AIRBOURNE – Airbourne

Titolo: Airbourne
Autore: AIRBOURNE
Nazione: Australia
Genere: Hard Rock
Anno: 2026
Etichetta: Spinefarm

Formazione:

Joel O’Keefe – Chitarra
Ryan O’Keefe – Batteria
Brett Tyrrell – Chitarra
Justin Time – Basso


Tracce:

01. Gutsy
02. Alive After Death (Last Plane Out)
03. Here She Comes
04. Kid In A Candy Store
05. Sky High
06. Who Put The Rhythm In You?
07. Christmas Bonus
08. Last Man Standing
09. Rock’N’Roll Ya
10. Bogotà
11. Hells Got No Vacancy
12. Send Me To Rock’N’Roll Heaven

 


Voto del redattore HMW: 7/10

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Scrivere  degli Airbourne non è mai semplice. A me, per esempio, piacciono. Però ho sempre l’impressione che in qualche modo questa macchina australiana da rock’n’roll faccia fatica a decollare, che ci sia sempre qualcosa che non convince. E non deve essere facile per loro togliersi di dosso l’ingiustificato marchio del clone, al di là delle loro sorprendenti similitudini con i loro conterranei AC/DC ed anche Rose Tattoo. Vero, sono australiani, due fratelli (questa volta Joel alla chitarra e Ryan alla batteria), Joel suona una Gibson SG color cherry wine, fanno rock ‘n’ roll, ma la loro ormai lunga carriera (nel 2004 esce il loro primo EP Ready to Rock) ha ormai ampiamente dimostrato il loro valore. Dal vivo sono una forza della natura, hanno in mano lo show e il pubblico lo vede. Sudore, riff a nastro, attitudine rock da vendere. In studio però le cose cambiano. Non radicalmente, intendiamoci. Ma cambiano.

Abbiamo in mano il loro sesto album e nelle intenzioni dei fratelli O’ Keefe questo doveva essere un disco epocale, qualcosa di pesante e di indimenticabile, un regalo ai vecchi fan e un magnifico biglietto di presentazione per i nuovi. Beh, l’album è bello, ha bei suoni, belle canzoni e perfino una bella copertina. Ma da qui all’indimenticabile ne passa, purtroppo, e forse anche perché i capolavori del genere sono già stati scritti, decenni orsono. I citati fratelli si sono buttati anima e corpo nell’impresa, hanno (a detta loro) curato maniacalmente ogni aspetto di questo lavoro, dal missaggio, al songwriting. Hanno anche voluto ospiti eccezionali (Brian Adams e Mutt Lange) come collaboratori alla scrittura di “Here She Comes” e “Who Put The Rhythm In You” e specie in questa la mano dei canadese si sente . Alla fine però qualcosa non funziona lo stesso e devo dire che ci ho messo una dozzina di ascolti per capire cosa. Il lavoro parte alla grande con una intro classicissima che sancisce l’apertura delle ostilità, e subito sembra di sentire odore di polvere, benzina e sudore, moto che corrono e gare di magliette bagnate… insomma il paradiso!

Assoli taglienti e riff senza respiro ci portano al secondo brano, “Alive After Death (Last Plane Out)” che è senza dubbio una canzone da concerto, con cori fatti apposta per essere cantati tutti insieme, e una ritmica non eccessivamente serrata o perlomeno non tanto da togliere l’attenzione dai cori, appunto. Poi è il turno della terza “Here She Comes”, ed ecco il dubbio. Di nuovo i cori marpioni. Eureka! Ecco cosa c’era che stonava, almeno secondo me, per carità. Siamo al terzo brano e abbiamo perso l’abbrivio dato dall’opener “Gutsy”. Quindi a questo punto mi immagino il peggio, rimangono ancora nove brani e già si rallenta… E’ il turno di “Kid In A Candy Store”, e le cose cominciano a girare di nuovo, la testa ricomincia a muoversi e il piedino a tenere il tempo.  Meglio. Segue “Sky High”, e siamo di nuovo virtualmente in uno stadio a cantare con loro e a scapocchiare. Ci chiediamo “Who Put The Rhythm In You” e riecco lo schema del secondo e terzo brano. Siamo su un ottovolante, quando prendiamo velocità con una canzone, facciamo un trasferimento con altre che tagliano l’adrenalina. A questo punto, perdonatemi, ma gli “ohh ohh ohh” dei cori mi hanno rotto entrambi gli zebedei. Ora arriva Babbo Natale con le sue slitte e si sentono i campanelli della slitta di “Christmas Bonus” che riprende in mano la situazione, donandoci un pezzo ritmato che rimane subito in mente, divertente, ma non banale con la SG di Joel che dà il meglio si sé. Mi immagino Santa Claus con due pin-up sedute sulle ginocchia che ride.

Torno in me con “Last Man Standing”, potente, ritmato, un classico insomma ma nulla di nuovo sotto il sole, vagamente già sentito in altri tempi. La nona traccia “Rock ’N’ Roll Ya” scorre bene ma prosegue senza scossoni particolari, ed introduce la decima “Bogotà”. Qui le cose cambiano di nuovo, un altro pezzo che farà impazzire gli stadi, con un bel ritornello che fa canticchiare il titolo del brano. Avanti con la successiva “Hells Got No Vacancy” che ha una intro che a me ricorda da vicino l’intro di un altro gruppo australiano… non faccio nomi… però si fa subito notare per il bel ritmo e, a mio parere, per la grande tensione che sviluppa il solo di chitarra. Siamo ai saluti finali con “Send Me To Rock ’N’ Roll Heaven”, e non ho usato la parola saluti a caso. Il testo cita tutti coloro che non sono più con noi da Lemmy ad Ozzy, da Bon Scott a Malcom Young, passando da Little Richard e John Bonham. Ottimo pezzo da usare non solo per chiudere un disco, ma anche e forse soprattutto, un concerto.

Insomma, Airbourne è un lavoro che trasmette tanta passione, dedizione e mestiere, con una lieve carenza di idee che permettono di creare uno stile proprio anche se non nuovo. E noi agli australiani vogliamo bene quindi perdoniamo questi peccati veniali. In attesa di vederli di nuovo su un palco, dove danno il meglio di sé.

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