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TARCHON FIST – La Fiamma Dell’Entusiasmo Brucia Ancora
I Tarchon Fist sono una delle realtà più interessanti nel panorama heavy italiano, perciò dopo aver apprezzato molto la loro pubblicazione fresca di qualche settimana, “The Flame Still Burns, abbiamo colto l’occasione per approfondire. Abbiamo avuto il piacere di fare una telefonata a Marco “Wallace” Pazzini, bassista del gruppo, che si è mostrato molto cordiale e disponibile a lasciarsi andare a una lunga chiacchierata. Ecco com’è andata:
Ciao, Come stanno andando queste prime date?
Siamo molto contenti perché i pezzi nuovi piacciono molto; sono diversi dai precedenti, facciamo heavy metal quindi la struttura è sempre quella, ma gli ultimi brani hanno dei tagli diversi rispetto al passato e vediamo che hanno un riscontro molto positivo.
Avete recentemente suonato anche all’estero, com’è recepita la vostra musica lì?
Le cose stanno cambiando da tanto tempo per il metal italiano, devo dire che siamo sempre stati accolti molto bene. Il sudore e il sacrificio pagano sempre e comunque, e noi siamo dei lavoratori del metallo (ride, nda), ci piace lavorare per portare in giro belle serate al pubblico, a chi ci ascolta e chi ci apprezza, e questo è sempre stato apprezzato sia all’estero che in Italia. Certo, in Germania o in Repubblica Ceca il metallo è vissuto come musica di tutti, quindi è più pubblicizzato, mentre qui è diverso.
Nel vostro ultimo lavoro cercate di amalgamare il tradizionale heavy metal con soluzioni più moderne, contestualmente al genere: come ci riuscite?
Dico una cosa non totalmente corretta: si tenta di svecchiare sempre, ma semplicemente perché invecchiando ci si rende conto che il mondo cambia. Ci appassioniamo alla realtà attuale e ci rendiamo conto che mantenere sempre e comunque lo stesso stile sia un po’ monotono. Si esplorano e si studiano quindi sonorità anche più moderne o comunque diverse, visto che ascoltiamo musica anche noi e veniamo influenzati dai tempi che percorriamo. E’ facile venire influenzati da quello che ci succede attorno e secondo me, invece, è molto più difficile mantenere sempre lo stesso stile, piuttosto che evolvere leggermente. Mi sento di dire che come gruppo, quando abbiamo una ventata d’aria nuova, la respiriamo a pieni polmoni e cerchiamo di cavalcarla, perché la sentiamo in noi, e speriamo che ci venga bene.
Secondo me sì, e mi sembra che tutti stiano accogliendo bene “The Flame Still Burns”. Presumo sia nato durante la pandemia…
Guarda, è nato dopo un lunghissimo periodo d’astinenza dalla sala prove che ci ha fatto malissimo, peggio di una crisi d’astinenza da eroina (ride, nda). Oltretutto è nato come una reazione; stavamo promuovendo il disco precedente, che tra l’altro stava andando molto bene. La pandemia ci ha colto mentre eravamo in tour coi Lordi, ci ha fatto saltare le ultime due date in Italia e, a parte il fatto che è stato un dramma mondiale, ci ha veramente fatto incazzare (ride, nda) in maniera molto importante. E quindi Tattini (Luciano Tattini, chitarrista e leader della formazione, nda), che scrive anche i testi, ha avuto un attimo di raccoglimento e non potendo esprimersi vedendoci e suonando assieme a noi, si è buttato sulla composizione. Ha iniziato a scrivere nuova musica e dopo un po’ anche a proporcela, naturalmente da remoto, quindi abbiamo dovuto imparare le nuove tecnologie per confrontarci, perché prima quando dovevamo parlarci e confrontarci ci vedevamo di persona.
Ci sono state anche delle difficoltà, naturalmente, perché il confronto diretto porta anche un certo livello di empatia, parlare attraverso una webcam è completamente diverso. Però alla fine, secondo me, siamo riusciti a creare una base lavorando tantissimo ognuno nel suo guscio. Poi abbiamo avuto un grande spirito di sacrificio nel confrontarci, perché quando uno lavora tanto per conto suo poi crea anche una barriera che deve successivamente rompere per poter condividere ciò che ha fatto con gli altri e fare qualcosa di bello.
Dopodiché, finalmente hanno aperto le sale prove e quindi ci siamo visti (ride, nda) e abbiamo smussato molti spigoli e creato un “messaggio univoco” da parte di tutti i componenti della band. Da questo è nato “The Flame Still Burns”, arrivato in un momento di privazione, quindi non voleva essere troppo violento ma voleva esprimere un disagio e una gioia nel poter tornare a vivere tutti insieme.
Com’è nata la vostra collaborazione con Giacomo Voli e Julien Tournoud (rispettivamente dei Rhapsody Of Fire e Amon Sethis, nda)?
Con Giacomo abbiamo avuto dei rapporti in passato, non abbiamo mai condiviso il palco, ma abbiamo tantissimi contatti a Brescia, sede anche dell’etichetta che ha prodotto i primi album, quindi bene o male l’ambiente lo abbiamo sempre frequentato. Abbiamo avuto la possibilità di coinvolgerlo, lui è stato assolutamente gentile e ci ha onorato della sua presenza e ha partecipato in quello che abbiamo scelto come brano di punta dell’album. Con Julien siamo amici di vecchia data: fin da quando cercavamo gente con cui fare scambi di date in Francia siamo in contatto con lui, abbiamo condiviso diversi palchi per tantissimo tempo e quindi abbiamo stretto una grandissima amicizia, e anche lui ci ha fatto l’onore di partecipare. È un grandissimo cantante con delle potenzialità enormi e talvolta inespresse e con delle idee a volte avveniristiche per come canta.
A livello tematico, il disco presenta vari temi sociali e di attualità. Mi vengono in mente alcuni brani, tra cui “9/11” (sull’11 settembre), “Soldiers In White” (sulla pandemia) e “The Man”. Tra l’altro nelle prime due canzoni che ho citato affrontate gli argomenti dando ampio spazio non semplicemente agli avvenimenti tragici e drammatici, ma soprattutto a coloro che hanno prestato soccorso in quelle occasioni. Un punto di vista insolito e originale a mio avviso…
Grazie. Beh diciamo che il fil rouge dei Tarchon Fist fin dall’inizio, partendo dallo stesso nome del gruppo che è una divinità guerriera delle nostre zone, è la lotta. Ma non la lotta intesa come guerra e spargimenti di sangue, cosa che non ci interessa assolutamente, ma è la lotta intrinseca delle persone, che a un certo punto si mettono in prima linea e decidono di fare del bene sacrificandosi, molti anche con l’estremo sacrificio, per qualcosa che rimanga, quindi dare una mano agli altri e permettere agli altri di sopravvivere e mandare un messaggio positivo. Non è un taglio classico delle nostre produzioni, che magari potevano rimandare appunto al guerriero classicamente inteso, ma in questo nuovo disco si parla di chi appunto, in un momento molto difficile come può essere l’11 settembre, come può essere la pandemia, come possono essere molte altre situazioni (può anche essere una guerra personale) si mettono in primo piano e lottano fino allo stremo delle forze. Questo è il messaggio che volevamo dare con tutto l’album. Anche “The Man”, che tu hai citato, parla di questo. E’ un brano molto più scherzoso, allegro e un po’ anche autoironico, perché parla di un lottatore, che però alla fine si scopre non essere un lottatore bensì una lottatrice di wrestling.
“Soldiers In White” invece parla di una lotta che ci ha colpito molto più da vicino: come dicevamo, ruota attorno al Covid e al ruolo di medici e infermieri…
Sì. In quel momento di totale sbandamento di qualsiasi cosa (la nazione era andata nel panico, come tutto il mondo) alcune persone hanno preso a due mani la loro vita e ci hanno salvato. Si può pensare a qualsiasi cosa, anche che sia stato un virus mandato da Marte o che ce lo siamo fatti da soli o quello che ti pare, ma comunque era un momento di crisi e qualcuno ha fatto qualcosa per andare avanti, quindi: grazie.
Grazie a voi per aver ricordato il loro sacrificio. Cambiando argomento, state pianificando qualche data ulteriore o, magari, un mini tour?
Attualmente abbiamo in programma qualcosa a settembre, in agosto abbiamo qualcosa non ancora confermato, ma il mondo della musica è difficilissimo ed è molto complicato. Stiamo cercando di programmare qualche tour, magari aggregandoci a carrozzoni più grandi di noi a livello europeo. C’è molto fermento ma pochissima certezza, in questo momento. Noi vogliamo suonare; dai ragazzi! Vent’anni fa si facevano 50 date all’anno, noi vorremmo farle ancora! (ride, nda)
Il panorama è molto cambiato rispetto a 20 o 30 anni fa, e voi siete musicisti con una lunga esperienza, che parte ben prima della comunque quasi ventennale carriera nei Tarchon Fist. Come avete vissuto il cambiamento?
Mantenere un gruppo oggi è molto difficile, bisogna volersi molto bene e andare d’accordo. Il panorama esterno è sempre più difficile, oltretutto la contrazione economica di questi anni non aiuta anche perché per fare una serata ci vuole un investimento da parte del locale, dell’organizzazione, della sicurezza. L’investimento va riconosciuto per poterne fare un altro, quindi se il riconoscimento economico non c’è, diventa difficile riproporne altri. Il mercato si è contratto negli ultimi 30 anni. Sia in Italia che all’estero, non cambia niente. Anche l’est Europa, che per noi era l’America una volta, perché si suonava in qualsiasi condizione anche precaria a livello di sicurezza e di impianti elettrici – sono geometra e ho visto delle cose da brividi in giro (ride, nda) – oggi si è allineato. Però da quello che vedo le cose continueranno a farsi. In Italia stanno organizzando festival mostruosi, mi viene in mente per esempio il Luppolo in Rock, festival che hanno richiamo anche all’estero. È un investimento fisico, mentale ed economico molto importante.
C’è qualcosa invece che è migliorato rispetto a trent’anni fa?
Allora, io sono molto nostalgico, quindi mi sembra difficile, anche semplicemente perché sono invecchiato e nulla mi sembra migliore di quello che era una volta (ride, nda). Forse, essendoci oggi la possibilità di avere comunicazione non mainstream a qualsiasi livello, ci possono essere delle sorprese musicali più importanti. Si potrebbe lavorare con cose alternative e bisognerebbe pubblicizzarle. Meglio degli anni d’oro trovo difficilmente qualcosa, a parte il fatto che sono ancora qua.
Quali sono i piani futuri dei Tarchon Fist?
Stiamo già lavorando al disco nuovo, anzi: siamo anche a buon punto e abbiamo già qualche idea per quello dopo…
Ah no, gli anni passano e si riducono. Quelli dietro aumentano ma quelli davanti finiscono, quindi bisogna darsi una mossa (ride, nda), non c’è mica il tempo per far tutto! Il primo obiettivo, come tu hai chiesto precedentemente e ti ringrazio della domanda, è fare un tour europeo di 15 o 20 giorni, compresa l’Italia, perché soprattutto ci rode tantissimo non aver finito quello precedente. Una volta fatto quello, album nuovo e cose nuove. Ci piacerebbe anche suonare in più occasioni in Italia, visto che negli scorsi anni abbiamo suonato molto all’estero ma meno di quanto avremmo voluto nel nostro Paese.
Beh, se il buongiorno si vede dal mattino, la promozione di “The Flame Still Burns” è iniziata molto bene
Sì, sono d’accordo (ride, nda)
L’intervista è conclusa. Se vuoi aggiungere qualcosa, questo è il momento per farlo
Mah, io posso dire soltanto: grazie della vostra attenzione e passione, seguite questo branco di anziani che ha ancora voglia di fare del metallo e forse ti manderò un po’ in clip la registrazione, però grazie DAI TARCHON FIIIIIIIIIIST (urla nel microfono, nda).






Stavo cazzeggiando quando mi sono imbattuto sul sito e ho visto il nome Marco Brivio.
Mi è subito venuto in mente una lunga treccia bionda appesa in uno stipetto in camerata della caserma areonautica a Villafranca, Verona.Marco Brivio,sei tu?
Ho trovato pochi in giro con tanto Metallo che scorre nelle vene come te.
A proposito,sono Zambo della B10.