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Per chi ama attaccare il power metal per partito preso, gli StormHammer sono una delle vittime designate (sempre che siano noti ai detrattori): i bavaresi hanno, infatti, tutte le caratteristiche della ‘solita band power metal’, nell’estetica, nel songwriting, nella resa sonora, nei testi… stavolta devo dire che sono un po’ in difficoltà anche io! Questo gruppo ha una carriera lunghissima, più che trentennale, e ha pubblicato, contando anche questo ultimo Wrath Of The Hammer, otto full-length e una raccolta di brani risuonati: eppure devo dire che, pur possedendone più di un loro disco (ricordo con piacere il discreto Signs Of Revolution, del 2009, e il meno brillante Echoes Of A lost Paradise, di sei anni dopo), i tedeschi non mi hanno mai conquistato. Sia chiaro, è tutto in ordine nella resa e nello ‘spirito’, ma ho come l’impressione che ai nostri manchi quell’inventiva che fa la differenza; alla fine dell’ascolto, è rimasto poco in mente. E se questo era già un problema nei primi 2000, quando uscivano, che so, cento dischi power in un anno, come si gestisce nel 2026, quando – la mia fonte sono i Metal Archives aggiornati al 14.08 – in sette mesi e mezzo ne sono già usciti 749, ovvero la stratosferica cifra di 3,3 al giorno?!?
Passiamo allora all’analisi della tracklist: vedrete, come dicevo, che di fatto non ho critiche… me neanche particolari lodi.
Subito la titletrack, serrata (grazie a una sezione ritmica in evidenza, con una batteria thrashy) e contemporaneamente melodica al punto giusto; convincono anche i cori e il ritornello di “Light In The Dark”, che si canta molto facilmente. Alza il tiro “Guardians Of The Night”, animata da un vago afflato epico garantito dalle tastiere e dal rallentamento dei tempi: anche il cantante M. Nox sembra sentirsi più a suo agio e, pur non avendo una voce o una estensione stellare, sfodera una prestazione convincente e coinvolgente. Sento molto gli Orden Ogan in “Veil Of Fire”, altro brano che, pur non potendo assurgere alle vette del genere, è ben strutturato; avrei infatti detto che la produzione fosse di Seeb Levermann, e mi sono stupito quando ho invece letto il nome di Alex Krull. È particolare la conclusiva “The Dune”, che ha dei passaggi che si potrebbero ben definire progressive.
Wrath Of The Hammer ci garantisce tre quarti d’ora di buon power metal, e poco di più; temo che attirerà solo l’attenzione dei completisti.



