DUIR – Catarsi

Titolo: Catarsi
Autore: Duir
Nazione: Italia
Genere: Atmospheric folk black metal
Anno: 2026
Etichetta: AOP Records

Formazione:

MK – chitarra
Vox in Umbra – voce
Skryer – chitarra
TZ. – flauto, cornamusa, ghironda
P.  – batteria


Tracce:

1. Manifesto
2. Di nessuno
3. Impeto (feat. L.G. of Ellende)
4. Della notte
5. Del giorno
6. Oltre l’alba


Voto del redattore HMW: 8,5/10

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Catarsi è un termine di origine greca, formato da katà (giù, a fondo) e da aìro (togliere, rimuovere).

Per questo motivo oggi usiamo questa parola col significato di purificazione, come ad indicare il gesto di ripulire a fondo i sedimenti del nostro essere.
Allora perché i Duir, band black metal di Verona con un gene folk nel proprio DNA, dovrebbero intitolare Catarsi un album sulla Prima Guerra Mondiale?

Perché, forse, togliere nel profondo non significa solamente purificare.

Perché, forse, togliere nel profondo rappresenta anche il gesto di rimuovere da sé tutto ciò che si è creduto fino ad un attimo prima.
Ed i soldati, abbandonati a se stessi nelle trincee più famose della storia d’Italia, dovettero fare esattamente questo: perdere convinzioni, perdere dignità, perdere affetti, confini, fede.
Perdere pezzi di se stessi, come lastre di pietra esfoliate dal fianco di una montagna, arrivando ad un nucleo sincero, umano, di carne dubbiosa e sangue ora gelido, ora in ebollizione.
Bene, in questo secondo full-length del nostro quintetto, gli assalti alla baionetta e le granate non giocano un ruolo fondante.
Ciò che emerge realmente è proprio quell’umanità ancestrale, portata alla luce dalla mano artigliata dell’uomo medesimo, che combatte per un sé vacillante nel tempo, indefinito tra una marcia nel fango ed una notte all’addiaccio.

E lo si capisce realmente, credetemi, se ci si lascia trasportare dalla musica: un black metal biecamente furioso che disegna con mano ferma uno scenario come quello del Carso — sono veneti, dopotutto — attraversato da ruscelli, portatori di una melodia antica che, ignara dei massacri, continuava a sgorgare come le acque su quelle alture in cui si è combattuto in modo viscerale.
I testi, privi di retorica, trasudano una poetica fine, declinata quasi in prosa.

Un racconto, una lettera, un addio a ciò che si era prima di scendere da quel vagone del treno fermo al capolinea del binario morto che termina in prossimità del fronte. Uno spazio sacro dove il soldato può purificare il suo dolore e il suo terrore in un gesto, quello della scrittura, di sublimazione.

Provate a scorrere sui titoli e a leggerli a coppie: Manifesto Di Nessuno – Impeto Della Notte – Del Giorno Oltre l’alba.

Eccola, quella poetica della guerra, della devastazione, dell’oblio di un uomo avvolto dalla presenza costante della morte, che sventola imperiosa una bandiera che si insinua scarlatta tra le fila dei combattenti.

Di solito, quando vi racconto un album, cerco di vivisezionarlo nei suoi brani, delineando i vari scenari che emergono dal flusso musicale.

Questa volta, invece, vi dirò solamente di come quest’opera sia preziosa nella sua brutalità essenziale; di come la copertina sia magistralmente azzeccata per calarvi nell’atmosfera che si respira in tutto il lavoro, di come perfino il color seppia che fa da padrone sia quello che deve riempire il vostro sguardo mentre le vostre orecchie riecheggiano di quella che a me piace chiamare “musica della fine”.

Il trasporto emotivo è potente come l’impatto di colpo di artiglieria, grazie ad un connubio a regola d’arte tra sound e testo: le due parti si esaltano a vicenda, ricordandoci che bastano le parole e le note giuste per restare estasiati.

Questa volta vi dirò che, una volta tanto, qualcuno cita Ungaretti filologicamente, ricercando tra i suoi versi quelli che non siano stati inflazionati oltre misura.

Ascoltando quest’album, abbellito anche dalla comparsa di L.G. (Ellende) e dalla produzione firmata P.G. (Groza), ci si sente orgogliosi di essere connazionali di questi signori, un po’ come quando alla fine di un film di guerra scorrono i titoli di coda e si legge con ammirazione di soldati che meritarono onorificenze.

Questa volta vi dirò che, anche se non c’è nulla di nuovo sul fronte (musicale, va da sé) si sente spirare un vento di novità: la bandiera dell’artwork cambia direzione, sventolando nella direzione opposta a quella che dovrebbe, e con essa anche la parola Catarsi.

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