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Dopo quindici anni dalla loro formazione e cinque album pubblicati, nel 2024 i Revel In Flesh si sono sciolti. Addio alle scene, tutto finito e un sentito ringraziamento a tutti quelli chi ci sono stati vicino.
Nel 2026 rieccoli con una formazione rinnovata, il solo Ralf Hauber “Haubersson” a rappresentare la vecchia guardia e un disco nuovo di zecca, Flesh For The Kult Of Death. Mah… (con lungo sospiro finale e lettera h molto allungata).
Tedeschi e con il death nel sangue, in particolare quello svedese, quindi non ci dovrebbero essere problemi. Giusto? Insomma. Bene, ma non benissimo. Che poi, a dirla tutta, più che bene direi benino.
L’aspettativa non era bassa. Il nome di Jonny Pettersson alla chitarra mi aveva fatto strabuzzare gli occhi e già presagivo un bel lavorone di swedeath in salsa teutonica e pure in chiave moderna. E poi Ralf è una sicurezza. Una gran voce che si adatta non solo al death. Gli elementi essenziali ci sono, ma manca il collante per rendere la ricetta deliziosa.
Manca quel tono aggressivo che ti fa alzare dalla sedia a pogare da solo contro il muro e quella vena spigliata e genuina di ignorante irruenza che ti spinge a fare un forsennato air guitar o addirittura un furioso air drum con la convinzione di saper suonare questi strumenti come un musicista professionista.
Qualche esperimento interessante c’è, vedi “Priest Of Flesh”, un omaggio alla band metal che già dal nome si intuisce chi possa essere, e vedi anche la cover di “All I Had (I Gave) “ dei grandissimi Crowbar in chiusura di album. Ma poi non è che ci sia molto altro di cui parlare, ma dovendolo fare sennò il caporedattore mi manda un vocale poco carino, parliamone.
Ho apprezzato l’inizio subito spinto, senza le inutili introduzioni strumentali da un minuto, con il classico primo brano che dà il titolo al disco. Come una volta. Ralf in gran forma e chitarre ben “affilate” a brutalizzare le nostre orecchie come si deve. Ottimo inizio. L’adrenalina però scende di intensità con “Bodybag Inferno” e “The Grave Robber”. Non sono brutti, ma è che non sono neanche belli. E sinceramente non so come spiegarmi diversamente.
Blast beat protagonisti in “Pool Of Blood”. Li ritrovi all’inizio, li ritrovi dopo l’assolo, li ritrovi alla fine. Come vorrei non ritrovarli così spesso, ma così è.
Death classico in “Death Kult Maniacs” e, finalmente, “The Last Farewell”, un altro bel pezzo tirato come si deve a chiudere la loro produzione prima della tradizionale cover finale.
Quasi cinquanta minuti sono troppi, almeno due pezzi in meno e il voto sarebbe stato più alto (non è vero). Ah già, “Hellhole” e “Tomb Stalker”. Diciamo che non sono propriamente memorabili.
La produzione è eccellente ed è bella anche la copertina. E qui hanno confermato il loro buon gusto. Tutte le illustrazioni che ci hanno proposto dal loro esordio in poi sono di ottimo livello, magari monotematiche, ma comunque di grande impatto visivo. Il gradito ritorno del Tristo Mietitore made in Revel In Flesh è un’apparizione onirica che soddisfa le maligne visioni ottiche di noi poveri adoratori del death.
In definitiva, hanno utilizzato una formula ben collaudata che ha sempre dato i suoi frutti ma, purtroppo, questa volta sono rimasti un po’ acerbi. L’energia oscura e tenebrosa che mi sarei aspettato non è stata sufficientemente buia per appassionarmi. Magari voi lo troverete stupendo, ma con il nome Revel In Flesh in copertina io non mi accontento del mestiere e dell’esperienza, ma voglio molto di più (in questo momento mi sento Panella di Little Big Italy).. Voglio sentire quella forza travolgentemente marcia e buia che loro sanno fare e che hanno fatto prima, ma che ora latita.
Che altro aggiungere se non: richiami ai Dismember disseminati qua e là.
Spero che continuino e non si sciolgano nuovamente, perché Flesh For The Kult Of Detah non sarebbe il degno canto del cigno di una band che ha comunque scritto pagine importanti nella storia del death metal. Sarebbe un vero peccato.



