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Lo scenario: da un lato la plebe contempla abili imbonitori al banco del poliuretano, dall’altro i tre Upanishad intagliano il proprio calibro sulla nostra arma di predilezione, la musica. Già si avvertono i soliti babbei sproloquiare di sciocchezze dall’invariabile suffisso metal con la stolta leggerezza con la quale si zittisce un infante a colpi di telefonino.
Qui stiam pensando a “The Gentle Art Of Making Enemies”. Se non l’intero King For A Day… Fool For A Lifetime. Parallelo impegnativo? Probabile. Banale déjà-vu? Parimenti probabile. Tuttavia quell’album non fu che un gran bel colpo di coda – nessuno si era illuso di veder pareggiato né superato Angel Dust, mi auguro (scusa, D.). Con Buttom uccel di bosco, suoni già da major (pronunciarlo alla latina no, eh? A monte), Patton a sgomitare e nessun chitarrista di ruolo, Ghould e Bordin sì che lo fecero, il miracolo.
Fatela lavorare, quella fantasia.
Vogliamo aggiungere alle coordinate di massima tocchi di Tool e System Of A Down? Questione di pelle prima che di orecchio, per il ruolo affidato al basso dei primi e la blanda durezza chitarristica dei secondi. Poi ci sono funk a discrete manciate – ma senza il rappato degli anni novanta – e magari i Fishbone per via della bella voce melodica, ma non pop. Più che giusto, bravo tu là in fondo! King For A Day… è ben più commerciale di Reverse Reflection.
E la batteria… dio cristo, la batteria è uno sballo.
Quest’album è una bomboniera, caro pubblico; inutile giraci attorno. È una bomboniera oggettiva, non occorre una passione verso quest’àmbito espressivo per rendersene conto. I pochi momenti in bilico tra forzatura ed artificiosità (non fa impazzire la violenza fuori luogo di “Time Vs Einstein”, per citare quello che davvero risalta) non bastano certo ad affossare un gusto compositivo attento e delizioso.
Una volta si sarebbe detto internazionale, per noi è solo un gran bel disco.



