche voi. Ne vale la pena.

Scaletta Ural

01. Extreme Paranoia
02. Blood Red Sand
03. Rat In The Cage
04. Heritage
05. Break The Fall
06. Terror Eyes
07. So What

Formazione Ural

Andrea Calviello – Voce
Alex Gervasoni – Chitarra
Luca Maggi – Chitarra
Stefano Cipriano Moliner – Basso
Filippo Torno – Batteria

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Tocca ai Syk continuare a tenere il pubblico in temperatura e credo che ci siano riusciti. A giudicare dalla reazione della gente mi è sembrato che la prestazione sia stata gradita. Da parte mia posso dire che ho visto un grande impegno da parte dei ragazzi, ma purtroppo i suoni impastati non hanno aiutato la band. La voce e il basso si sentivano poco e le chitarre si mescolavano l’un con l’altra e, per me che non conoscevo i pezzi, è stata dura riuscire a capirci qualcosa. Come genere direi che death e djent li possa descrivere abbastanza bene, aggiungendo anche del progressive in certi passaggi che sicuramente non guasta ma arricchisce.

Nel doppio ruolo, di cantante e chitarrista, Stefano ha avuto il suo bel da fare, e nei momenti in cui la voce si è sentita meglio, devo dire che il suo cantato si è rivelato incisivo e profondo. I pezzi sono tutti dal loro ultimo album, EartHFlesh, uscito due anni fa tramite Season Of Mist.

Come dichiarato dal cantante, senza i Voivod con ci sarebbero stati i Syk, e questo lo si avverte soprattutto nelle parti più prog, dove l’influenza dei canadesi ha probabilmente svolto un ruolo fondamentale nella struttura dei loro brani. I pezzi sono articolati e di una durata importante, e, ora che sto scrivendo  il report con EartHFlesh in sottofondo, posso dire che sono sicuramente validi.

Mi ha impressionato la prova del batterista, Federico Leone. Fantasia, precisione e velocità. Esibizione maiuscola da sottolineare. Belli gli assoli di Marcello che, in qualche modo, riuscivano ogni tanto ad emergere e a distinguersi in modo nitido. Alan al basso è stato visivamente d’impatto, ma, purtroppo, il suo strumento è stato quello maggiormente penalizzato.

L’ultimo pezzo ha avuto il suono migliore e direi perfetto. Ovviamente, se deve succedere, questo succede quando si è alla fine… Quindi, posso affermare con assoluta onestà intellettuale che mi sia piaciuto così come l’introduzione di Stefano, una pura, semplice e sentita invettiva contro i poteri forti governativi che stanno distruggendo e massacrando beatamente e impunemente in giro per il mondo.

Mi riprometto di rivederle i Syk in una situazione più favorevole perché in questo caso non posso andare oltre con il mio giudizio.

Scaletta Syk

01. I Am The Beast
02. Where I’m Going There’s No Light
03. EartHFlesh
04. The Sermon
05. The Cross
06. For To Themselves I Left Them

Formazione Syk

Stefano Ferrian – Voce, Chitarra
Marcello Cravini – Chitarra
Alan La Roca – Basso
Federico Leone – Batteria

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E poi ci sono loro, i Voivod. Piazzato in transenna aspetto con ansia e trepidazione l’inizio. Eccoli di fianco al palco, si radunano in cerchio, battono il pugno l’un con l’altro, in particolare con Eric, e poi salgono sul palco. Away è il primo, lo segue Chewy e infine Rocky. Parte “Rise” ed è il tripudio. Dopo qualche secondo dall’ inizio fa il suo ingresso anche E-Force e la gente impazzisce. Questi musicisti hanno già una “certa”, eppure non lo diresti mai. Io non ragiono già più e mi sporgo dalle transenne, quasi a toccare il palco, cantando, o meglio gridando, come un forsennato e vi dico con un certo imbarazzo che dalla prima nota emessa  ho perso la mia capacità oggettiva di valutazione.

Il cantante sostituto si aiuta con un leggio elettronico, d’altronde il tempo a sua disposizione dalla chiamata è stato pochissimo e i pezzi, chiamiamoli “suoi”, si contano sulle dita di una mano, ma la grinta, la passione e la cazzimm’ che ci mette sono quasi commoventi.

“Obsolete Beings” e “Ravenous Medicine” continuano il viaggio trionfale della band in quel di Paderno Dugnano. La gente sembra impazzita, grida il loro nome tra un pezzo e l’altro, continuamente, e i “ragazzi” sul palco sono visibilmente soddisfatti e divertiti. Chewy è il solito folle, sguardi allucinati, sorrisi a tutti, headbanging e salti a più non posso. Rocky non è da meno, se la gode e non sta fermo un attimo.

A un certo punto c’è stato il doveroso e immancabile il tributo a Piggy.

“The Unknown …”. “Know” urla il pubblico. E via con un classicone che precede la sfuriata di “Tribal Convinctions” e “The Prow”. Non c’è il tempo per respirare e partono con “Ripping Headaches” e “Nanoman” e qui Eric ha uno dei pochi momenti in cui può lasciare il leggio e andare libero in giro per il palco. E vederlo senza strumento in mano e in modalità solo cantante fa impressione. Ma si dimostra all’altezza, le movenze da frontman ci sono, bravo E-Force. Ad un certo punto si toglie la maglietta e si trasforma in un Iggy Pop metal. Fantastico. Questi il palco se lo mangiano a colazione.

Away e la sua batteria essenziale. Ci vorrebbe un capitolo a parte per questo batterista. Poco appariscente, essenziale, è il motore e la parte artistica del gruppo. Una bravura e un’umiltà incredibile. Ragazzi, Michel Langevin è semplicemente l’anima e il cuore pulsante dei Voivod.

“Nuclear War” e Fix My Heart” devastano il devastabile con tutti noi che urliamo a squarciagola i vari ritornelli prima di riposarci e rilassarci un attimo con “Astronomy Domine”, dedicata a Snake.

Siamo alla fine e solo un brano può concludere un live dei canadesi, “Voivod”. Punto.

Piaciuti? Parecchio. Dal vivo non mi hanno mai deluso, mai. D’altronde, come potrebbero?

Scaletta Voivod

01. Rise
02. Obsolete Beings
03. Ravenous Medicine
04. The Unknown Knows
05. Tribal Convinctions
06. The Prow
07. Ripping Headaches
08. Nanoman
09. Nuclear War
10. Fix My Heart
11. Astronomy Domine
12. Voivod

Formazione Voivod

Eric “E-Force” Forrest – Chitarra
Daniel “chewy” Mongrain – Chitarra
Dominic “Rocky” Laroche – Basso
Michel “Away” Langevin – Batteria

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Un’ora di concerto per I Voivod. D’altronde il buon Eric ha avuto poco tempo per prepararsi e questa di Milano, pardon Paderno Dugnano, è stata la sua prima data da sostituto. Possiamo comprendere.

Li ho trovati incredibilmente in forma e sul pezzo, carichi e, soprattutto, una squadra. È stato un continuo scambi di sguardi tra il cantante e il resto della band, un continuo supporto l’un con l’altro e un continuo scambio di sorrisi e incoraggiamenti che ha esaltato la platea all’inverosimile. L’impressione è stata quella di una famiglia, bellissimo.

Come sempre la disponibilità verso il pubblico non finisce all’ultima canzone, ma continua anche dopo, presentandosi sempre dopo lo show al banchetto del merch per firme, foto e quant’altro. Mi mancava la foto con Eric e, sì, quando l’ho fatta, mi sono emozionato. Sono cresciuto con i Voivod, concedetemelo.

In apertura di report vi ho accennato di un altro clamoroso errore che ho fatto a causa della fretta. Oltre a quello del cibo. Ebbene, mi sono portato un disco da autografare, ma ho sbagliato e al posto di “Phobos” ho preso “Morgoth Tales”, l’ultimo album, ovviamente senza Eric. Quando ho aperto il baule della macchina e mi sono accorto del misfatto, apriti cielo. Li ho tirati giù tutti, quelli dal primo gennaio fino all’ultimo del trentuno dicembre. Tutti, nessuno escluso.

Solitario viaggio di ritorno con un pensiero fisso in testa: maledetto chi ha inventato il “non c’è due senza tre”. Maledetto.

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