NEVERMORE + Deep As Ocean – 04/09/2026 – Live Club, Trezzo sull’Adda (MI)


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NEVERMORE + Deep As Ocean
Live Club, Trezzo sull’Adda
4 settembre 2026

“Questi non sono i Nevermore”
“Ah, ti sei messo ad ascoltare le cover band?”
“No Dane, no Party”
“Ma non potevano tornare e chiamarsi con un altro nome?”

Queste sono – più o meno – solo alcune delle frasi che ho letto o sentito, provenienti da perfetti sconosciuti così come da amici che avrei ritenuto più ragionevoli.
Immagino la scena dell’interlocuzione con alcuni di loro, con una telefonata che si intromette nel discorso e la voce del Bisteccone Galeazzi modulata da Nicola Savino che pensando di non essere più in linea esclama con estrema convinzione uno splendido “ma baffanculo va”.
Perché si possono dire tante cose, troppe alle volte, ma che due elementi fondamentali al suono dei Nevermore come Loomis (che è praticamente l’autore principe delle musiche) e Williams non abbiano il diritto di rientrare sulle scene dalla porta principale, sinceramente non è tollerabile. Prendiamo l’emblema del quartetto di Washington, quel Dead Heart In A Dead World che ventisei anni (già, si parla di 2000) fa scombussolò le vite di molti di noi: se prendiamo il libretto del CD, lo apriamo e leggiamo i crediti, è tutto targato Loomis/Dane (attenzione, prima Loomis, poi Dane), eccettuata “Believe In Nothing” (Dane/Loomis) e la traccia che intitola l’album (Loomis/Sheppard/Dane). Volete davvero dirmi che non ci sono gli estremi per ritornare, anche se con una nuova formazione, dove ci si è rivolti a elementi più giovani e decisamente capaci per poter concretizzare l’attività? No, “io non ci sto”, e se non cogliete la citazione, vi mando a casa il generale nazionale.
Poi, magari non sarà tutto rose e fiori, e come sia andata realmente con Sheppard importa poco, ma tutto ciò non toglie un’oncia di diritto a questo ben più che semplicemente gradito ritorno. E sì, non è come sentirli con Dane e nessuno lo mette in dubbio, ma questa è una reunion più che lecita.
Manca solo che tra i destinatari dell’invettiva qui sopra ci sia chi dice che vedere i Death To All possa compensare la mancanza di Chuck, e facciamo bingo.

Dopo aver cominciato con una bella polemica il report di questo evento, particolarmente atteso da tanti di noi sin dal giorno del suo annuncio, veniamo al resoconto della serata.
Viaggio della speranza (2h per nemmeno 50km) per raccattare il quarto membro della spedizione a Linate, frugale cena al sacco (e al risparmio) grazie al supermercato nei dintorni, e subito ci dirigiamo al Live Club ormai aperto e pronto ad accoglierci. Sono da poco passate le 19:30 e il locale non è particolarmente pieno (non ho mai nemmeno letto di un eventuale sold out), ma col passare del tempo finirà per essere gremito; mi viene detto da una “addetta ai lavori” che sono stati venduti circa 840 biglietti in prevendita, e la capienza ufficiale è tra i 1800 ed i 2000 spettatori, diciamo che saremo almeno un migliaio. Tra i classici incontri e saluti di rito con tante facce note, incrocio il buon sodale Daniel, cui lascio la parola per il gruppo di supporto.

L’apertura del concerto è stata affidata alla band meneghina Deep As Ocean, autori di un Nu-Metal, Metalcore molto moderno. L’approccio dei quattro musicisti è molto carico, sebbene la chitarra sia estremamente bassa come volume nelle prime due canzoni, relegando alla sezione ritmica tutto il lavoro. Riff monolitici e un certo gusto per i breakdown si mescolano a delle basi registrate che riempiono l’atmosfera mentre il cantante Matt Bonfanti si destreggia fra fry scream e cantato pulito. La proposta non è sicuramente la più originale, ma parte del pubblico che si sta accalcando sotto al palco in vista degli headliner sembra apprezzare e risponde bene alle chiamate della band. Onestamente li ho trovati mal piazzati di spalla ai colossali Nevermore, sia per il contesto musicale che soprattutto per la giovane età dei musicisti. I Nevermore sono sui palchi da più di trent’anni e il loro pubblico di massima ha sicuramente un gusto meno affine al metalcore dei Meneghini.
Le tracce proposte nei quaranta minuti circa a disposizione sono state tratte principalmente dall’ultimo album Dance With Death del 2024 e del primo album Crossing Parallels. [Daniel]
(formazione: Matteo Bonfanti – voce, Alberto Buttò – chitarra, Matteo Acquati – basso, Riccardo Buttò – batteria)

L’inizio dei Nevermore è previsto per le 21:10, e sono le 21:15 quando risuona l’intro “Ophidian” e già mi chiedo se seguirà “Beyond Within”, mentre i Nostri partono con “Narcosynthesis” (tranquilli, la riprenderanno più avanti e sarà l’unico estratto da Dreaming Neon Black), giusto per non fomentare da subito quanti sono accorsi per salutare il ritorno di una delle formazioni più influenti e fondamentali del metal tutto.
Da qui in avanti sarà esclusivamente un tripudio di braccia (e corna) al cielo, con i Nevermore che pescano – lasciatemi dire purtroppo – solo da Dead Heart In A Dead World in avanti, dimenticandosi completamente il debutto e The Politics Of Ecstasy e, perché no, il mitico mini In Memory. Ma tralasciando i feticci personali, abbiamo comunque un susseguirsi di pezzi da novanta a suggellare una serata da incorniciare; i classici ci sono tutti, specialmente quelli di Dead Heart…, che vedono un pubblico partecipe e parecchio “canterino” (vedi la parentesi vocale con il nuovo arrivato – e sicuramente colui che più di tutti dovrà imporsi sul pensiero comune – Berzan Önen). Ed effettivamente i sei estratti da quell’album sono quelli che fomentano maggiormente gli intervenuti al Live Club; e come potrebbe non esserlo, visto che abbiamo la possibilità di risentire “Inside Four Walls”, “Believe In Nothing” e “The River Dragon Has Come”? Senza dimenticare “The Heart Collector”, dedicata al compianto Warrel Dane, dove il gruppo chiede di essere accompagnato dalle luci del pubblico; sono ormai pochi gli accendini, quindi sono gli schermi dei telefoni a farla da padrone.
Due parole sui tre nuovi innesti sono dovute: insieme al già citato Berzan, troviamo Semir Özerkan al basso ed il ventitreenne Jack Cattoi alla seconda chitarra. Inutile soffermarsi sulle capacità strumentali, non saremmo qui a parlare di loro se non fossero degli assi. Quello che è piaciuto è sicuramente l’aver assimilato i brani ed averli fatti propri: mi riferisco a qualsiasi parte cantata, dove Berzan rimanda sicuramente al suo illustre predecessore, ma riesce comunque ad imporsi col proprio stile, un mix di tecnica e sentimento che spiazza, ma anche a qualsiasi parte solista armonizzata e sincronizzata dei due chitarristi (ascoltate un video dal vivo di “The River Dragon Has Come”, per intendere).
Un solo brano da The Obsidian Conspiracy, “Moonrise (Through Mirrors of Death)” ed una tripletta finale tritaossa, che oltre alla citata “The River Dragon Has Come” ha potuto contare su “Born” e su “Enemies Of Reality” per chiudere il cerchio, consegnando la parola fine alla serata verso le 22:45, dopo una buona ora e mezza di esibizione. Lascio la parola al buon Daniel per il suo resoconto della serata.

Togliamoci subito il dente avvelenato, perché ogni pensiero riguardo alla performance live dei Nevermore è rivolto principalmente alla dualità Warrel Dane / Berzan Önen. Ebbene, il mastodontico cantante turco si è preso la scena, ha ricordato il compianto Warrel e ha offerto un’ora e mezza di show a livello stratosferico con una performance magnifica, intensa, sentita e travolgente. È meglio di Warrel Dane? No, ovviamente nessuno può prendere il suo posto nel cuore dei fan. Ha reso come Warrel Dane? Sì e probabilmente tecnicamente è anche migliore, con un controllo vocale più studiato e un’estensione da brividi sugli acuti e sulle basse, anzi bassissime frequenze. Il timbro vocale di Berzan è simile a quello di Warrel Dane, quindi lo show non viene snaturato cambiando lo stile; quella scelta sarebbe stata con il senno di poi, perdente, e ricrea perfettamente l’atmosfera malata e dissonante dei brani dei Nevermore.
Questi “nuovi” Nevermore quindi ci mettono meno di cinque secondi a conquistare il pubblico del Live Club, con “Narcosynthesis”, apertura di show da maledetti infami con una delle loro canzoni migliori. Jeff Loomis è riuscito nell’impresa di ricreare il groove e la potenza che la band aveva negli anni d’oro grazie anche al sempre delicatissimo Van Williams, che nonostante i capelli più grigi non si risparmia in nessun colpo, usando sempre i suoi fill sugli splash piccoli frontali che ne hanno da sempre caratterizzato lo stile di drumming. Semir Özerkan al basso è una bella aggiunta, suona in maniera non standard alternando slap e dita in maniera fluida; il suo pregio più grande è di riuscire ad essere un buon intrattenitore verso il pubblico, senza essere relegato al solo compito di musicista. La vera sorpresa poi è stata il giovanissimo Jack Cattoi alla seconda chitarra, ragazzino dall’aria impassibile che si è ritrovato dentro una potenziale macchina fuori controllo come i Nevermore che spaventerebbe chiunque. Basta segnalarvi l’assolo armonizzato all’unisono di “The River Dragon Has Come” suonato insieme al maestro Loomis, reso perfettamente, per darvi l’idea della qualità del musicista. Con una ritmica sempre presente di supporto ai soli di Loomis e anche alcuni solisti in cui può brillare di luce propria Cattoi può solo migliorare ancora, magari regalando un sorriso o un ghigno ogni tanto senza essere una maschera impassibile per tutto lo show, ma gli si perdona il peccato veniale vista la prova superba.
La scaletta la potete vedere qui sotto, rimane solo “Beyond Within” tratta da Dreaming Neon Black del 1999 mentre il resto è tutto estratto dalle ultime pubblicazioni dei Nevermore, il capolavoro Dead Heart In A Dead World, la conclusiva “Enemies Of Reality” e gli estratti da This Godless Endeavor e The Obsidian Conspiracy, ultima uscita del 2010.
In pratica una scaletta di best of che non lasciano spazio a dubbi sulla qualità delle composizioni. Ora che le conferme le abbiamo avute ci auguriamo che Jeff Loomis riesca a produrre nuovo materiale con questa formazione per far riprendere il trono ai Nevermore, una band che è mancata troppo a lungo! [Daniel]

Scaletta Nevermore:
Narcosynthesis (da Dead Heart In A Dead World)
My Acid Words (da This Godless Endeavor)
Inside Four Walls (da Dead Heart In A Dead World)
Beyond Within (da Dreaming Neon Black)
The Heart Collector (da Dead Heart In A Dead World)
This Godless Endeavor (da This Godless Endeavor)
Engines Of Hate (da Dead Heart In A Dead World)
Final Product (da This Godless Endeavor)
Sentient 6 (da This Godless Endeavor)
I, Voyager (da Enemies Of Reality)
Believe In Nothing (da Dead Heart In A Dead World)
Moonrise (Through Mirrors Of Death) (da The Obsidian Conspiracy)

Encore:
The River Dragon Has Come (da Dead Heart In A Dead World)
Born (da This Godless Endeavor)
Enemies Of Reality (da Enemies Of Reality)

Il 4 settembre abbiamo visto un gruppo affiatato e assistito ad un concerto mozzafiato, inutile girarci intorno. Detrattori ce ne sono e ce ne saranno ancora molti in futuro, ma d’altronde siamo tutti inconsapevolmente (o consapevolmente) detrattori a nostra volta, quindi prendiamola come viene e godiamoci quel che riteniamo giusto goderci, passando sopra alle idee – giuste o sbagliate che siano – di chi non la pensa come noi.
Riprendiamo la macchina col sorriso, e adesso che ci penso io e gli energumeni che mi accompagnano siamo gli stessi che li videro per la prima volta nel 2003 nel tour di Enemies Of Reality – altri li abbiamo persi per strada, chiaramente – proprio l’anno di nascita del nuovo chitarrista. Che ci vuoi fare, deformazione da quarantenne, sempre a ricordare i bei tempi andati e a rimarcare l’età…

Nei miei sogni più reconditi, spero sempre qualche ripescaggio dal passato; quanto mi sarebbe piaciuto e mi piacerebbe sentire “The Sanity Assassin” o “Matricide”, due fra i miei brani preferiti dei seattleites. Continuo a sognare, non sia mai che qualcuno di più vicino al gruppo porti loro questo consiglio.

Ringrazio Daniel e il compare Gareymer per le foto, le mie le ho cestinate a prescindere.

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