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Fleshgod Apocalypse (Tommaso Riccardi)

Pubblicato il 21/04/2016 da in Interviste | 0 commenti


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Certe interviste richiedono più di dieci domande, hanno bisogno di essere sviscerate tra curiosità personali e non esclusivamente giornalistiche. Questo è quello che vuole sapere un lettore e permette di avvicinarsi ad un artista nonostante non si stia parlando direttamente con lui. La parlantina di Tommaso Riccardi, cantante e chitarrista dei Fleshgod Apocalypse, deriva da una grande passione per la musica e per l’arte e dalla voglia di voler comunicare questa sua passione per la sua creazione. Non è bastata un’ora e mezza di intervista, per cui la chiacchierata è continuata due giorni dopo la prima ripresa, riuscendo a colmare tutte le perplessità, i dubbi, le curiosità che sono nate nella pausa tra l’ultimo “King” e il precedente “Labyrinth”. Per chi scrive, la band era matura fin dall’inizio ed è riuscita ad incuriosire ed entusiasmare il sottoscritto per tutti i capitoli a seguire. Il nuovo “King” non fa eccezione e approfittiamo del nostro spazio per ammaliare chi ancora non conosce il combo distruttivo umbro, il quale ha già fatto breccia nel cuore della blasonata etichetta tedesca Nuclear Blast, che ha creduto immediatamente nella proposta estrema italiana. 

Ciao Tommaso, partiamo dalla prima curiosità che emerge dal vostro ultimo lavoro. Chi è il re in copertina e da cosa arriva il desiderio di questo semplice ma efficace titolo?

Un re che si chiama re; abbiamo scelto un titolo diretto ed immediato. Rispecchia una necessità di informazione in un momento storico dove la comunicazione è fondamentale e fuorviante. La reazione per dire cose dirette e semplici. Il precedente “Labirinth” è un disco complesso musicalmente ed ermetico nei testi. Molto personale.

Siamo ancora una volta vittime di un concept, vero? Di cosa si parla in “King”?

Normalmente un concept lascia meno spazio all’interpretazione e vuole dare un messaggio molto forte, ma in questo caso, il re rappresenta molte cose tra cui il mondo che sta finendo. La storia è ciclica ma noi siamo nati in generazioni con un mondo di valori e cose semplici e vere, quelle che contano. Ora per una serie di motivi, stiamo andando verso un piano che sta buttando giù questo re stanco che porta il peso della responsabilità. Un re che viene piano piano attaccato da tutti i fronti.
Ogni brano è fondamentalmente un personaggio e ognuno rappresenta la falsità o avidità e gli aspetti negativi e le paure che portano ad atteggiamenti non del tutto onesti. Il re è l’unico giusto e si trova a volte ad affrontare decisioni sofferte.
Tutti vogliono pilotarlo e prendere il suo posto e questo porta ad una totale mancanza di valori. La storia è ambientata nella metà dell’ 800 a livello iconografico, ma senza politicizzare rispecchia la situazione di oggi, la filosofia della vita. Cerchiamo dunque di mandare un messaggio.

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Qual è il messaggio nascosto? C’è voglia di parlare di qualcosa fine a se stesso o è nato da una voglia di voler dire qualcos’ altro? O semplice messaggio culturale?

La sensazione del mondo che sta finendo male. Un modo per dire “attenzione”. Questo re è dentro di noi e ognuno di noi può scegliere cosa essere e come agire. Molte persone scelgono la violenza, la via facile, non la forza o la saggezza. Tutti cedono allo stereotipo e all’utilizzo della disinformazione in maniera brutta anche se tutti abbiamo la possibilità di essere giusti.
In questa storia siamo in una corte con un personaggio come questo re che rappresenta valori e gli altri lo distruggono. Quando abbiamo pensato al concept non erano successe molte delle ultime cose che abbiamo potuto appurare dai media, ma sta cambiando tutto in maniera preoccupante nel mondo ed è inutile colpevolizzare. Tutti siamo colpevoli e consapevoli, il problema è ciclico con difetti che sono parte della natura dell’uomo e così ci ritroviamo in decadenza per tanti motivi e niente.
Il problema è la paura! E’ facile cedere alla paura. I cambiamenti ci sono sempre stati e ci saranno sempre, forse ci troviamo in una fase di assestamento. In seguito ai fatti di Parigi siamo riusciti a non aver paura grazie alla passione nel continuare a fare una cosa che ci piace davvero molto.

Cosa puoi dirmi della copertina invece? Con chi avete lavorato per l’interpretazione di questo re?

L’artwork è di Eliran Kantor, già famoso per i suoi tanti lavori nelle copertine di Testament ed altri; è la prima volta che lavoriamo assieme e si è occupato dell’intero booklet. Mi rendo conto che noi siamo meticolosi e rompipalle, ma in questo caso siamo stati da subito molto positivi. Eliran ha voluto lo storico per conoscere i personaggi e il senso del concept per capire come fare la copertina. E credo che questa sua interpretazione sia fantastica.

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Ho già ascoltato tutto il disco con sommo piacere e ho notato molte novità. Dalla voce  pulita ad una sfacciata melodia negli assoli e naturalmente una magnifica esecuzione di musica classica sempre più presente. Come vedi il progresso di questo vostro quarto lavoro?

E’ un lavoro asciutto e totalmente semplice e diretto rispetto ai precedenti. “Labyrinth” era estremamente complesso e viscerale mentre “King” è un disco diretto e meno criptico anche musicalmente; grandioso dal punto di vista sonoro e orchestrale.
La complessità poi fa parte della nostra natura: in questo caso abbiamo cercato di fare una sintesi coi Fleshgod di ciò che abbiamo fatto precedentemente, di trasporre cosa abbiamo in testa e renderlo reale facendo attenzione ai riff e a situazioni dinamiche con la parte della musica classica pomposa e il nostro death metal preponderante. Quello che facciamo è scrivere canzoni e non pezzi. Abbiamo una struttura con un senso vero e proprio dove la casualità non esiste e si seguono delle regole. Siamo ispirati da tanta musica diversa con in testa i grandi classici metal da Pantera a Megadeth e abbiamo altre idee geniali con la capacità di metterle in forma con arrangiamenti incredibili.

Avete scelto il brano in chiusura come title track ed è un’esecuzione strumentale di solo pianoforte. Inoltre abbiamo “Paramour” che spezza il disco essendo un brano molto particolare. Come nascono questi due brani così atipici?

Ormai è un nostro trademark. Lo facciamo sempre e nasce come una cosa di cui “Paramour” è un’estensione orchestrale e la musica classica è una nostra peculiarità. La conclusione degna per staccare dall’effetto del disco totale. Un contrasto dopo la guerra riassunta in una quiete dopo la tempesta.
Follia ed estensione di questo disco è stata appunto “Paramour”; un pezzo per piano e voce che richiama le arie come concetto musicale, tipicamente del periodo romantico su cui si basa; progetto che nasce spontaneo come elemento diverso che crea scompiglio per fare qualcosa che ci piace e dà un senso completo al nostro lavoro. Un mix di diverse cose cercando di mettere in risalto un particolare di un aspetto con due caratteristiche che spezzano con il resto del mondo.

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Line-up inossidabile. Come vedete l’evoluzione di una band che tiene saldi i membri a discapito dei più facili cambi per cercare qualcosa di diverso?

Dal punto di vista filosofico ci sono situazioni differenti. Sono appassionato degli amici fraterni. La singola persona si evolve e c’è la necessità di suonare con persone diverse in certi contesti musicali come il jazz per esempio. In certe realtà più vicine alla musica popolare dove c’è meno improvvisazione e dove c’è una certa immagine, il gruppo ha bisogno di una certa identità. L’ascoltatore si identifica nei personaggi che sono più dei semplici musicisti e il discorso è visuale, concettuale e legato a reggere una formazione come la nostra che cresce assieme e la gente si affeziona all’idea di compattezza degli artisti.
Ovvio che nella vita possono succedere infinite cose e tutto può sempre cambiare ma il nostro obiettivo è continuare con la nostra line-up. Anche l’impatto live è legato dall’amicizia con un forte sentimento altrimenti diventerebbe solo un lavoro. Difficile reggere tutti assieme.

Passiamo alla parte live. Dimmi che avete idee per il prossimo tour perché muoio di curiosità.

Stiamo lavorando sul tour e abbiamo iniziato con la crociera 70.000 Tons of metal. Abbiamo ancora la sala prove da affrontare prima di una promozione estenuante. Siamo molto meticolosi e prima di tornare in tour con il nuovo materiale dovremo provare molto. Siamo appena tornati dal primo tour headliner americano. Stati Uniti e Canada sono terreno florido per noi. Grande esperienza così come la tourneè europea con i Septicflesh. Stiamo lavorando anche sui festival.
Adoro i tour e mi piace poter suonare anche tutti i giorni per cui muoveremo molte situazioni. Abbiamo avuto grandi esperienze e in Italia abbiamo suonato per 6/7 date nell’ultimo tour dove abbiamo avuto grandi reazioni e buone impressioni. Abbiamo un’ottima fanbase che ci da un’enorme soddisfazione. C’è voluto molto per guadagnare rispetto in Italia.

Avete avuto difficoltà con la critica dei metallari italiani? Ricordo che anche i Lacuna Coil anni fa parlavano di critiche e incomprensioni con molti musicisti particolarmente esigenti e invidiosi.

Da noi l’invidia a volte causa parecchi problemi e anche gli haters irriducibili sono sempre in agguato. Certo i gusti sono gusti ma poi ci sono a volte le esagerazioni e anche su di noi ci sono state molte voci!
Ci vuole fantasia per inventarsi certe cose, ma anche questo fa parte dello show.
Qui in Italia veniamo cresciuti con valori diversi per quanto riguarda il fare la musica nel tempo libero. La gente poi non ci crede in sé stessa e  ci vogliono anche molta fortuna e una situazione di supporto morale per poter arrivare a certi livelli. Ci devi credere.
L’invidia è sempre sbagliata e bisogna rendersi conto che le cose richiedono sacrificio e fortuna. Stiamo vivendo un cambiamento molto grande in Italia e siamo finalmente ben visti.

Come vanno le vendite del vostro vino e della pasta e cosa ne pensi di questo brand un po’ nuovo e fuori dal contesto musicale?

E’ stato un risultato incredibile. Un prodotto che va tantissimo e qualunque cosa succeda nei Fleshgod le idee arrivano sempre da noi. Imprescindibilmente farina del nostro sacco. Essere italiani per noi è un impatto molto forte e all’estero è stata vista come un’idea vincente.
Il merchandise è una fonte di grande sostegno e in questo caso si sposava bene con la nostra immagine. Quella pasta è davvero un buon prodotto e ha un aspetto ironico e di collezionismo, anche se per certi tour in America non è facile portarla perché bisogna avere un importatore per uno stock di prodotti alimentari e spesso è dispendioso.

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Non ricordo di avervi mai visti all’opera con una cover song se non “Heartwork” dei Carcass come bonus… cosa suoneresti oggi se il mercato ti chiedesse di cimentarti in una cover?

Abbiamo la cover di “Blinded By Fear” degli At The Gates. In qualche occasione le abbiamo portate anche live. Per noi le cover sono un concetto di trasformazione per rendere un brano esclusivamente in stile Fleshgod – quello è l’aspetto della cover per noi. Avremmo tante cose che ci piacerebbe fare tra cui un brano dei Rammstein  che sicuramente metterebbe d’accordo un po’ tutti noi.

E a proposito di fan invece, come vi rapportate con loro e che tipo di contatto c’è tra le varie culture e i metallari nostrani e mondiali?

Per certi artisti è difficile parlare con una moltitudine di persone che cerca di comunicare e dunque non riesci a stare con tutti; capita per forza che devi glissare e fermarti per autografi e foto. Non riesco a stare chiuso nel backstage, ma lavoro tutto il giorno con aspetti burocratici e tecnici della band. Stiamo costruendo una crew dove siamo tutti alla pari e sono tutte persone intraprendenti e veri amici, stage manager e tecnici che hanno impegno e passione incredibili.
Non potrei immaginarmi di fare questo lavoro senza il rapporto umano. Certo incontri sono anche scemi e non sempre ti trovi bene a comunicare con tutti, ma le soddisfazioni sono molte e spesso ci si confronta con persone di gran cultura stringendo amicizie vere.
Comunicare è fondamentale e molte volte è piacevole confrontarsi.

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Avete cambiato il logo da incomprensibile a completamente leggibile e più statico. Qual è stata l’esigenza primaria?

Il vecchio logo è legato ad un concetto che riguarda il nostro percorso musicale e tante cose vengono fuori un po’ alla volta. I primi nostri dischi sono stati necessari per definire il genere in seguito alla fase primordiale. Così, nel nostro caso è successo lo stesso e le radici sono rimaste quelle, ma abbiamo preso un identità diversa abbandonando la versione più grezza così come il logo. Barocco e neoclassico dei primi pezzi con progressioni alla Bach allo stato puro, Beethoven e Mozart.
I vestiti e l’immagine con i frac sono arrivati dopo e con una nostra nuova direzione abbiamo voluto cambiare il logo per un restyling più asciutto e meno sporco, più consono all’immagine del gruppo per coerenza artistica, inoltre si tratta di un discorso comunicativo per far leggere il nome.

Un tallone d’Achille dei metallari sono i video musicali. Ormai finiti i tempi del videoclip anni 80 il metallaro medio suona tra scenari decadenti, garage e lugubri location. Hai mai pensato di fare qualcosa di diverso? Qual è oggi la funzione del video musicale rispetto ad una volta?

Questo fa un po’ parte del decadentismo generale e sociale e di carenza artistica. Difficile trovare cose valide nelle idee per i video. Le idee sono nell’aria. Noi daL canto nostro abbiamo sempre fatto video ragionati con una sorta di storia dettagliata dietro.
Non per essere petulanti ma tra i video più belli ci sono quelli dei Rammstein e per noi sono grande fonte di ispirazione. Poi dipende anche dal budget naturalmente. L’ultimo video degli Slayer è fantastico con Danny Trejo, davvero un genio!
Sono anche un fan dei Korn e dei loro video e anche Marylin Manson con il suo “Man That You Fear” è davvero angosciante. Io chiamerei Kevin Spacey se potessi. Fare video è stressante quanto importante e pensiamo anche ai video mentre scriviamo musica, in fondo persino nei live abbiamo tempistiche per della teatralità ed impatto emotivo!

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E invece il DVD? Pensi sia ormai ora di andare verso il passo del live o c’è ancora da aspettare?

Non siamo lontani da questo passo, ma per non creare aspettative e altre dinamiche complesse ancora non posso dirti di più; è nelle nostre intenzioni e nei nostri piani e il momento è giusto, per cui dobbiamo solo pianificare per dove, come e quando e le modalità.

Come la chiudiamo questa intervista?

Vorrei ringraziare te per l’intervista e chi la leggerà perché chiunque possa ascoltarci è sempre il benvenuto. Per quanto riguarda il disco ringrazio prima di tutto amici e famiglie che ci supportano con un gran fegato per starci dietro. E’ fondamentale per la riuscita psicologica e tutti quelli che credono nell’arte come in qualcosa che vada oltre razionalità e discorsi per comunicare. Il mondo vuole convincersi che è meglio avere più arte!

Shop ufficiale: http://shop.fleshgodapocalypse.com
Facebook: https://www.facebook.com/fleshgodapocalypse
Etichetta Nuclear Blast – http://www.nuclearblast.de

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