THE HU – Hun

Titolo: Hun
Autore: The Hu
Nazione: Mongolia
Genere: Hunnu Rock / Folk Metal
Anno: 2026
Etichetta: Better Noise Records

Formazione:

Gala – Voce, Morin Khuur
Enkush – Morin Khuur, voce
Jaya – Jaw Harp, Tsuur, Flauto, voce
Temka – Tovshuur


Tracce:
  1. Warrior Chant
  2. Lost Soul (feat. Jonny Hawkins)
  3. The Men
  4. Echoes of My Father
  5. Shadow
  6. Horsemen
  7. Greed
  8. The Real You
  9. Grey Hun
  10. Universe
  11. Second Face

Voto del redattore HMW: 6,5/10

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Ok, lo ammetto perfino io: The Hu sono state una delle poche novità dell’ultimo decennio nei ‘generi classici’ del metal, e quando è uscito The Gereg, nel 2019, ho suscitato la riprovazione dei defenders dichiarando che il disco mi era piaciuto, e anche molto. Cioè, la titletrack sono praticamente i Wardruna se usassero la batteria e fossero improvvisamente trapiantati a 10.000 km di distanza dai fiordi norvegesi, mentre “Wolf Totem” è il più classico del 4/4 heavy metal anni ’80, ma con il throat signing e una pletora di strumenti tradizionali che non ho la più pallida idea di come si chiamino (ed era pure accompagnato da un video di un grezzume assolutamente sublime)… che volete di più?

La band ha ottenuto l’esposizione mediatica e la fama che a mio parere meritava, ha girato il mondo (letteralmente), ha collaborato con artisti diversissimi… per poi produrre un secondo disco veramente piatto e scialbo, Rumble Of Thunder, dedito semplicemente al riciclo (neanche tanto creativo) di quello che era già stato fatto. E ovviamente è stato un successo lo stesso! Per cui adesso i nostri sono una istituzione in Mongolia, intercettano un pubblico vastissimo, ben oltre la fascia dell’ascoltatore medio del metal, e dichiarano (chiamateli scemi) che si guarderanno dal “put a limit on the versatility of the Hunnu Rock genre – from hip-hop to heavy metal, we have the range to do that”.

Con una presentazione del genere, intuiamo cosa aspettarci: “Hun”, il terzo disco della band asiatica, si allontana sempre più dal metal per consolidare il successo planetario. È un bel disco? È meglio di Rumble Of Thunder, ma non ci voleva molto. È un disco metal? No (ma del resto i nostri lo hanno dichiarato chiaramente). Ha qualche bel brano? Sì. È furbo? Sì, in modo irritante, nel suo rischiare il minimo indispensabile (quasi zero) e nel suo ammiccare agli algoritmi di Spotify e ai 15enni che si sentono alternativi. E tutto questo, indovinate come può mai essere giudicato dal sottoscritto?!

Nelle prime battute, “Warrior Chant” riprende da vicino – oserei dire da vicinissimo – il singolo che ha lanciato la band sul mercato internazionale, ovvero la sopramenzionata “Wolf Totem”, per poi procedere in modo marziale, ma anche senza guizzi particolari, nella riproposizione ‘fedele’ di modelli già sentiti. Poi viene “Lost Soul”, che con il metal non c’entra assolutamente nulla: è un tentativo, che se vogliamo definire generosamente possiamo chiamare ‘maldestro’, di approcciarsi a un altro tipo di pubblico, anche attraverso la collaborazione con Johny Hawkins dei Nothing more (ovviamente non so chi siano, ma immagino voi li conosciate). Preferisco sospendere il giudizio, anziché dire cosa penso di un brano così… sfodera un po’ di grinta la piacevole “The Men”, mentre “Echoes Of My Father” può essere considerata la ballad acustica del disco, con toni pacati che fanno pensare alle steppe sconfinate e (bestemmio) anche al Vintersorg più poetico. Le trame si fanno più intricate in “Horsemen” e in “The Real You”, ma in “Grey Hun” lo stile canoro si fa nuovamente diverso, più ‘moderno’, più ammiccante… non so se anche questo brano è stato selezionato per una diffusione fra i ‘non-metallari’ e onestamente non ho nessuna voglia di indagare in merito. Quasi nove minuti per la sognante “Universe” sono forse troppi; la conclusiva “Second Face”, per quanto gradevole, non aggiunge né toglie nulla all’economia del disco.

The Hu hanno sicuramente qualcosa in più rispetto alle altre band folk metal mongole che li hanno preceduti, come i Tengger Cavalry o i Nine Treasure (qualcuno ricorda mica la mitologica compilation “Mongol Metal”, del 2015? Io ancora la sento qualche volta…). Ma stanno andando verso un sentiero diverso da quello dell’heavy metal. Va benissimo, figurarsi, gli auguro fama e gloria, ma a questo punto preferisco gli Uuhai, che – dal bieco, limitato e astioso punto di vista del sottoscritto – non hanno ‘tradito’ le loro origini e la nostra musica preferita.

Ah, giusto per lamentarmi un’ultima volta: la copertina è veramente brutta.

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