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Una copertina fichissima. Macabra ed evocativa al punto giusto allo stesso tempo. Con questa premessa visiva scopro il doom nordico di Maunah. Il loro album di debutto, Hjarta, è di debutto per modo di dire…
Infatti, il frontman Søren Sol Koldsen‑Zederkof porta sulle spalle anni di tour con la folk band nordica Krauka e diversi album solisti acclamati dalla critica. Il chitarrista Mads MP Laursen ha militato in Ironguard ed Encyrcle. Il resto della formazione non è da meno. Risultato? Una chimica “in cui tutte le stelle si allineano” e che si trasforma in oro sonoro!
Sicuramente un sound nordico con tanto veleno nelle vene, ma c’è di più… c’è una costante leggiadria melanconica che ricerca la serenità e la pace. Un orizzonte mistico ben espresso dai lunghi intervalli strumentali di canzoni di durata media di 6 minuti.
Indubbiamente le radici musicali affondano nella tradizione doom scandinava più melodica , ma la band non si accontenta di seguire il canone classico: lo piega, lo deforma, lo contamina. C’è, infatti, sia “un pizzico di folk nordico”, sia “una dose di modern metal”, registrati con la mano pesante di Tue Madsen (The Haunted, Moonspell, Heaven Shall Burn). Il risultato è un suono che non si limita ad essere atmosferico: è cinematografico, stratificato, pieno di dettagli che emergono ascolto dopo ascolto.
Hjarta non è assolutamente un disco in cui un ascolto può bastare a scoprire tutti i nessi che esistono.
Eppure, nonostante la sua complessità, i Maunah non cadono nella trappola del “troppo in troppo poco tempo”: le canzoni respirano, si aprono, si dilatano prima di affondare i loro uncini melodici nelle orecchie. La voce, per esempio, più che cantare evoca delle suggestioni ulteriori, raccolte nell’intreccio sonoro e sprigionate con sapienza stilistica.
Uno degli elementi più affascinanti è l’assenza di una lingua vera e propria: le voci non seguono un lessico, ma un flusso di tono, ritmo e sentimento, “in un’eco del linguaggio umano” . Questo crea un contatto diretto, quasi primordiale, tra voce e musica, che supera la razionalità e punta dritto allo stomaco – ossia, all’amigdala.
E quando la band descrive se stessa come “il suono della disperazione e dei cieli aperti”, “il freddo del suolo della foresta” e “il calore del sole sul volto”, non è poesia da comunicato: è esattamente ciò che Hjarta trasmette. Un disco che alterna gelo e calore, luce e ombra, come se il cuore che gli dà il titolo pompasse davvero sangue e musica insieme.
A tutti gli effetti è un debutto che supera le mie aspettative.
Il quintetto danese entra senza chiedere permesso nel mercato musicale, senza cercare di piacere, senza voler essere classificato.
È doom, sì — ma è anche rituale, natura, ferita, respiro, gelo, fuoco. È un disco che non si limita a suonare, ma che ha la capacità di attraversare l’ascoltatore.
Domanda: canzone preferita? Su tutte “Theinajau” – per la sua poliedricità, l’intreccio stilistico ed il piacere di un richiamo djent che spero di non sentire solo io. In seconda posizione la title track, “Hjarta”, evocativa e commovente.
I Maunah non sono certo una promessa, ma una presenza con le idee molto chiare e granitiche certezze.



