08/08/2015 : Fosch Fest Day 2 (Bagnatica, BG)


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08/08/2015 : Fosch Fest Day 2 (Bagnatica, BG)

FoschFest2015_def-1

14.30 – 15.00 Veratrum
15.20 – 16.00 Methedras
16.20 – 17.15 Finsterforst
17.35 – 18.35 Heidevolk
18.35 – 19.25 pausa
19.25 – 20.35 Kampfar
20.55 – 22.10 Arkona
22.30 – 00.00 Carcass

L’idea di buttarsi sotto il palco alle 14.30 di un’assolatissima e caldissima giornata d’agosto spaventa un po’ tutti, ma si sa, i metallari non li ha mai fermati nessuno, perciò ci spingiamo tutti nell’area concerti, la maggior parte di noi in tenuta da spiaggia. D’altronde è proprio oggi che si entra nel vivo del Fosch Fest, con una scaletta ricchissima e appetitosa che culmina con i Carcass (infatti una buona parte di pubblico e campeggiatori fa la propria apparizione nella mattinata di oggi).

Veratrum 2

Visto il caldo, non si può proprio parlare di “rompere il ghiaccio”, perciò diciamo semplicemente che l’inaugurazione del secondo giorno viene affidata ai VERATRUM, band bergamasca che propone un death metal dalle sfumature black. I brani sono cantati in italiano e tratti dai due full-length “Sentieri Dimenticati” e “Mondi Sospesi”, tra cui spiccano “Sangue” e “Il Culto Della Pietra”. La band si presenta in atteggiamento professionale e riesce nell’impresa di attirare i primi intrepidi sotto il palco con la propria performance di buon livello.

Methedras 1

Il palco viene lasciato ai lombardi METHEDRAS, che non esitano a riempire l’area concerti con un furiosissimo thrash/death molto tecnico. I brani tratti da “System Subversion” si susseguono uno dopo l’altro con poche pause, mentre dall’ugola dell’energico cantante fuoriesce un growl a tratti urlato e a tratti più cupo. Uno show diretto e un sound brutale, ottimo per risvegliare anche gli animi assopiti di chi se ne sta al sicuro nelle zone d’ombra. Nonostante questo, però, la calura impedisce ancora di godere appieno della performance e più che la musica è l’azione dell’idrante ad essere accolta dal pubblico con entusiasmo.

Finsterforst 1

Finalmente giunge il momento della carrellata di band straniere e fanno la loro comparsa i tedeschi FINSTERFORST, che si presentano con camicie bianche sporche – così come viso e braccia – e si lanciano senza esitazione in uno show coinvolgente e pieno di energia che parte con “Des Waldes Macht” e raggiunge il culmine con “Fösterhochzeit”, durante la quale viene chiesto aiuto al pubblico per i cori. Finalmente ci si può scatenare davvero, a suon di brani tratti dall’ultimo lavoro “Mach Dich Frei” e non solo: alcuni di stampo più folk, altri meno orecchiabili e più complessi. Peccato che la fisarmonica si senta poco, anche se il suo simpatico possessore, che è anche seconda voce del gruppo, ce la mette tutta per coinvolgere il pubblico. Infine la band saluta il Fosch Fest con “Zeit Für Hass”, concludendo quest’ottima e divertente performance che finalmente porta il festival nella direzione giusta.

Heidevolk 1

Entrano in scena gli HEIDEVOLK, band olandese non nuova per il Fosch Fest, avendo già calcato questo palco nel 2011. Nonostante il recente cambio di formazione si dimostrano all’altezza del proprio compito e riescono ad accontentare i numerosi fan accorsi, che si arrischiano ad accompagnare alcuni brani cantandoli (la band canta in lingua madre). La performance, che pesca qua e là dall’intera discografia, compresa l’ultima uscita “Velua”, risulta intensa e precisa nonostante le composizioni piuttosto banali, dominata dalle sonorità folk e dalle linee melodiche delle due voci. Intanto il cielo si è incupito e ha cominciato a piovere, ma il pubblico non ci fa caso, intento a fare i cori di “Donergod” e rapito dal cavallo di battaglia “Vulgaris Magistralis”, che conclude il tutto.

Kampfar 1

Mentre gli olandesi Heidevolk scendono dal palco inizia una leggera pioggia accompagnata da un forte vento alzatosi nello stesso momento, che quasi romanticamente prelude ad un cambio netto di sonorità. Infatti, vento e pioggia non sono le uniche due calamità che si abbattono su Bagnatica nei minuti successivi: una vera e propria peste nera, paragonabile ad una infestazione di famelici ratti, monta sul palco ancora incappucciata e silenziosamente attua un rapido quanto efficace soundcheck.
I roditori norvegesi rispondono al nome di KAMPFAR e, finiti i preparativi, risalgono lentamente sul palco accompagnati dalle folkloristiche note dell’intro registrato di “Valgalderkvad” (secondo pezzo dello splendido debutto “Mellom Skogkledde Aaser”, targato Malicious Records 1997) e dal vento sferzante che quasi stacca il banner rappresentante la copertina dell’ultimo uscito “Djevelmakt” (Indie Recordings, 2014) alle loro spalle, nonché gli evocativi leoni della corona norvegese posti ad abbellire le testate di basso e chitarra. Ed è proprio sullo sfumare dell’intro prima citato che attacca il pianoforte a coda introduttivo di “Mylder” (preregistrato, i Nostri non usano tastiere dal vivo), pezzo che vede arrivare come un treno in corsa anche il frontman e cantante Dolk a raggiungere i tre compagni sul palco: quattro giri di riff, un fill di batteria, Dolk che scandisce “Helvete” e tutto ha inizio.
L’ora abbondante a disposizione dei Kampfar non si perde in inutili presentazioni o frivolezze, l’aria si fa sempre più satura e ricolma di malvagità vibrante man mano che i pezzi scorrono inesorabili sul pubblico inerte e giustamente ipnotizzato ed affascinato. I timpani vengono lentamente lacerati dal riffing tagliente ed abrasivo dell’unica (!) chitarra sul palco e dal basso distorto che aumenta il muro sonoro senza lasciare la minima falla al suo interno. Il drumming di Ask Ty è inarrestabile ed il Nostro si prodiga anche in diverse occasioni ad accompagnare vocalmente Dolk come eccellente backing vocalist.
La prestazione del frontman è semplicemente sorprendente, sia sul mero piano tecnico che su quello teatrale del caso (artisti ed aspiranti black metallers, prendere nota) per una esibizione – da parte di tutti – semplicemente priva di sbavature o errori, nonché la migliore dell’intero festival.
La scaletta spazia tra brani più recenti e vecchie glorie (direttamente dai primi due novantiani dischi “Hymne” e la micidiale “Troll, Død Og Trolldom”) con estrema versatilità e coerenza, con picchi donati da episodi come “Ravenheart” ma soprattutto la conclusiva “Our Hounds, Our Legion” che chiude un ritualistico spettacolo a 360 gradi, con buona pace dei freddi headliner Carcass semplicemente umiliati dalla prova clamorosa dei quattro originari di Bergen.
Finita la catartica esibizione del quartetto norvegese lasciano Bagnatica – in rispettoso silenzio – anche pioggia e vento e il pubblico (in gran parte visibilmente soddisfatto) si prepara alla pausa che intercorrerà prima dell’esibizione dei russi Arkona.

Arkona 1

La serata è ormai decollata, perché i prossimi a salire sul palco sono appunto gli apprezzatissimi ARKONA, già ospiti del Fosch Fest 2012. Quasi senza accorgercene ci ritroviamo nelle fredde terre russe avvolti da un’atmosfera mistica grazie a “Yav”, title-track dell’ultima fatica del combo moscovita e brano azzeccatissimo per un degno inizio di performance. A dire il vero, a parte i soliti cavalli di battaglia pregni di folklore, l’intero concerto risulta più introspettivo e solenne del solito, grazie alla vasta scelta di brani dall’ultimo disco (cosa che rende la band piacevole da rivedere e mai noiosa). Naturalmente questo non basta a frenare l’energica Masha, che con la sua grinta dà vita a uno spettacolo imperdibile, dimenandosi per tutta l’area del palco senza apparentemente mai stancarsi. E sempre senza fatica alterna growl a strofe in pulito ricche di pathos, purtroppo leggermente penalizzate inizialmente da dei suoni non adeguatamente bilanciati, mentre i compagni rimangono più statici e concentrati a costruire la varia sezione ritmica che permette di non annoiarsi mai. L’unica nota negativa dell’ottima esibizione dei cinque è probabilmente l’assenza di una seconda (quando non addirittura terza) chitarra sul palco, cosa che non permette ai brani della discografia più recente della band – molto più variegati e complessi strutturalmente – di splendere ed emergere come all’ascolto su disco, rimanendo comunque sempre più che piacevoli e coinvolgenti. Oltre ai volumi non sempre perfetti per la voce della cantante, spesso anche la purtroppo unica chitarra suonata dal marito della moscovita pare in ombra (ed ecco quindi la necessità di almeno una seconda dal vivo) sovrastata dal pulsare ritmico delle frequenze basse del cinque corde e dalle parti di batteria.
Prima del gran finale, viene lasciato spazio alla cornamusa di Vladimir che ci regala un lungo assolo accompagnato – in ultima thuleé – unicamente dalla sezione ritmica. Immancabili ovviamente i classici “Goi, Rode, Goi!” e “Slav’sja, Rus!”, infilati in mezzo ai più articolati brani tratti dall’ultimo album “Yav”, ma, naturalmente, il pubblico attende soprattutto le scanzonate “Stenka Na Stenku” e “Yarilo” per potersi scatenare in poderosi wall of death. Viene infatti accontentato alla fine, così la performance viene conclusa in un tripudio di vitalità e sudore, ma precedentemente impreziosita dal flavour tipicamente malinconico che la band da sempre riesce a creare alla perfezione.

Carcass 1

Eccoci arrivati al culmine di questa giornata con l’entrata in scena dei CARCASS, band che contribuisce in tutto e per tutto al cambio di direzione di questa nuova edizione del festival. Attesissimi da molti e criticatissimi da altri, i britannici si lanciano in un’asettica e manieristica performance quasi senza pause. Nonostante ciò, i pezzi si susseguono uno dopo l’altro tra il delirio delle prime file e alcune perplessità tra le ultime ma fatto sta che, vista l’importanza della band, l’area concerti è stracolma di gente.
I brani attingono da buona parte della discografia, un pezzo da “Symphonies Of Sickness”, passando per qualche brano dall’acclamato “Heartwork”, senza tralasciare “Swansong”, fino alla circa metà setlist aggiudicatasi dal recente “Surgical Steel” (Nuclear Blast, 2013) che ha segnato il loro discusso ritorno sulle scene dopo lo scioglimento. Particolarmente apprezzate dal pubblico sono naturalmente le track del clamoroso “Heartwork” (la title-track, “No Love Lost” e “Buried Dreams”), ma anche il medley “Black Star / Keep On Rotting In The Free World” dallo spartiacque “Swansong” viene accolto in maniera positiva.
Mentre Bill Steer si dà da fare alla chitarra solista con disinvoltura, concentrazione ed innegabile esperienza, al centro del palco troneggia dietro al microfono un Jeff Walker non del tutto sobrio e nemmeno particolarmente calato nella parte del frontman estremo, che qualche volta riesce anche a far ridere il pubblico sfoggiando qualche parola in italiano (ma anche con incitamenti in lingua madre per nulla convincenti né tantomeno convinti). In definitiva, più paragonabile ad un’anziana e pacata signora inglese che ti offre una tazza di tè piuttosto che ad un cantante death metal. Nessun dubbio, però, per quanto riguarda la performance dal punto di vista tecnico: suoni esclusi, i musicisti (Walker compreso) offrono al pubblico una performance priva di evidenti sbavature o errori, tuttavia molto fredda e a tratti quasi svogliata. I volumi – come accennato in precedenza – non sono perfetti, cosa che in certi punti rende l’esecuzione piuttosto caotica, ciò nonostante la performance risulta, nel complesso, riuscita e viene apprezzata dalla maggior parte dei presenti.

Di seguito altre foto della giornata, realizzate da Matteo Damiani (Kampfar) e dalla nostra Gloria “Morwen” Mambelli (tutte le altre band).

Veratrum:

Veratrum 5  Veratrum 6  Veratrum 7  Veratrum 3  Veratrum 4

Methedras:

Methedras 5  Methedras 6  Methedras 7   Methedras 10  Methedras 2  Methedras 3

Methedras 4  Methedras 8

Finsterforst:

Finsterforst 7  Finsterforst 8   Finsterforst 10  Finsterforst 12  Finsterforst 2  Finsterforst 3  Finsterforst 4  Finsterforst 5

Finsterforst 6 Finsterforst 9

Heidevolk:

Heidevolk 5 Heidevolk 9

Heidevolk 6  Heidevolk 8   Heidevolk 11  Heidevolk 12  Heidevolk 14  Heidevolk 15  Heidevolk 2  Heidevolk 3  Heidevolk 4

Kampfar:

Kampfar 11  Kampfar 12   Kampfar 2  Kampfar 4  Kampfar 5  Kampfar 6  Kampfar 8  Kampfar 9

Kampfar 13

Arkona:

Arkona 10  Arkona 11  Arkona 13  Arkona 14   Arkona 15   Arkona 2    Arkona 6  Arkona 7  Arkona 8

Arkona 9 Arkona 3

Carcass:

Carcass 13  Carcass 16

Carcass 14  Carcass 15   Carcass 2

Carcass 4 Carcass 7

Carcass 5   Carcass 9  Carcass 10

Carcass 11  Carcass 12

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