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Con i Necrodeath ha scritto pagine fondamentali della storia del metal estremo in Italia, dall’inizio della loro fondazione fino alla fine del loro viaggio nel dicembre del 2025.
Oggi, Marco “Peso” Pesenti, torna con un nuovo progetto, una sua nuova creatura chiamata Peso666 e un nuovo album, B(l)ack In Time.
Non potevamo farci sfuggire l’occasione di parlare con lui di questa sua nuova avventura e di approfondire insieme le tematiche presenti in questo nuovo lavoro da solista pubblicato il 6 ottobre di quest’anno e interamente autoprodotto dal batterista ligure.
Ciao Marco, benvenuto su Heavy Metal Webzine. A dicembre del 2025 finiva il tuo lungo viaggio con i Necrodeath. Nel 2026 hai iniziato questo nuovo progetto denominato Peso666. Come è nato e cosa rappresenta per te questa tua nuova avventura?
Il 27 dicembre del 2025 è stata una giornata incredibile e indimenticabile. Si è chiuso un cerchio esattamente nella maniera in cui speravo. Un’uscita dalle scene a testa alta per tutti e noi quattro Necrodeath!
Dalla pausa forzata covid diciamo che c’era stato una flessione verso il basso, credo forse per tante band, ma per noi, dopo tanti anni, posso dire che è stata determinante per iniziare a far partire un meccanismo di chiusura della nostra carriera. Il 2021, quando ci hanno liberato dalle gabbie e ci hanno permesso di suonare con mascherine e distanziamenti, abbiamo fatto tre concerti e il nostro stato d’animo non si è certo ristabilito con quel contentino. E nel 2022 c’è stato invece un esubero di band che avevano tutte voglia di suonare, per cui tutti che sgomitavano per avere un pezzettino di palco e suonando molto probabilmente con la sala mezza vuota.
Questo è quello che è successo a noi, con la conseguente pianificazione di chiudere il cerchio. Ecco, in quel momento lì non avrei mai pensato di proseguire a suonare, ma con il tour d’addio le sale si sono stra-riempite tutte e una sensazione di appagamento e felicità è ritornata in me stesso. E da lì le prime idee che affioravano, subito bloccate sul pc o sul telefonino. In pratica, quello che voglio dire è che, grazie al nostro pubblico e alla nostra fan base che la benzina è ritornata e una volta concluso il tour d’addio mi sono chiuso in studio per otto mesi, dando vita al progetto e all’album “B(l)ack in Time” che, per rispondere in toto alla tua domanda, rappresenta per me il mio essere musicista. Dalla composizione alla realizzazione finale.
Musicalmente come lo inquadri “B(l)ack In Time” e come ti sei approcciato alla composizione dei brani?
B(l)ack In Time lo inquadro come un disco di musica estrema, ma non troppo. Puoi percepire tutte le mie influenze, le sonorità degli anni settanta e ottanta, il thrash vecchia scuola, il black metal primordiale, ma anche qualche sperimentazione con una forte vena tribale!
A livello di testi, quali sono gli argomenti trattati in “B(l)ack In Time”? C’è un filo conduttore che li collega?
Sì, c’è un filo conduttore, ossia l’antimilitarismo, il pacifismo e il ripudio alla guerra. È tutto scritto tra le righe con giochi di parole, aforismi e metafore, a parte l’ultimo brano che, con il suo titolo esplicito “War Is Shit”, riassume tutto il mio pensiero. Il primo invece, “Why”, oltre a ricordare il famoso poster che girava negli anni settanta, è un tributo ai Discharge che, con il loro debutto discografico intitolato appunto così, non facevano altro, in maniera diretta, che dire gli stessi concetti di cui sopra. I Discharge sono una band molto importante per quelli come me, perché sono l’anello di congiunzione tra quello che è stato il movimento punk della fine degli anni settanta e la nascita della “New Way Of British Heavy Hetal,” di cui i Venom, oltre a farne parte, hanno imparato la lezione e sdoganato il caos anche ne mondo metal, diventando cosi i capostipiti della musica estrema! Purtroppo questo è un periodo in cui, a causa delle nefandezze che ci sono nel mondo, non riesco ad esprimere altro che il mio disgusto su come sta girando questo periodo di merda. E la mia espressione migliore è farlo in musica
Nell’album ci sono parecchi ospiti e direi anche illustri. Ce li puoi presentare e ci puoi descrivere come è stato lavorare con tutti loro? Non credo sia stato di facile gestazione avere a che fare con tutte quelle “teste”.
Gli ospiti sono una ventina circa, parlare di tutti vorrebbe dire dedicare un’ intera puntata solo per questa domanda, come si suol dire. Senza contare il rischio di dimenticare qualcuno e far così anche brutta figura. Per cui mi soffermerò solo su uno che per questa intervista li rappresenta tutti. È il mio nipotino Elias che introduce “War Is Shit”, il brano che chiude l ‘intero album. Canta felice insieme a me in una lingua tutta sua ovviamente, alla Paul Chain per capirci, e io lo accompagno con una Darbuka ( tamburo nordafricano costruito in alluminio). A un certo punto arriva il chitarrone e tutto si interrompe, il bimbo non canta più, non credo debba spiegare altro. Ma alla fine, quando l’album sembra terminato, ecco che la vocina di Elias ricompare. Questa l’ho messa a missaggio finito, non era prevista, ma voglio che rappresenti ancora un filo di speranza che non dobbiamo perdere mai. Anche se io stesso ci credo poco purtroppo
Ti sei cimentato alla voce, esperienza per te inedita. Come ti sei approcciato a questa nuova “mansione”?
Mi sono approcciato con la consapevolezza di sapere che non sono un cantante innanzitutto e, visto che l’album in questione non ha nessun obiettivo da raggiungere, l’ho fatto anche per togliermi uno sfizio, anche se devo ammettere di aver fatto molta fatica in quanto non è proprio il mio ruolo. Devo dire, e Flegias ti potrà confermare, che non è la prima volta che mi metto dietro il microfono, infatti in tutti gli anni Necrodeath, dalla reunion in poi, mi sono sempre occupato dei testi dividendo il ruolo appunto con Flegias e, laddove c’erano le mie parti scritte e pensate anche metricamente, non facevo altro che registrare dei demo a lui per fargli sentire le parti da realizzare e registrare. Per cui, se lui dovesse tenere un archivio, dovrebbe avere veramente tanto materiale (c osa che io non ho mai fatto), anche perché le registrazioni sono tutte nude e crude e per cui sarebbe meglio non sentirle ahahah. Su B(l)ack in Time l’aiuto della tecnologia mi è venuta in soccorso con un effettistica sempre presente, con quintali di riverbero, delay e pitch. Inoltre mi sono fatto aiutare dagli ospiti di turno per qualche pezzo singolo con un supporto costante di “additional vocals” da parte di Eric Forrest ( E-force e Voivod) e Luca Masperone, che sarà poi il cantante della live ban, che hanno contribuito in tutti i brani. Alla fine dai, ho portato a casa il risultato.
Prova a fare il venditore. Perché una persona dovrebbe ascoltare “B(l)ack In Time”?
No, non voglio fare il venditore, non è nel mio intento, però, se qualcuno avesse la curiosità di ascoltare questo lavoro, lo faccia senza pregiudizi e per il proprio piacere. Nel caso le canzoni riescano a trasmettere sensazioni e vibrazioni positive, allora tenetevelo stretto perché vi farà buona compagnia. Per sempre.
Alla batteria ti conosciamo tutti e non serve aggiungere altro. Quale musicista ti ha spinto a prendere in mano le bacchette e a dire “un giorno suonerò come lui”?
I miei due batteristi di riferimento totali sono John Bonham e Dave Lombardo e sicuramente non riuscirò mai a suonare come loro e nonostante ciò sono stati di grande esempio e aiuto per la mia crescita dietro i tamburi. In questo album, però, mi sono lasciato trasportare anche da altri esempi , soprattutto da batteristi che magari non sono stati in prima linea, ma che a mio avviso hanno sempre lavorato per il bene del brano e non per il loro ego. In particolare tre batteristi sono stati di riferimento in questo mio lavoro: Larry Mullen, Alex Van Halen e, soprattutto, Ringo Starr.
Quali sono le differenze tra la scena metal di quando hai iniziato e questa del 2026, sia in ambito prettamente di sonorità musicali che in quella di esibizioni “live”?
Beh, negli anni ottanta era tutto più acerbo ma allo stesso tempo fighissimo, mentre oggi è tutto più professionale ma maledettamente noioso, almeno per un vecchio rocker come me che evidentemente non riesce a stare al passo coi tempi e con la tecnologia che reputo usata e abusata fin troppo in sede di registrazione e produzione. Il problema dell’uso e dell’abuso avviene poi in sede live, siamo sicuri che quello che ho sentito su disco corrisponda poi alla realtà che ascolto quando si è sul palco? Voglio sentire dischi imperfetti cazzoooooooo!!!! Negli anni ottanta erano tutti cosi e rimangono i migliori!!!
E rimanendo in tema di differenze, c’è una “nuova” componente che si sta inserendo in modo, forse, molto preoccupante nel mondo musicale e non solo, e mi riferisco all’IA. Tu come la vedi questa “novità” non più tanto nuova?
Non ridere, ma io non la vedo proprio, nel senso che sono l’ultimo della fila con la tecnologia. E non ho nessuna intenzione di conformarmi e di seguire il trend del momento. Sono della vecchia scuola e nella mia vita privata e in quella artistica l’intelligenza artificiale non entra.
Come hai scelto la formazione con cui ti esibirai dal vivo e cosa rappresenta ancora la dimensione “live” per un artista come te, che ha sul groppone concerti a partire dagli inizi degli anni ottanta e, che, quindi, una certa esperienza sul palco se l’è fatta.
La live band è composta da cari amici che conosco da anni. Andiamo per ordine . Valentina Rosasco al basso, oltre ad aver partecipato come guest in un brano di Singin In The Pain dei Necrodeath, ha suonato insieme a me per qualche anno in una cover band. In questo gruppo c’era anche Luca Masperone che oggi è diventato il chitarrista/cantante con la sua voce alla Quorthon, molto black, e, infine, Oscar Morchio al secondo basso e alle percussioni. In sede live mi aiuterà anche in qualche intreccio ritmico che stiamo proprio ritoccando e riarrangiando in questi giorni per prepararci a quello che sarà lo show live. Segnatevi le date, inizieremo il 14 novembre al Centrale di Erba, proseguiremo il 28 novembre a Rapallo nella nostra zona ligure presso il Cafe’ Zi Pier e chiuderemo l’anno a Roma, al Defrag, sabato 12 dicembre. Queste sono le tre date di debutto della band. Vorrei inoltre aggiungere che tutti e tre hanno partecipato come ospiti nell’album. Oscar e Valentina hanno eseguito una traccia di basso a testa mentre Luca, oltre ad avermi aiutato nelle parti vocali, ha eseguito due assoli fantastici.
Dopo tutti questi anni vissuti nel duro mondo dell’underground, cos’è che ti spinge a continuare nonostante tutto e, a volte, tutti? Hai mai pensato “adesso basta, non ne vale pena”?
Sì, più di una volta l’ho pensato, ma il palco è come una droga per me. Faccio il musicista nella vita e, nonostante conduca per lo più un ruolo didattico, alla fine la cosa che mi entusiasma di più è la libera espressione artistica che si completa salendo su un palco. Ovviamente non tutte le serate sono uguali, non è come lavorare in banca, per cui c ‘e’ la bella serata, quella mezza botta e quella andata male. Fa parte del gioco, ma l’adrenalina che ti dà il palco quando le cose vanno per il verso giusto rimane per me impagabile.
Sei un’istituzione del metal italiano. Con i Necrodeath hai scritto pagine importanti e fondamentali della scena nostrana e con i Peso666 ti auguro di raggiungere tutti i tuoi obiettivi. A tuo avviso, quali band italiche pensi possano raccogliere il vostro testimone?
Voglio precisare che con Peso666 non ho obiettivi da raggiungere, anzi, la realizzazione dello stesso rappresenta la mia necessità artistica di dover per forza comporre musica e scrivere testi e, quindi, l’obiettivo è già stato raggiunto. Infatti questo lavoro non ha il supporto di nessuno, perché nessuno è stato chiamato in causa, è tutto autoprodotto e l’album non è in nessuna distribuzione, ma solo qualche copia fisica su CD. Volevo farmi anche qualche stampa su vinile ma, ora come ora le, stamperie del vinile hanno raggiunto prezzi assurdi, per cui “vada via il cul”.
Tre album italiani e tre album stranieri che dovrebbero ascoltare tutti almeno una volta nella vita.
Tre album stranieri : Black Metal dei Venom, Reign In Blood degli Slayer e Black Sabbath dei Black Sabbath.
Questi sono i tre album stranieri che consiglio, anche perché sono dei miei tre gruppi preferiti e, non a caso, all’interno del mio logo ci sono dei simboli che li rappresentano.
Tre album italiani: Into The Macabre dei Necrodeath, Neurodeliri dei Bulldozer e Main Frame Collapse degli Schizo.
Vuoi aggiungere qualcos’altro per i lettori di Heavy Metal Webzine?
Voglio dire ai lettori di Heavy Metal Webzine di supportare la scena underground. Come nel mio caso, il supporto della gente, della fan base, degli amici è ed è stato fondamentale, perché mi ha ridato la benzina per ripartire.
Parlo della scena underground perché il mainstream va avanti comunque con le proprie gambe in quanto supportato anche da persone e famiglie che magari non sanno nulla di metal. Quando sono andato a vedere (per l’ultima volta di sicuro) i Metallica a Milano, avevo una famiglia di fianco che per tutto il tempo si è chiesta: ma quando la fanno “Nothing Else Matters”? Per farti capire, probabilmente era l’unico pezzo che conoscevano.
Infine una piccola postilla sugli haters da social. Evidentemente lo sminuire senza freni e senza remore dona loro l’illusione di sentirsi superiori, ma quello che vorrei consigliare a questa gente è di ignorare la musica che non piace e impiegare il proprio tempo in cose più piacevoli.
Grazie Marco per l’intervista e per il tempo che ci hai dedicato.
Io l’album l’ho ascoltato e consiglio a tutti di fare altrettanto.
Supportare l’underground ragazzi, sempre!







