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Mentre completo questa recensione, ovviamente in colossale ritardo, il mondo del power metal è in subbuglio: gli Edguy hanno annunciato lo show della reunion, e si vocifera addirittura di un possibile tour… credo che anche gli svedesi Evermore potranno trarre qualche giovamento da questo insperato ritorno, perché, fra le nuove leve, mi sembrano fra coloro che hanno meglio assimilato il sacro verbo di Sammet e soci.
La band, va detto subito a scanso di equivoci, non è certo composta da ragazzini: fondata ormai dieci anni fa, oltre a questo convincente Mournbraid ha all’attivo altri due dischi e un EP. Ricordo di aver ascoltato il debut Court Of The Tyrant King, che non mi colpì granché, per cui ho saltato a piè pari il successivo In Memoriam. Mi sembra che oggi gli scandinavi abbiano dato alle stampe un lavoro molto convincente.
“Underdark”, che curiosamente non è ‘allineata’ alla intro, dalla quale stacca con una certa dissonanza, è un’ottima canzone: mette assieme (l’ho già annunciato e li citerò spesso) qualcosa degli Edguy più energici, quelli di Theater Of Salvation, e qualcosa degli ultimi Nocturnal Rites, conservando peraltro interessanti spunti sinfonici.
Dal canto suo, “Nightstar Odyssey” è un mid-tempo solenne, di sostanza, guidato da tastiere imponenti, con un ritornello alla Mob Rules che soddisfa appieno. Al netto delle chitarre acustiche presenti in qualche passaggio, anche “Oath Of Apathy” riecheggia dei vecchi Edguy, e anzi nel finale è evidente che Johan Haraldsson tenta di emulare la timbrica di Tobias Sammet: il risultato non è malvagio, anche se devo dire che l’originale è su un altro livello. Ha un che di trionfale la veloce “The Illusionist (Raise The Curtain)”, mentre “Armored Will” aumenta in aggressività, rivelandosi un inno in onore dell’heavy metal con una vaga aura hammerfalliana. La titletrack vive del contrasto fra la strofa arcigna e il ritornello ipermelodico (e ancora una volta azzeccatissimo!). Si chiude con una ballad pianistica raffinata, sempre e comunque nello spirito delle composizioni di Tobias Sammet: “Old Man’s Tale”.
In uno scenario in cui ormai possiamo parlare di ‘terza generazione’ del power, in cui è difficilissimo farsi notare, gli Evermore riescono nella piccola impresa di creare un disco non scontato, citazionista senza essere copione, e animato da una manciata di buoni brani: non mi sembra affatto poco. Bravi!



