In The Best Tradition Festival Vol. III – 19/09/2026 – Sporting Club Centri Iride – Martinsicuro (TE)


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In the Best Tradition Festival Vol. III – 19/09/2026 – Sporting Club Centri Iride – Martinsicuro (TE)

Questo festival, diretta derivazione dell’Heavy Metal Night, è sempre una ghiotta occasione per ascoltare dal vivo leggendarie band del passato: nel corso delle passate edizioni si sono infatti esibiti gruppi quali Holocaust, Demon, Vardis, Cloven Hoof e Battleaxe e già dai nomi si può comprendere il livello di questo agguerrito festival. La terza edizione non fa eccezioni, anche se, alcune settimane prima dell’evento, si è dovuta registrare la defezione dei Bashful Alley, prontamente sostituiti dai Seventh Son, formazione non troppo conosciuta, ma che dal lontano 1980 infiamma la scena della NWOBHM. Dopo il rituale del taglio della porchetta da parte dell’organizzatore Federico Iustini, il festival può iniziare e ad aprire le danze ci pensa una band tutta italiana, i Menace, attivi ormai da quasi trent’anni. Forti di un metal dalle tinte priestiane e dall’ugola cromata di Rob Savegnago, i vicentini in mezzora di concerto mettono a ferro e fuoco il palco con uno straripante mix tra potenza, tecnica e velocità, con lo scatenato bassista Luca Capalbo coinvolto e travolgente nella sua performance. Dalle furiosa “Evilness” e “HeavyLethal” , tratte rispettivamente dall’EP d’esordio del 2003 e dall’album omonimo del 2012 , il quintetto propone ovviamente anche pezzi dall’ultimo e recente album, “Wheel Of Spikes”, tra cui le ottime “Satanizer” e “Argento Vivo”, oltre all’arrembante title-track che va a chiudere il breve ma intenso show, minato solo da un’acustica non ancora ottimale. Come inizio non c’è male!

Senza nulla togliere ai Menace, ma i Vigilhunter, i successivi a calcare il palco abruzzese, sono sicuramente un gruppo di caratura superiore. Bollati a più riprese come degli ottimi cloni dei primi Queensryche e forti di un album superlativo come il debutto omonimo uscito nel 2025, il quintetto mostra semplicemente come suonare dell’ottimo metal. Nel tempo a disposizione i cinque musicisti spazzano via l’agguerrita concorrenza prediligendo tempi medi e ottimi intrecci strumentali, sui quali Alex Panza (attualmente anche cantante dei Burning Starr di Jack Starr!) sfoggia una vocalità da pelle d’oca. Applauditissimi, i nostri confermano anche dal vivo la solidità di pezzi quali “Disconnected” e “Titan Glory” e aggiungendo a sorpresa al già ricco menù una cover di “Strange Wings” dei Savatage. Secondo il mio modesto parere i Vigilhunter sono uno dei migliori gruppi che il nostro paese abbia prodotto negli ultimi 20 anni e l’esibizione di oggi non fa che ribadire questo concetto.

Dopo la prima doppietta tricolore tocca ai brasiliani Azul Limão salire sul palco. Il pubblico sembra meno interessato alla loro proposta, ma la band, guidata dal chitarrista Marcos Dantas, unico superstite della formazione originale, incendia il palco con un’esibizione sudata e viscerale, proponendo un classicissimo e ispirato metal ottantiano. Viene eseguito per intero Vingança lo storico e valido debutto che quest’anno festeggia 40 anni e contiene pezzi da novanta come “Portas Da Imaginação”, “Satã Clama Metal”, “O Grito” e la tiratissima title-track, ma non manca un pezzo più recente come la sparata “Guerreiros do Metal”, che chiude un’esibizione affilata come la lama di un machete. Al banchetto del gruppo, presieduto da un gentilissimo ragazzo che faceva loro da interprete, erano disponibili tutti i loro album e la stessa band, dopo il concerto, si è intrattenuta col pubblico per diverso tempo. Che dire: bravi, disponibili ed efficienti! Imparate gente…

Tocca ora ai tedeschi Hellish Crossfire, quartetto thrash in giro dal 2002 e autore di due discreti album di thrash teutonico. Prendono il nome dallo storico album del 1985 dei conterranei Iron Angel, ma in questa kermesse risultano non solo il gruppo più “cattivo” della giornata, ma anche quello più inutile. Un approccio quasi amatoriale sugli strumenti, suoni pessimi e pause interminabili tra un pezzo e l’altro hanno minato l’esibizione dei nostri, peraltro decisamente alticci. Le luci rosse sparate per tutto il tempo conferiscono all’esibizione un’aria sulfurea, ma il gruppo pare non essere particolarmente interessato a suonare decentemente e, già dopo pochi pezzi, si spera che la fine del concerto giunga a breve. Pessimi.

Dispiaciuto per la defezione dei Bashful Alley (ai quali facciamo le nostre condoglianze per la recente perdita del bassista John Whitehead), mi accingo ad assistere allo show dei Seventh Son. La band, la cui fama è stata minata da una scarsissima produttività (due album in studio e qualche EP in 46 anni carriera!) è capitanata dal bravo Brian Shaughnessy, da qualche anno in forza anche nei Graham Oliver’s Army, band dell’ex chitarrista dei Saxon. I quattro dal vivo sono un gruppo rodato e il pubblico appare molto più coinvolto rispetto alle due esibizioni precedenti. Vengono suonati diversi pezzi dal passato, tra cui “Man In The Street” e “Immortal Hours”, peccato, però, per l’assenza in scaletta di un grande pezzo come “Spirit World”. Un concerto solido e diretto.

Cosa dire dei Quartz? Sono il gruppo che probabilmente ha dato vita a tutto il movimento NWOBHM, costituitosi nel 1977, ma in giro già dal 1974, seppur con altra denominazione. Guardare questi signori in azione provoca un misto tra tenerezza e ammirazione: suonare del metal a ottant’anni non è roba da tutti, per cui perdoniamo qualche errore di esecuzione, ma ma la scaletta è da infarto. Da “Stand Up And Fight”, passando per le ottime “Street Fighting Lady” e “Charlie Snow” sino ad arrivare all’inno “Mainline Riders”, la formazione non si risparmia e il pubblico accoglie trionfale ogni pezzo. C’è spazio anche per una cover d’eccezione, la nota “Heaven And Hell” dei Black Sabbath, che il gruppo dedica al compianto Geoff Nicholls (scomparso nel 2017), in passato tastierista sia della band di Iommi che degli stessi Quartz. Dopo il concerto il gruppo stazionerà davanti al proprio banchetto per foto, autografi e strette di mano. Chapeau!

Chiudono il festival i Jag Panzer, formazione cardine del US metal che, pur avendo raccolto meno di tanti colleghi, riveste il ruolo di gruppo cult per tanti affezionati. Capitanata dal chitarrista Mark Briody, la band dal vivo è una macchina da guerra, con, manco a dirlo, un Harry “The Tyrant” Conklin in forma smagliante intento a interpretare tutti i pezzi con la sua ugola d’acciaio e le sue movenze da animale da palco navigato. Ottimi anche gli assoli di Ken Rodarte che, pur senza la tecnica straripante di Tafolla o Broderick (giusto per citare due ex chitarristi dei Jag Panzer), dimostra di essere comunque funambolico quanto basta. Durante la lunga esibizione dei nostri viene, ovviamente, spolpato il primo e leggendario album, quel “Ample Destruction” che ancor oggi rimane un indelebile manifesto del miglior metal made in U.S.A. Per cui tra la diretta “Licensed To Kill”, l’arrembante “Warfare”, la fantastica “Harder Than Steel” e la più ragionata ed epica “The Crucifix”, tutti i nostalgici degli eighties sono ampiamente accontentati. Ogni tanto Conklin si presenta sul palco sventolando una bandiera con impressa la copertina di quello storico album e il pubblico è in visibilio. Lo show prevede anche pezzi più “recenti”, vengono infatti suonate “Shadow Of Thief”, “Iron Eagle” e “Chain Of Command”, durante le quali il quintetto dimostra tecnica da vendere, precisione e una potenza incredibile. Un plauso anche al recente innesto, il giovane batterista (27 anni) Jacob Coleman, potente e metronomico e sempre pronto a scherzare col collega Rodarte, innescando divertenti siparietti. I nostri si ergono tra i migliori esponenti dell’US metal e in questo festiva risultano, assieme ai nostri conterranei Vigilhunter, il gruppo più convincente.
Un’altra edizione più che riuscita, lontana dai grandi festival ma ben organizzata, complici i prezzi popolari del bere e del mangiare e contraddistinta da un’atmosfera positiva, grazie ai veri appassionati del metal anni ’80.

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