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Metalitalia Festival 2026 – Giorno 1
PARADISE LOST – Amenra – Fleshgod Apocalypse – Harakiri For The Sky – Nocturnal Depression – 1914 – Nero di Marte – Nel Buio
Live Music Club, Trezzo sull’ Adda (Mi)
26 settembre 2026
Primo giorno del Metalitalia Festival. Dopo la bella esperienza al “Warm Up” di ieri sera al Bloom di Mezzago, oggi cominciamo a mettere a dura prova il nostro fisico con otto band di ottimo livello: Paradise Lost, Amenra, Fleshgod Apocalypse, Harakiri For The Sky, Nocturnal Depression, 1914, Nero Di Marte e Nel Buio. Direi che la proposta è molto interessante e abbastanza variegata. Certo, la depressione mista a malinconia e negatività sarà al centro dei testi e della musica di quest’oggi, ma con un bel sorriso stampato in faccia mi accingo a superare questa ventata di allegria che mi aspetta al Live Music Club di Trezzo sull’Adda.
I gruppi li conosco tutti, ma non tutti li seguo. Devo ammettere che ad esempio Amenra e Harakiri For The Sky fanno un genere musicale che non rientra tra le mie corde, ma sono comunque molto curioso di vedere le loro esibizioni.
Arrivato in anticipo alla location, mi metto in coda per entrare e subito mi arriva una brutta notizia, i Paradise Lost hanno dato forfait per il meet & greet. Accetto con rammarico la nefasta comunicazione e impreco come mio solito tralasciando le buone maniere e augurandomi che non succedano altri imprevisti. D’altronde se il gruppo ha preso questa decisione, non è che l’organizzazione possa obbligarli. Spiace per chi si è svegliato all’alba per farsi autografare qualche oggetto, ma è andata così. Nel dubbio mi strizzo con veemenza gli zebedei augurandomi che i Coroner non facciano altrettanto domani.
La sopracitata organizzazione l’ho trovata anche quest’anno impeccabile. Dopo essere riusciti a sostituire in tempo record i Novembre con i Nocturnal Depression (auguriamo il meglio a Carmelo Orlando), hanno saputo gestire nel migliore dei modi i due giorni di festival e il warm up.
Ma ora è il momento di entrare. Giorno uno, si comincia.
Il compito di dare il via al festival tocca ai Nel Buio. Sono un gruppo che ho ascoltato e che, non so perché, da subito mi ha attratto e interessato. Particolari nel loro essere atmosfericamente intriganti, ho apprezzato immediatamente la loro proposta e, pur non essendo un super appassionato di black metal, mi hanno sempre coinvolto emotivamente nei loro viaggi sonori. Ad oggi hanno pubblicato un EP omonimo e un album, anch’esso omonimo, che consiglio vivamente a tutti di ascoltare almeno una volta.
L’impatto visivo crea la giusta atmosfera e gli elementi darkwave, che si intrecciano magicamente alle loro litanie black, esaltano e coinvolgono il pubblico presente in un amalgama di emozioni che fermano il tempo e fanno scorrere la mezz’ora a loro disposizione in un lampo.
Il primo pezzo è “Splendeva Di Vita” e da subito si percepisce che non sarà una prova banale. La ritmica ipnotizza l’ascoltatore e lo trascina nel suo profondo, accompagnato dalle urla di Clod, che interpreta ogni pezzo con grande coinvolgimento ed emotività.
“Sola”, dal loro EP, anticipa l’entrata in scena di Telly Lale. Molto d’impatto l’esibizione della performer, che con la sua danza sinuosa e ammaliante ha arricchito ulteriormente lo spettacolo offertoci dalla band.
Chiudono con “Nel Buio” e “Eppur Perdona.”. La melodia triste dell’ultimo brano rende il finale teso, quasi angosciante. Complimenti a Clod, Neil, Vellacifer e Telly. Superlativi.
Troppo poca la mezz’ora a loro disposizione, appena ho preso il volo e mi sono immerso nella loro onda d’urto, sono dovuto subito tornare a terra perché il tempo a loro disposizione è già finito. Piaciuti parecchio, posso affermare con assoluta certezza che il festival è cominciato nel migliore dei modi. Nel Buio, ricordarsi di questo nome.
Scaletta Nel Buio
01. Splendeva Di Vita
02. Il Buio L’Avvolge
03. Sola
Dance performance di Telly Lale
04. Nel Buio
05. Eppur Perdona.
Formazione Nel Buio
Clod The Ripper – Voce, Basso
Neil Grotti – Chitarra
Vellacifer – Batteria
Telly Lale – Performer
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Rapido cambio di palco e i Nero Di Marte salgono sul palco. Rapido anche perché la band bolognese elimina praticamente tutto l’eliminabile dal palco lasciando al centro della scena solo la propria musica.
La proposta non è sicuramente di facile assimilazione e tantomeno immediata. I quattro brani proposti sono presi dagli ultimi due album, Derivae e Immoto e vanno seguiti con estrema attenzione per poter cogliere ed apprezzare appieno il loro discorso musicale.
La platea si è dimostrata attenta e in un clima di rigorosa concentrazione, sia da parte degli ascoltatori che dei musicisti, e il concerto si è articolato nelle sue varie fasi per poi concludersi con la lunga e molto bella Sisyphos.
Dal punto di vista prettamente tecnico la preparazione del gruppo non si discute. Tutti gli elementi hanno una gran padronanza dello strumento, indubbiamente, ma quello che più colpisce e personalmente apprezzo è il fatto che la loro maestria tecnica è al totale servizio dei brani. Il loro genere progressive death/post-metal è alquanto complesso e la parte altamente dissonante che rientra nella loro scrittura non facilita certamente l’ascolto, ma questa “difficoltà aggiuntiva” rende comunque le loro canzoni un percorso tortuoso e attraente.
Ammetto di non aver mai seguito con troppa attenzione la loro storia, anche qui siamo fuori dalla mia confort zone, ma la mezz’ora in loro compagnia è stata, direi, evocativa.
Cosa mi ha maggiormente colpito è stata l’attenzione che il pubblico ha mostrato durante tutta l’esibizione, un’attenzione che non è mai voluta calare di livello per non spezzare il filo intimista instaurato con il gruppo.
Visivamente e musicalmente si è creato un rapporto diretto tra band e pubblico. Un contatto che non lascia indifferenti, così come la loro esibizione, che non ti lascia assolutamente indifferente, ma che ti rimane dentro ancora un po’ prima di andarsene e sfumare, prima che tu possa rientrare nel tuo mondo.
Nero di Marte, sensazioni vere.
Scaletta Nero Di Marte
01. Il Diluvio
02. Dite
03. La Fuga
04. Sisyphos
Formazione Nero Di Marte
Sean Worrel – Voce, Chitarra
Giorgio Figà Talamanca – Basso
Giulio Galati – Batteria
Alessio Cattaneo – Chitarra
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Dall’Ucraina arrivano i 1914. Sono tra i gruppi che aspettavo con maggior curiosità e quindi le aspettative sono piuttosto alte.
La Prima Guerra Mondiale ormai è di casa in questo festival. L’anno scorso l’abbiamo vissuta raccontata e musicata dai Kanonenfieber, mentre quest’anno ci viene riproposta da questo gruppo che, pur non raggiungendo le vette della band tedesca, ha un forte impatto visivo e sonoro.
Il pubblico si dimostra subito partecipe e il melodic black/death metal degli ucraini accende gli animi e scalda i muscoli per gli adoratori del pogo che iniziano inevitabilmente a fare pratica di questa antica e nobile arte zen.
L’inizio è affidato a due brani dal disco Where Fear And Weapons Meet: “FN.380 ACP#19074” e “Vimy Ridge (In Memory Of Filip Konowal)”.
Coadiuvati da una scenografia di tutto rispetto che proietta immagini d’epoca in bianco e nero della Grande Guerra, sparano subito due cartucce di una violenza sonora di primordine. Certamente non si poteva chiedere di meglio.
Il cantante Dmytro Kumar (Ditmar Kumarberg) tiene il palco in maniera efficace, trascina il pubblico e lo incita continuamente. I suoni sono ben bilanciati e si riescono a distinguere bene tutti gli strumenti, cosa che permette di apprezzare l’ottimo lavoro al basso di Deazer (Armin fon Heinessen).
Dopo i due pezzi iniziali passiamo all’album più recente, Viribus Unitis, e ai brani “1915 (Easter Battle For The Zwinin Ridge)”, “1916 (The Sudtirol Offensive)” e “1917 (The Isonzo Front)”. Prima dell’inizio di quest’ultima possiamo ascoltare le voci in italiano che raccontano le immagini che vengono proiettate alle loro spalle. E Dmytro non perde occasione per ricordare come il suo bisnonno, combattente sul fronte italiano, elogiasse sempre il coraggio dei soldati di casa nostra. Ovazione del pubblico.
Tosti per tutta la durata a loro disposizione, per rimanere in tema di trincee, non hanno mollato un centimetro. “Arditi” ha chiuso una prova di tutto rispetto per un gruppo che ha dimostrato di aver una buona personalità e delle ottime capacità tecniche.
Sono rimasto ampiamente soddisfatto dai 1914 e le alte aspettative che avevo riposto in loro sono state ripagate. Non con gli interessi, ammetto che i crucchi l’anno scorso mi hanno letteralmente sconvolto, ma sempre ripagate.
Scaletta 1914
01. FN.380 ACP#19074
02. Vimy Ridge (In Memory Of Filip Konowal)
03. 1915 “Easter Battle For The Zwinin Ridge)
04. 1916 (The Sudtirol Offensive)
05. 1917 (The Isonzo Front)
06. Arditi
Formazione 1914
Ditmar Kumarberg – Voce
Armin fon Heinessen – Basso
Reich – Batteria
Vitalis Winkelhock – Chitarra
Liam Fessen – Chitarra
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Arrivano i Nocturnal Depression e allora ci spostiamo in un territorio depressive black metal abbastanza standard e classico. Dopo la carica adrenalitica avuta dai 1914 la tensione cala notevolmente, non poteva essere altrimenti, e con quarantacinque minuti a disposizione, la band ci propone una setlist che per metà arriva da Deathcade e per il resto da Tides Of Despair e Spleen Black Metal, lasciando stranamente fuori l’ultimo Perpétuelle Eclipse.
Quarantacinque minuti la durata del loro set (ricordiamo in sostituzione dei defezionari Novembre) per un concerto che ha mantenuto un costante livello di giusta negatività, depressione e malinconia con il buon Lord Lokhraed a interloquire in italiano con il pubblico italiano tra un brano e l’altro. Le sue origini tricolori sono state evidenziate da una discreta padronanza della lingua e, comunque, sentire un francese che parla in italiano ha sempre un suo perché.
Tornando al live, la parte centrale con “They”, “Nostalgia” e “L’Isolement” è stata quella che ha caratterizzato al meglio quanto offerto dal gruppo. Riff gelidi e circolari, voce straziante, lamentosa e sofferente. Gli ingredienti classici del depressive black, niente di più e niente di meno.
Lord Lokhraed ha una voce abbastanza adatta, anche se non spicca particolarmente e alla lunga cala anche in interpretazione. Bene Sthrat alla batteria e Algol al basso, glaciale e in posa statica dall’inizio alla fine, e Sattvahr alla chitarra ha fatto bene il suo.
Mi sarebbe piaciuto avessero fatto qualche pezzo da The Cult Of Negation” quello che considero il loro miglior lavoro, peccato.
A parte questo, non posso rimproverare nulla ai Nocturnal Depression. Una prova senza infamia e senza particolari lodi che ha comunque incanalato nuovamente la musica sui binari che il tema della giornata richiede e che i 1914 avevano momentaneamente fatto deragliare. Un’ atmosfera oscura e pesante che offusca la mente e colpisce nell’anima.
Bravi, ma non bravissimi.
Scaletta Nocturnal Depression
01. Tides Of Despair
02. Acédie
03. They
04. Nostalgia
05. L’Isolement
06. Her Ghost Haunts These Walls
07. Hear My Voice… Kill Yourself
Formazione Nocturnal Depression
Lord Lokhraed – Voce, Chitarra
Sattvahr – Chitarra
Algol – Basso
Sathrat – Batteria
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Con i Harakiri For The Sky alziamo notevolmente il tiro. Siamo di fronte ad un gruppo caratterizzato da un particolare post-black metal dalle melodie molto più marcate. Il duo austriaco formato da Matthias Sollak (M.S.) alla chitarra e da V. Wahntraum (J.J.) alla voce si avvale dell’ausilio di turnisti per quanto riguarda la componente live.
Passati dall’Italia a febbraio, presentano una scaletta modificata rispetto a quella di inizio anno con l’inserimento di “Funeral Dreams” al posto di “You Are The Scars” e “Sing For The Damage We’ve Done”.
Ho ammirato la loro esibizione da metà sala, per ascoltare le canzoni con l’immagine praticamente fissa di loro annebbiati dai fumi e con la penombra che copriva i loro lineamenti. L’idea di ascoltare i loro pezzi con loro che sembrano quasi sospesi in un tempo indefinito trovo sia la dimensione ideale per “vivere” al meglio la loro performance.
J.J. mi ha sempre ricordato qualcuno nelle sue movenze, un certo cantante svedese, e il suo scream è in perfetta simbiosi con le varie sfaccettature che il loro black propone. Il suono risulta pieno e armonizzato nella sua complessità e le diverse variazioni che M.S. riesce a dare “giocando” con la sua chitarra richiamano ambientazioni che spaziano e fluttuano nel tempo.
Un’ora di puro coinvolgimento che riesce a radunare non solo gli amanti del genere, ma anche gli ascoltatori occasionali o chi è presente per sentire altro. Io sono tra quelli che non erano qui propriamente per loro, ma mi hanno catturato e mi hanno fatto loro per tutto il tempo. Fino ad ora è stata l’esibizione che ho preferito, un giusto mix di varie e diverse sensazioni che mi hanno fatto saltare, mi hanno reso malinconico e mi hanno fatto emozionare. E sì, “Without You I’m Just A Sad Song” è veramente un gran pezzo.
Mi sono pentito di essermeli persi a inizio anno. Gli Harakiri for The Sky rappresentano il limite estremo musicale a cui riesco ad arrivare quando c’è il black in formato tristezza. Prova sontuosa.
Per quanto riguarda la formazione, mi sono limitato a segnalare il nome dei due componenti del gruppo. I turnisti non li conosco.
Scaletta Harakiri For The Sky
01. Heal Me
02. Funeral Dreams
03. Without You I’m Just A Sad Song
04. With Autumn I’ll Surrender
05. Fire, Walk With Me
06. Keep Me Longing
Formazione Harakiri For The Sky
J.J. – Voce
M.S. – Chitarra
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Si cambia completamente genere e si passa al symphonic/technycal death metal dei Fleshgod Apocalypse. A mia figlia piacciono parecchio, li ha già visti varie volte e quindi era parecchio contrariata al fatto di non poter essere presente. Per vedere il gruppo e per vedere soprattutto il batterista Eugene Ryabchenko, a detta sua bravo e… bello. A detta mia, bravo.
Siamo di fronte ad una band con un’esperienza internazionale che pochi gruppi nostrani possono vantare e, personalmente, uno dei due gruppi di oggi che stavo aspettando con impazienza. Visti svariate volte, non mi hanno mai deluso.
Se fino ad ora le scenografie sono state abbastanza essenziali, ora Il palco si presenta “arredato” come si conviene per un’esibizione che richiama visivamente ad uno stile barocco macchiato di sangue e ornato di teschi.
L’inizio non è dei migliori per via dei suoni. La voce di Francesco per il primo minuto è completamente assente e, quando finalmente entra in gioco, rimane ad un volume basso, come la chitarra di Fabio. Problema che resterà per tutta la durata della loro esibizione A metà di “I Can Never Die” ho riconosciuto il vero Live Music Club, quello con i suoni che è meglio lasciar perdere. E dire che fino a quel momento tutto è andato liscio.
Questo inconveniente non inficia comunque la prova offerta dai “ragazzi”. Dal vivo sono sempre carichi e in palla, hanno grinta a iosa e regalano violenza sonora a catinelle. Ebbene sì, mi piacciono parecchio.
“Sugar”, “Minotaur (The Wrath Of Poseidon)” e poi finalmente “No”. Fantastici. Mentre li osservo, però, mi viene un dubbio. Il batterista non mi sembra Eugene. Lo faccio presente ai vicini che mi dicono il contrario con fare altezzoso e quindi mi taccio, ma sono sicuro che non sia lui. E infatti, dopo uno strano siparietto simpatico, Francesco Paoli presenta il nuovo batterista francese, non ho capito se provvisorio o definitivo, Kevin Paradis, vecchia conoscenza della scena death metal. Quindi, dopo aver guardato con sufficienza e malcelata superiorità i miei vicini poco preparati, avverto del cambio di musicista mia figlia gettandola nello sconforto più totale.
Intanto la band continua nel suo feroce assalto con “Epilogue” e “The Fool”. Eccezionali. Veronica è semplicemente stupenda. Una voce divina che combatte contro i diavoli degli inferi. Che dire di più?
“Pendulum” e “Violation” chiudono le porte dell’Inferno e mettono la parola fine allo scontro. I Fleshgod Apocalypse hanno finito la battaglia, hanno vinto la guerra e si preparano per una nuova conquista.
Il tricolore che sventolano all’inizio del loro show è in buone mani.
Ragazzi, portatelo con orgoglio in giro per il mondo.
È un orgoglio per noi che siate voi a portarlo.
Scaletta Fleshgod Apocalypse
01. Ode To Art (de’ Sepolcri)
02. I Can Never Die
03. Healing Through War
04. Sugar
05. Minotaur (The Wrath Of Poseidon)
06. No
07. Bloodclock
08. Epilogue
09. The Fool
10. Pendulum
11. The Violation
Messa da Requiem: Dies Irae
Formazione Fleshgod Apocalypse
Francesco Paoli – Voce, Basso
Francesco Ferrini – Piano
Fabio Bartoletti – Chitarra
Veronica Bordacchini – Voce (soprano)
Kevin Paradis – Batteria
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Gli Amenra arrivano dal Belgio e con il loro sludge/doom/post.metal/post hardcore ci propongono un tipo di musica che è altamente divisiva: o ti piacciono o non ti piacciono. Non ci sono vie di mezzo.
E ora sono veramente in crisi. Li conosco veramente poco, quasi nulla, fanno un genere che a me non è per nulla congeniale e quindi non sono in grado di giudicare la loro prova. Faccio parte della schiera di quelli a cui non piace la loro proposta, lo ammetto, ma sono anche abbastanza obiettivo da ammettere che tecnicamente sono preparati e, soprattutto, non sono assolutamente banali.
Probabilmente il mio limite è quello di non riuscire a entrare in sintonia con il loro modo di pensare la musica. Lo so che ora i fanboy della band mi insulteranno, ma se non mi piacciono non posso farci nulla. Li rispetto, ma non li ascolto.
Il pubblico intanto, li ascolta in rigoroso silenzio. Il rapporto band/pubblico è inesistente, ma questo fa parte del loro essere. Tutto sommato è una forma che è perfettamente in linea con la proposta e il genere, mi stupirei del contrario. Vogliono che sia soltanto la musica l’unico punto di contatto, il che è molto interessante.
Le proiezioni sullo schermo, le luci particolari e il fumo sempre presente servono a nascondere le loro figure, a renderle secondarie e a trasformarli in un semplice strumento del loro scopo per raggiungere il loro fine.
La dimensione introspettiva che raggiungono è indubbiamente profonda e non si può negare di avvertire la sensazione di essere quasi all’interno di un rituale. L’utilizzo di diverse lingue, poi, aumenta questa sensazione, costringendo l’ascoltatore a concentrarsi ancora maggiormente per entrare in sintonia con la loro dimensione.
Non posso dire se abbiano suonato i pezzi come su disco, se abbiano sbagliato qualcosa o se abbiano stravolto i pezzi perché non lo so, ma posso dire che il livello di partecipazione in sala è stato molto forte. E loro sul palco non si sono risparmiati, cosa che apprezzo e rispetto a prescindere. Ho sentito commenti che andavano dal “poesia in musica” alla “che pesantezza, mi sembra che suonino da quattro ore”. Io ho provato a stare nel mezzo, ma non ci sono riuscito. Ci ho provato, credetemi, ma non ce l’ho fatta.
Come scritto sopra, gli Amenra: divisivi e drastici.
Scaletta Amenra
01. Boden
02. Razoreater
03. Plus Près De Toi (Closer To You)
04. Salve Mater
05. De Evenmens
06. A Solitary Reign
07. Terziele
08. Am Kreuz
09. Diaken
Formazione Amenra
Colin H. Van Eeckhout – Voce
Mathieu J. Vandekerckhove – Chitarra
Lennart Bossu – Chitarra
Amy Tung Barrysmith – Basso
Bjorn J. Lebon – Batteria
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E ora sotto con gli headliner. I Paradise Lost propongono una scaletta scelta dai fan e quindi, in generale, non ci possiamo lamentare. I cinque inglesi, dopo aver saltato il meet and greet, si presentano sul palco belli carichi e cercano di far dimenticare la delusione per il mancato incontro del primo pomeriggio.
Voglio dire subito una cosa che mi ha stupito. Ho visto la band altre volte e il nostro Nick è sempre stato un frontman non propriamente d’assalto, anzi, molto statico e piantato con i chiodi nei piedi dopo avergli incollato le scarpe sul pavimento. Questa sera, per quanto nelle sue corde, è sembrato scatenato. E mi ha fatto anche sorridere questo fatto di vederlo aizzare il pubblico, farlo cantare e renderlo partecipe con mosse da lui mai viste fare in precedenza. Direi che questa volta la sua doccia dopo il concerto è giustificata.
“Serpent On The Cross” apre lo show in maniera sontuosa. Il gruppo è in serata positive, si vede e si sente. Greg è sempre vicino alla ventola dell’aria e con I capelli al vento non smette un attimo di fare headbanging, Aaron “zappa” la sua chitarra con I suoi classici esagerati movimenti del braccio e Steve si muove sornione al fondo del palco.
“Gothic”, “Shadowkings” e “No Hope In Sight” caricano a dovere il pubblico già adorante ed estasiato. Riescono a suonare pezzi movimentati e pezzi intimi con la stessa intensità e precisione chirurgica.
La scaletta ovviamente esalta tutti e loro sentono questa carica che arriva dalla gente. Nick si concede qualche parola, pure divertente e addirittura sorride in più occasioni. Irriconoscibile.
“Embers Of Fire”,, Forever Failure” e “Tyrants Serenade” sono momenti di pura esaltazione dove ho visto il pubblico cantare in maniera quasi commovente i brani con una partecipazione che mi ha stupito non poco. La devozione verso questi cinque musicisti inglesi è davvero tanta.
Le loro atmosfere malinconiche hanno conquistato tutti. Quando si tratta di sognare con melodie oscure e nostalgiche, il quintetto britannico non è secondo a nessuno. Certo, la produzione iniziale era incredibilmente di qualità altissima, ma anche nel loro recente passato sono riusciti comunque a mantenere un certo standard accettabile.
Richiamati a gran voce per il bis, ci regalano ancora un trittico come “Enchanted”,“Ghosts” e “Silence In The Grave”. Un saluto veloce e via, dietro al backstage come sempre, riservati e, credo, emozionati. Un finale memorabile per un concerto altrettanto memorabile che rimarrà ben impresso nei ricordi di tutti noi presenti.
Anche se, onestamente, mi è mancata “One Second”. E non solo a me.
Scaletta Paradise Lost
01. Serpent On The Cross
02. Gothic
03. Shadowkings
04. No Hope In Sight
05. Pity The Sadness
06. Faith Divides Us – Death Unites Us
07. Erased
08. Forever Failure
09. Tyrants Serenade
10. So Much Is Lost
11. Embers Fire
12. Hallowed Land
13. Say Just Words
14. Enchantment
15. Ghosts
16. Silence Like The Grave
Formazione Paradise Lost
Greg Mackintosh – Chitarra
Steve Edmondson – Basso
Aaron Aedy – Chitarra
Nick Holmes – Voce
Jeff Singer – Batteria
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Terminata la prima giornata e la stanchezza inizia a farsi sentire. Poco male, si sopporta, anche perché domani sarà un’altra giornata campale. Io e il mio amico Piero ci dirigiamo verso il B&B per la nottata e, soddisfatti di quanto visto, decretiamo i Paradise Lost e i Fleshgod Apocalypse come vincitori di giornata.
Sono riuscito a fare anche quattro chiacchiere con Alessandro Corno di Metalitalia. Dalle sue parole si denota la grande passione che ci mette nel suo lavoro, ma, soprattutto, la grande professionalità e serietà nello svolgerlo. Senza le giuste competenze e conoscenze della materia, alla lunga, non si va da nessuna parte. E qui, al Metalitalia Festival, ho sempre ritrovato tutte queste caratteristiche. Complimenti.
Sfinito e disfatto mi corico a letto, in testa mi frullano ancora le immagini di oggi. E nella testa mi risuona “No” dei Fleshgod Apocalypse.
Ora penso abbiate capito chi tra me e Piero ha scelto la band italiana…


























