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È uscito il 26 giugno il nuovo album dei Darkhold “Centuries Of Purgatory” prodotto dalla Nadir Music, un disco thrash che conferma quanto di buono fatto con il disco precedente.
Un’ottima occasione per scambiare quattro chiacchiere con il cantante del gruppo Claudio Facheris ed approfondire i vari aspetti che caratterizzano i vari aspetti della nuova fatica targata Darkhold.
Ciao Claudio e benvenuto sulle pagine di Heavy Metal Webzine.it. Vorrei subito fare i complimenti per il nuovo album Centuries Of Purgatory, lavoro che fa da seguito del vostro esordio Tales From Hell. Prima di iniziare a parlare del presente, ci vuoi raccontare la storia del gruppo?
Il progetto Darkhold nasce nel 2021, come costola e naturale prosecuzione del progetto tributo ai Testament chiamato The Preachers, fondato nel 2015. Oltre che da me ed Eros Mozzi, rispettivamente ex cantante ed ex chitarrista solista dei death-thrasher Methedras, la formazione è completata dal chitarrista ritmico Giovanni Casagrande (ex Syndrome), dal bassista Giuseppe Celeste (ex Syndrome e Self Disgrace) e dal batterista Jacopo Casadio (ex Nefastis). La band si mette subito all’opera e finalmente pubblica il 31 marzo 2023, sotto Ghost Records Label, il debut album “Tales From Hell”, che con le sue nove tracce ripercorre la risalita dai gironi infernali danteschi di famosi personaggi delle fiabe, la cui ricerca di pentimento per i peccati commessi è l’unica speranza di redenzione da una dannazione eterna. Questo permette alla band di calcare molti palchi italiani, tra cui quelli di Bloodfeast 2023, Isola Rock 2024, Metal For Emergency 2024 e Rock Inn Somma 2025, e in contemporanea di creare la tracklist del nuovo capitolo discografico, “Centuries Of Purgatory”, pubblicato il 26 giugno 2026 sotto l’etichetta Nadir Music degli amici Trevor e Tommy dei Sadist, che ha già permesso alla band di esibirsi su palchi di caratura internazionale quali Luppolo In Rock 2026 e Rock And Bol 2026. I nove brani del nuovo album sono radicati nei peccati della quotidianità umana e nella paura delle loro conseguenze, proiettandoci verso un percorso tutto nuovo, ma sempre marchiato a fuoco dalle sonorità che ci hanno fatto amare dai nostri fan.
Perfetto. Dopo un po’ di storia, torniamo al presente e a Centuries Of Purgatory. Da dove nasce il titolo?
Il titolo dell’album nasce come diretta continuità dal primo album, ma se Tales From Hell definiva l’ucronia di un passato fantastico immerso in una visione infernale dell’esistenza, questo nuovo album è letteralmente radicato nell’agonia di un presente asfissiante e malato. I peccati non sono più attribuibili a possibili scelte sbagliate a seconda di strade diverse intraprese, ma sono paurosamente ancorati a decisioni volute, giornalmente perpetrate perché contemporaneamente schiave e dominatrici del relativo peccato, che non a caso in Purgatorio viene chiamato e ben definito come vizio. Un vizio è chiaramente di base un peccato ma è ancora più subdolo perché è ragionato, voluto, temuto, desiderato; un “Odi Et Amo” dal quale non ci si riesce a liberare.
Molto interessante la copertina. Chi è l’artista e cosa rappresenta l’opera?
L’idea della copertina mi è venuta da un’opera scultorea realizzata dal veneziano Francesco Bertos tra il 1725 e il 1735, “La Caduta Degli Angeli Ribelli”, tutt’oggi visibile ed esposta in modo permanente all’interno delle Gallerie d’Italia di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza; partendo dalla visione di questo ammasso di corpi, caduti dal Paradiso e in preda alla disperazione per la perdita di tutto ciò che avevano, ho rielaborato il concetto dei corpi in una spirale contraria, verso l’alto, dove le anime del Purgatorio, divise in cerchie, tentano di risalire l’una sopra l’altra per liberarsi dal giogo di una eternità inesorabile e raggiungere uno spiraglio di speranza rappresentato dalla luce alla sommità di questa struttura conica, come una visione celestiale e di perdono purificatore. Oltre che per l’Antipurgatorio e per l’entrata al Paradiso Terrestre, per ogni cerchia dei vizi capitali c’è un peccato, per ogni peccato ci sono moltitudini di anime e per ognuna di esse c’è un loro rappresentante marchiato a fuoco con un simbolo specifico e personale (guardate bene la copertina e li troverete tutti e nove…), un paria talmente estremo per i peccatori stessi da meritare la marchiatura a fuoco, ma anche la loro guida spregiudicata verso la speranza del perdono eterno, sempre che ce ne sia uno; proprio questa insicurezza fa crescere nei peccatori del Purgatorio (che non siamo nient’altro che noi stessi, uomini sulla Terra) la paura sempre più marcata che quello che stiamo facendo per raggiungere quell’obiettivo sia in realtà tutto inutile, una presa in giro, una farsa, ma nonostante ciò cresce in noi in modo costante la necessità di crederci, di andare avanti senza sosta, di sperare, e di compiere le peggiori nefandezze in nome di tutto ciò…
Per rappresentare al meglio le tematiche di Centuries Of Purgatory abbiamo appositamente scelto un’ artista pazzesca come Sheila Franco e lo abbiamo fatto perché il suo stile pittorico è proprio quello che volevamo da tempo e che eravamo sicuri avrebbe dato la migliore visione del nostro percorso tematico e musicale. Non solo per il suo stile o per la scelta cromatica che tutti avete potuto ammirare, ma in particolar modo per la dinamicità che volevamo dare ai movimenti degli abitanti del Purgatorio rappresentati in modo strabiliante nella piramide umana dipinta in copertina, a definire ognuno dei vizi capitali nei minimi particolari, con la simbologia giusta marchiata a fuoco sulla loro pelle, in un turbine di disperazione e fatica nel cammino verso la cima, la luce, la speranza, o forse la vera fine… Giudicate voi l’operato di questa artista tutta italiana, per noi assolutamente straordinario, e che spero verrà elogiato ovunque e le permetterà di raggiungere il successo che merita, perché quando l’arte trascende sé stessa allora siamo di fronte a talenti puri che vanno preservati e protetti ma al contempo esaltati e celebrati.
Nell’album ho notato che i brani sono meno immediati rispetto al precedente lavoro, ma più, permettimi il termine, più “ragionati”. Cosa ne pensi al riguardo? Avete approcciato la costruzione musicale dei pezzi in maniera differente o questo cambiamento, se così si può chiamare, è avvenuto naturalmente?
A livello personale negli ultimi anni siamo cambiati, abbiamo affrontato la quotidianità delle nostre vite, con i loro problemi e le loro sfide, abbiamo visto fare la stessa cosa al mondo che ci circonda, e quindi oggi come non mai il Purgatorio e suoi vizi strisciano indisturbati sulla Terra senza freno alcuno; tutto ciò è decisamente marcato sia nei testi sia nella musica di Centuries Of Purgatory, nel quale contemporaneamente si possono trovare energia e disperazione, volontà e arrendevolezza, tutto comunque subordinato a una enorme paura di base. A livello compositivo in verità è tutto già lì, nell’aria, che aspetta solo di essere musicato e scritto… lo respiri nell’aria in casa e fuori, lo vedi in televisione o dal vivo, lo ascolti in radio o nei podcast, lo percepisci pesantemente negli occhi di chi ti circonda, persone di ogni tipo di estrazione sociale e/o culturale al lavoro, in posta, al ristorante, al cinema, ai concerti, in vacanza, in un tribunale o in una prigione, in un parlamento o in un luogo di culto di qualunque tipo di religione; tutto insieme, vizio e paura, in un balletto estenuante, una commedia dell’arte, un gioco delle parti dove perdono tutti allo stesso modo, anche se la percezione può sembrare diversa. C’è chi perde beni materiali e chi spirituali, chi la reputazione e chi l’anima, chi subito e chi a rate, chi muore prima e chi dopo, ma il finale è sempre lo stesso, ed è tutto tangibile, a portata di mano per noi che componiamo musica e parole, che altro non sono che la trasposizione uditiva di queste situazioni inesorabilmente intense. Le idee per Centuries Of Purgatory erano chiare sin da prima della costruzione musicale dell’album, perché definite dalla linea tematica basata sui vizi capitali all’interno delle cerchie purgatoriali dantesche; da qui si è partiti con strutture ritmiche che potessero rispecchiare il “mood” di ogni brano in relazione alla tematica stabilita, e quasi in contemporanea, ma come parte terminale, la scrittura dei testi; infine si sono perfezionati gli arrangiamenti e i patterns di ogni strumento, con una pre-produzione per singolo strumento che di volta in volta, associata nell’ascolto agli altri strumenti, ha definito la visione finale delle composizioni stesse. Chiaramente la definizione della tracklist era già nota prima di iniziare la costruzione musicale, quindinove9 brani che includessero l’Antipurgatorio, i sette vizi capitali e per ultimo l’ingresso al Paradiso Terrestre; per giungere però alla composizione finale di oggi brano i riff creati, e scartati, sono stati tanti per molteplici ragioni, ma comunque funzionali fino all’osso alla composizione migliore di ogni singolo brano; molte idee sono ovviamente rimaste nel cassetto per i progetti compositivi futuri, ma non è detto che vedranno per forza la luce perché bisognerà vedere quanto potranno essere adatte alle tematiche che svilupperemo per i prossimi album.
Riguardo ai testi, ci puoi dire su cosa vertono e come nascono le idee per la loro scrittura?
In questo album, rispettando la costruzione dantesca del Purgatorio, vengono vissuti in nove tracce i sette vizi capitali, il vero cuore di tutta l’opera, protetti da un Antipurgatorio iniziale e da un Paradiso Terrestre finale, e il tutto è vissuto come un nuovo viaggio nei meandri più oscuri ma terribilmente tangibili della perversione e dell’animo dell’umanità. Una umanità familiare: quella del vicino di casa, dell’amico, del parente stretto; quella che si può toccare, vivere, respirare, subire; quella per cui può cambiare tutto, nel bene e nel male, e che a sua volta ti cambia dentro, nel profondo; quella che non ti lascia scampo, perché ne sei schifato ma anche attratto, senza possibilità alcuna di sottrarti a essa. C’è una inesorabilità di fondo che è disarmante, una dipendenza incontrovertibile, una impossibilità di disintossicazione talmente palese che pare di stare con le gambe bloccate nel fango fino alle ginocchia: una situazione talmente critica dalla quale, per liberarsi, si è inevitabilmente obbligati a lasciare indietro per sempre qualcosa di sé stessi, pagando un prezzo inimmaginabile. I sette vizi capitali, che per la precisione sono superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola e lussuria, sono qui sviscerati in modo rigoroso e rispettoso della visione cronologica dantesca, ma sono pennellati su persone reali, di mia precisa conoscenza, e sono tasselli di una escalation peccaminosa senza eguali, proprio perché vera e tangibile, quindi ancora più spaventosa di una “favola infernale” della buonanotte che ti lascia una morale e una speranza; in Centuries Of Purgatory non c’è speranza e soprattutto non ci sono né morale né etica, c’è solamente, si fa per dire, la malsana consapevolezza dei propri Peccati e della propria umana disumanità al servizio del peccato puro. La realtà odierna, il “vivere in questi tempi”, ci offre su un piatto d’argento, sotto ogni più disparata forma, strisce bianche già tagliate di tonante arroganza, viscerale invidia, incontrollabile ira, disarmante pigrizia, avida avarizia, onnivora fame e incatenante piacere carnale; un vortice di estremismi che ti risucchia sempre più giù, sempre più solo, senza nulla a cui aggrapparsi per riprendere fiato, e qui i miracoli non esistono.
È uscito il video di “The Slithering”. Come mai avete scelto proprio questo pezzo?
Siamo tutti schiavi e dipendenti e/o portatori sani di tutti i sette vizi capitali, quindi in realtà ognuno di loro in fase di scrittura dei testi ha generato in me parecchie situazioni contrastanti e forti, dei veri e propri pugni in faccia morali ed emotivi, ma tra tutti abbiamo optato per il vizio dell’invidia con “The Slithering”. Un brano tosto e veloce, dal ritmo incalzante ma al contempo destabilizzante, strisciante come un serpente proprio come l’Invidia stessa, che ti entra dentro e che non riesci a prendere, figuriamoci a frenarla definitivamente, a meno che tu ti senta davvero in pace con te stesso e abbia raggiunto la pace dei sensi, cosa dal mio punto di vista assolutamente impensabile, né per me né per l’umanità attorno a me.
Trovo di livello eccelso la produzione di Tommy Talamanca e della Nadir Music. Come vi siete trovati a lavorare con loro?
Scegliendo i Nadir Studio di Tommy Talamanca sapevamo perfettamente che cosa avremmo voluto per il nuovo album, cioè una produzione più corposa, ma non finta, un suono più definito ma non “leccato”, una visione nuova e personale che desse il giusto risalto alla parte musicale di ogni singolo strumento nel giusto equilibrio e che facesse percepire la sofferenza della voce attraverso i testi, ma senza scavalcare la resa sonora, piuttosto amalgamandosi a essa per sottolineare quanto ogni parte di noi sia soggetta ai vizi capitali in maniera assoluta. Il risultato finale ci ha persino strabiliato, dando forza inaspettata a brani che nella fase di pre-produzione non ci stavano convincendo fino in fondo, ma che grazie alle mani magiche di Tommy hanno saputo esplodere con vigore, dandoci indietro sensazioni nuove e all’altezza del percorso insito nel disco stesso.
La tua voce ha quella particolare e giusta vocalità thrash che rappresenta, a mio modesto parere, la voce del thrash italiano. Essendo anche tu, come me, diversamente giovane e avendo già un lungo curriculum alle spalle, ci spieghi come ti prepari per l’incisione di un brano e prima di un concerto?
Ti ringrazio di cuore per il “diversamente giovane” e per considerare la mia voce come quella rappresentante del thrash italiano (ricordati di mandarmi l’iban che ti faccio il bonifico concordato… eheheh ), ma credimi che il nostro Belpaese a livello vocale in ambito metal, thrash compreso, ha delle eccellenze stratosferiche, più o meno “diversamente giovani”, che si possono scoprire online ma gustare al meglio solamente dal vivo… La mia preparazione vocale è decisamente differente per le due situazioni da te citate: se in sede live preferisco preservarla prima di salire sul palco, sopra il quale oltre a cantare mi muovo parecchio e faccio notevoli sforzi fisici (sempre per la mia diversa giovinezza incalzante), in studio la faccenda cambia di molto, perché faccio esercizi vocali profondi e scaldo la voce al meglio, sia in pulito che in growl, per una migliore resa sonora… Lo so, tutto questo dovrei farlo anche prima di salire su un palco, ma sono pigro e preferisco le birre e le risate con la band e con gli amici, che mi caricano al meglio.
Avete iniziato con i concerti in giro per l’Italia per la promozione del disco. Vi ho visto in azione già parecchie volte e la dimensione live è il vostro territorio di caccia ideale per fare proseliti. Ci sono aneddoti e date in particolare che ricordi come particolarmente memorabili?
La promozione di Centuries Of Purgatory è iniziata live già nel migliore dei modi, perché oltre al release party alla Cripta di Cusano Milanino l’11 luglio, abbiamo potuto esibirci anche su palchi fantastici e con un pubblico meraviglioso come quello trovato in realtà affermate quali Luppolo In Rock 2026 a Cremona e Rock And Bol 2026 a Bolotana, in Sardegna. Sono stati tre concerti esplosivi per diversi fattori, con headbanging sfrenato, cori e incitamenti continui, circle pits, walls of death, abbracci, complimenti a profusione, autografi, ma soprattutto l’empatia e lo scambio di energia tra noi sul palco e il pubblico sotto; questa per noi è davvero la sensazione più importante, al di sopra della riconoscenza mediatica, delle statistiche virtuali o del merch venduto, che fanno sì piacere e ci permettono di andare avanti a livello economico e di immagine, ma che sono assolutamente secondario al vero gradimento emotivo delle persone, che proprio con quello che ho descritto prima ci hanno fatto i più bei regali estivi che potessimo ricevere… Le date sono state tante sin dal battesimo live della band nel 2023, e ancor di più se calcoliamo tutto il periodo con l’iniziale tributo Testament, e tutte ci hanno lasciato qualcosa di indelebile, cioè l’apprezzamento da parte del pubblico di quello che facevamo sul palco ma soprattutto di quello che facevamo e facciamo fare a loro sotto il palco, perché noi siamo lì per fare musica ma loro sono lì con noi per viverla al 1000%, altrimenti alla fine ce ne torniamo a casa tutti con qualche rimpianto, e non è proprio quello che nessuno delle parti in causa desidera, alla fine…
Da tempo si dice che il thrash sia morto o nella migliore delle ipotesi, sia “vetusto”. Come vedi la situazione in Italia per questo glorioso genere musicale? Ci sono band italiane che segui e come trovi la scena metal italiana in questo momento?
Io la vedo sempre bene, da sempre in realtà, ma chiaramente ogni anno con protagonisti e finalità differenti, anche perché nomi precisi ne avrei tantissimi ma dovrei farti un elenco infinito e sicuramente dimenticherei qualcuno. Sono sulla piazza da ventinove anni ormai, di band validissime ne conosco davvero tante, ma sono sicuro che tante ne citerei quante tante colpevolmente ne dimenticherei; però la mia verità sta nel fatto che ognuna di quelle che ho conosciuto, ascoltato e con cui ho condiviso o meno il palco, e non solo lombarde quindi, abbiano avuto e abbiano tutt’ora qualcosa da dire, pur se rimaste in un ambito underground, tanto pieno di rabbia e contraddizioni quanto carico di arte e talento, ma comunque sempre vivo e pulsante. Per questo invito chiunque voglia davvero capire questo sottobosco a vivere i concerti, a usare intelligentemente i social per confrontarsi musicalmente e testualmente con queste realtà, non semplicemente per incontrarsi fugacemente dal vivo, farsi un selfie o bersi delle birre in compagnia, cose che ovviamente ci stanno eccome per carità, alla grande, ma che non dovrebbero essere le uniche cose da voler condividere con chi fa musica metal in Italia oggi.
Togliendo i Testament, quali sono i tre gruppi e i tre album che ti porteresti su un’isola deserta?
Dischi metal sicuramente Burn My Eyes dei Machine Head, Forbidden Evil dei Forbidden e Symbolic dei Death, ma lasciare fuori Rust In Peace dei Megadeth sarebbe una bestemmia, quindi facciamo 4 dai. In ambito non metal direi Automatic For The People dei R.E.M., un best of dei primi 4 album di Jamiroquai e tutta la discografia in mp3 di “The Voice” Frank Sinatra.
Prima di chiudere, c’è qualcosa che vuoi aggiungere per i lettori di HMW?
Come diceva il Maestro Chuck Schuldiner, “support music, not rumors”, quindi lasciate perdere il gossip stagionale, le pugnalate alle spalle, le maldicenze e le cattiverie gratuite e: se sapete suonare o cantare, dedicatevi al vostro strumento con passione giornaliera, create musica e fatela ascoltare; se invece siete ascoltatori e basta, proprio per definizione stessa ascoltate tutto, ma tutto davvero, senza preconcetti e paraocchi, perché la musica è inaspettatamente collegata a sé stessa con sfaccettature diverse fra loro ma tutte cariche di passione, ritmo, tonalità, e anche quella più lontana dai vostri gusti potrebbe regalarvi risvolti impensabili e nuovi stimoli creativi… Andate ai concerti se potete, soprattutto a quelli gratuiti e underground, perché è proprio da lì che parte tutto e tutto ritorna, quindi alzate il culo dal divano e appunto“support music, not rumors”… Ci vediamo a uno dei nostri prossimi live nella nuova stagione, le occasioni saranno tante e sparse per l’Italia e non solo, non fatevele raccontare da altri ma venite a viverle con noi…
Grazie Claudio per il tempo concessoci. Prima che mi dimentichi, il mio iban è 123…..






