16/06/2018 : Firenze Rocks – Day 3 (Firenze)

Pubblicato il 11/09/2018 da in Live report | 0 commenti


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16/06/2018 : Firenze Rocks – Day 3 (Visarno Arena, Firenze)

Il bello del recensore o del reporter, fate voi, è quello di raccontare e scrivere per voi lettori le performance dal vivo dei nostri artisti metal preferiti, in qualunque situazione e in qualunque condizione atmosferica si possa svolgere un concerto all’aperto. Partito in auto dalla mia Sicilia per Firenze, con tanto fervore ed entusiasmo al solo pensiero di vedere all’opera gli Helloween e gli Iron Maiden, non immaginavo di trovare, a giugno, al Visarno Arena per il Firenze Rocks, un caldo soffocante e un sole infernale, che nel pomeriggio del 16 giugno mi avrebbe abbronzato come se avessi passato una giornata al mare nella mia meravigliosa Taormina.
Le mie salvezze da una sicura ustione sono state la mia carnagione scura e la mia incantevole e intelligente cugina italo-olandese di nome Manuela, che è riuscita a convincermi ad aspettare l’esibizione degli Helloween all’ombra dei gazebo predisposti per l’occasione e soprattutto di passare sotto i nebulizzatori d’acqua per avere un po’ di refrigerio nell’attesa dell’inizio dello show dei panzer tedeschi.

L’area del concerto è un ippodromo, con i suoi pregi (spazi enormi e prato in discrete condizioni) e con i suoi difetti (polvere ed enormi distanze dal palcoscenico), questi ultimi attenuati da un’attenta organizzazione per quanto riguarda la sicurezza all’entrata (ma appena sufficiente all’interno dell’area), da un’ottima posizione degli stand con bevande e cibi a iosa ma carissimi, che potevano essere acquistati con la formula Token (bisognava cambiare gli euro con dei cartoncini plastificati e il prezzo più basso era di 15 euro per avere 5 token!), che non ha convinto più di tanto e con la qualità della musica, che è stata per fortuna elevata con il classic metal degli Iron e delle zucche di Amburgo ma che ha lasciato a desiderare con gli Shinedown e con Jonathan Davis, voce dei Korn al suo esordio da solista. Non me ne vogliano i fans dei due gruppi americani, ma io in questa terza giornata non li avrei messi insieme a band storiche dell’heavy metal perché suonano dei generi completamente diversi e più moderni.

In verità, la cosa che mi ha turbato di più è stata la cattiva visuale del palco. Premetto che il parco delle Cascine è comunque un luogo ideale per questo Festival made in Italy perché ampio, facilmente raggiungibile dal centro della città e ben collegato dai mezzi pubblici ma gli organizzatori (Live Nation) hanno avuto la brillante idea di montare, centralmente a pochi metri dal palcoscenico, delle impalcature metalliche di ripresa video, ostruendo la vista a migliaia e migliaia di spettatori e favorendo un’ottima visuale solo a chi aveva acquistato il biglietto nelle prime file. La cosa peggiore è stata quella di aver montato dei maxi schermi troppo bassi e quasi invisibili da lontano perché esposti, durante tutto il pomeriggio, ai raggi solari, che li rendevano poco luminosi e chiari. Per chiudere la mia critica, l’ultima nota dolente e poi vi giuro che scriverò solo del live, è stata quella di aver messo i portatori di handicap in un angolino decentrato dell’arena su una piattaforma di legno come se fossero in castigo e senza possibilità di muoversi liberamente. [Christian Rubino]

SHINEDOWN

Shinedown

Gruppo opener di questa giornata sono gli Shinedown. La band statunitense è sicuramente di buon livello. Forse si tratta di una scelta discutibile per abbinamento in una line-up così risicata (per essere una sola giornata difficilmente lo definirei festival, ma bensì un concerto con band di supporto), ma tutto sommato efficace. La formazione di Jacksonville infatti riesce con poche tracce a sollevare gli entusiasmi di un pubblico che è in attesa di ben altro. Il sound non prettamente metal riesce comunque a ritrovare consensi in una folla meno selettiva e più variegata. Per questo motivo, sicuramente, nella giornata di oggi l’inserimento degli Shinedown ha funzionato. Otto sono i brani selezionati tra cui “Sound Of Madness”, “Enemy”, “Unity” e “Devil”. Buon riscaldamento (se così possiamo chiamarlo, dato che climaticamente non ce ne sarebbe stato bisogno). [Ivan Gaudenzi]

JONATHAN DAVIS

Jonathan Davis

Il frontman dei Korn scende in campo con il suo progetto. Una setlist davvero lunga e colorita, con un sound tutto americano, ben distante dalla band madre, costellata di brani dai due dischi “Alone I Play” e “Black Labirinth”. Il singer americano parte con “Underneath My Skin” proseguendo per “Everyone” e “Forsaken”. La canicola estiva non ferma il pubblico dal saltare e cantare al cospetto del loro beniamino d’Oltreoceano. Si prosegue con “Final Days”, “What You Believe” fino a “Basic Needs” e “Slept So Long”. Il tempo scorre inesorabilmente e il sole comincia a picchiare meno. Invece il leader dei Korn picchia ancora duro con “Your God”, “System” e “Walk On By” per terminare questa sua ottima e succosa performance sulle note di “What It Is” ed “Happiness”. Un incontro inaspettato che non ha certamente annoiato il pubblico sempre più in fibrillazione. [Ivan Gaudenzi]

HELLOWEEN

Helloween

Finalmente, dopo le esibizioni delle band apripista, alle 19 e 15 appena la temperatura ha cominciato pian pianino a scendere è toccato ai mitici teutonici Helloween esibirsi con il loro spettacolo “Pumpkins United World Tour”, dove hanno introdotto i ripescati Michael Kiske (ex cantante degli esordi) e il bravissimo storico chitarrista Kai Hansen (Gamma Ray) per una vera e momentanea reunion, che ha portato i tedeschi ai fasti di un tempo. Fondatori negli anni ’80 del power metal, hanno offerto giustamente al loro pubblico le migliori canzoni della loro iniziale e brillante carriera, tratte soprattutto dai loro primi album di successo “Keeper Of The Seven Keys part. 1” e “Keeper Of The Seven Keys part.2”.
L’inizio è stato scoppiettante, con la mitica canzone “Halloween” che ha scatenato le folle e anche alcuni cretini che, con la scusa di pogare, si sono avvicinati con forza alle transenne per ottenere un posto migliore, rischiando di far male a qualcuno. Quello del pogo è un argomento delicato perché coinvolge, fisicamente, spesso persone inermi che hanno solo voglia di guardare e cantare durante il concerto in santa pace. Fosse stato per me i “pogatori” li avrei messi al posto dei portatori di handicap in disparte a fare casino e senza fare danni. Perfetto il duo vocale Kiske e Deris nella tirata hard rock “Dr. Stein” anche se il secondo cantante e attuale membro è di una spanna superiore al collega ed è stato ed è tuttora la fortuna dei teutonici con la sua incredibile estensione vocale, come ha dimostrato cantando da solo nella super melodica “If I Could Fly” con un timbro vocale unico, così come nella potentissima e speed “Power”, vero e proprio inno alla melodia degli Helloween con un assolo potentissimo del preciso e raffinato chitarrista Michael Weikath, che il pubblico ha apprezzato con urla di gioia e approvazione.
Il delirio musicale e l’estasi dei fans sono continuate con il funambolo ex chitarrista e cantante Kai Hansen, che partecipò nel 1985 al debutto della band “Walls Of Jerico” e dal quale ha eseguito in modo egregio quattro pezzi: “Starlight”, “Ride The Sky”, “Judas”, “Heavy Metal (Is The Law)”. Bravissimo negli assoli (ma anche nel cantato non è dispiaciuto), anche se Andi Deris è il vero leader e la vera e insostituibile voce del gruppo. Il terzetto di cantanti ha eseguito insieme, per la gioia dei loro supporters, la potentissima e power “How Many Tears”, dove il batterista Daniel Loeble e il bassista Markus Grosskopf hanno meritato applausi e ovazioni perché sono riusciti a tenere il ritmo del pezzo in modo egregio e ad una velocità supersonica. C’è stato un momento in cui ho pensato che il palco crollasse tanto era forte il muro di suono emanato dai sette musicisti. Commovente è stato sentire cantare insieme da Andi e Michael la sempre bella e intramontabile “Keeper Of The Seven Keys”. Confesso che una lacrimuccia mi è scesa dal viso per i tanti ricordi che mi ha suscitato questo immortale brano, ma l’ho fermata appena in tempo in modo da non farmi vedere da nessuno perché noi uomini, soprattutto noi metallari, siamo dei duri e non piangiamo mai!

Helloween

Le speed e melodiche “Future World” e “I Want Out” chiudono un ottimo concerto, dove i germanici non hanno risparmiato energie, trascinando con tecnica, stile e un sound unico i tanti fans provenienti da tutte le parti del mondo, riportandoli negli indimenticabili eighties come se il tempo non fosse mai passato. Insomma canzoni immortali che potremmo riascoltare all’infinito perché capolavori del genere metal. Indovinata e gradita l’idea di richiamare – anche se momentaneamente – Kiske e Hansen, che hanno contribuito a portare al successo le zucche di Amburgo. A proposito, per dovere di cronaca, alla fine del live sono stati lanciati tra il pubblico dei grossi palloni arancioni a forma di zucca e la cosa è stata gradita da tutti i presenti, che hanno cercato di accaparrarseli, acclamando i propri idoli con cori da stadio e ringraziandoli di così tanta adrenalina e del potente show appena concluso. I discepoli degli Iron Maiden hanno così lasciato il posto proprio ai successivi britannici, headliner della serata musicale, che naturalmente continuano ad essere i maestri incontrastati del metal mondiale anche se gli Helloween di oggi hanno poco da invidiare alla Vergine di Ferro perché continuano con il loro sound ad attirare sempre nuovi e giovani sostenitori .

“Grazie mille” e “ciao Firenze” pronunziate da Andi Deris al devoto pubblico, in uno stentato italiano, sono una delle tante cose positive che ricorderò di questa meravigliosa e goliardica giornata musicale.

Lunga vita agli Helloween, al power metal e alla bellissima Firenze per l’ospitalità. [Christian Rubino]

IRON MAIDEN

Iron Maiden

Avete mai visto gli Iron Maiden dal vivo? Ci sono grandi storie e fantastici racconti sulle esibizioni live della Vergine di Ferro. Le mie iniziano dal 2000 (anni recenti paragonati a dinosauri del metal in giro dalla fine degli anni ’70), con il tour di “Brave New World” ed il ritorno di Bruce Dickinson alla voce dopo una pausa indicativamente lunga. Questa è la nona opportunità che ho di potermi trovare al cospetto della formazione inglese eppure ogni volta torniamo a quelle sensazioni: i brividi lungo la schiena, le gambe tremolanti e quella certezza che anche questa volta una lacrimuccia sospetta farà capolino durante uno degli sproloqui di uno dei cantanti più carismatici del vecchio e nuovo millennio. “Doctor Doctor”, cover degli UFO è ormai da tempo l’intro ufficiale della Vergine di Ferro, ma questa sera ci sarà un secondo intro che presenterà il primo brano della serata ed è “Churchill’s Speech”, la celebre introduzione ad “Aces High”. Il palco è sovrastato da una riproduzione di un aereo della prima guerra mondiale in versione gonfiabile. Bruce Dickinson salta tra le casse del palco con la sua solita ineguagliabile energia con il casco da aviatore ed è subito delirio. Un pezzo storico, quanto impegnativo soprattutto per le corde vocali di un quasi sessantenne, ma nessuna paura; il singer inglese deve aver preso le sue precauzioni per tirar fuori dal cilindro un brano così audace soprattutto come opener senza riscaldamento vocale.
Entrata trionfale seguita da un altro classico: “Where Eagles Dare”. Inutile dire che fin dai primi brani troviamo l’intera formazione in gran forma e scenografie sempre più favolose. Si prosegue con “2 Minutes To Midnight” e i cori del pubblico molto spesso sovrastano la voce del dotato cantante inglese. Con “The Clansman”, Bruce si ferma per un discorso di unità metallara ed è qui che i brividi lasciano spazio ad una grandissima carica di adrenalina per tutto il pezzo ed il cuore batte a mille sul coro “FREEDOM” degno di un esercito guidato dal miglior William Wallace. E’ il tempo di “The Trooper” e oltre alla sfida con un Eddie gigante in divisa dell’esercito britannico, vediamo per la prima volta comparire il vessillo italico invece della Union Jack che svetterà solo in un secondo momento aumentando l’hype di tutti i fan dei Maiden che ormai sapevano bene cosa aspettarsi da un brano così storico. I sorrisi di Dave Murray che gioca con la chitarra e i balletti di Janick Gers con le loro Stratocaster confermano, assieme al terzo axeman Adrian Smith, la solidità di una formazione inossidabile e compatta. Nicko McBrain sembra divertirsi sempre molto dietro al suo pesantissimo ed ingombrante drumkit, ma è sempre una festa quando fa capolino alzandosi dietro gli enormi e coloratissimi tamburi.

Iron Maiden

Con “Revelations” apriamo spazio ad una delle scenografie più belle che abbia mai visto e il palco si costruisce ora attorno a dei “Vetrage” di una chiesa come richiamo all’ultimo gioco/app da smartphone che è anche un po’ tutto l’artwork di questo tour. Dei grossi lampadari e luci soffuse evocano un’atmosfera davvero da chiostro, surreale quanto affascinante. “For The Greater Good Of God” è il prossimo brano, unico estratto da “A Matter Of Life And Death”, suonata dalla band britannica solo nel 2007. Si prosegue con “The Wicker Man” con fiamme e doppia cassa, mentre su “Sign Of The Cross” del periodo Blaze Bayley, è Steve Harris ad essere il protagonista con il suo basso inconfondibile. L’oscuro brano chiude così come è iniziato sulle note del main former della band, per lasciare spazio ad una grande sorpresa di questa serata: “Flight Of Icarus”, assente dalle set list dei Maiden dal 1986. Anche qui gli entusiasmi si scaldano, grazie ad un angelo gonfiabile che si apre su tutta la scena e si richiude su sé stesso alla fine dell’efficace esibizione. Siamo quindi in attesa delle ultime cartucce perché siamo consapevoli di avvicinarci alla fine del concerto ed è quindi tempo di grandi classici e hit conosciute anche ai meno sfegatati della formazione britannica. “Fear Of The Dark”, “The Number Of The Beast” e “Iron Maiden” chiudono dunque le danze prima del bis. La prima vede una scena oscura con un misterioso Dickinson che gira per il palco con mantello e lanternino, la seconda invece esplosiva e piena di fiamme sul palco con demoni gonfiabili impone il suo 666 ai presenti, mentre con il brano autocelebrativo è tempo di “Scream for me Firenze” al top degli acuti di Mr Dickinson.
Come da copione, si rientra in scena con altre tre glorie degli anni ’80. Abbiamo l’onore dunque di continuare a cantare sulle note di “The Evil That Man Do” prima di passare ad una intensissima “Hallowed Be Thy Name” e ad una chiusura imponente su “Run To The Hills”.

Si riaccendono le luci e dopo fugaci saluti per la foto di gruppo iniziano i lavori per smontare uno dei palchi più belli della storia dell’heavy metal sulle note di “Always Look On The Bright Side Of Life” soundtrack del film dei Monty Python. Come si può concludere una recensione di un concerto degli Iron Maiden!? Esortando chi legge ad andare almeno una volta a provare di persona quelle sensazioni che non si possono descrivere, si possono solo raccontare e riportare quanto si è visto, ma quello che sente il cuore è una passione impossibile da rendere nero su bianco. La Vergine di Ferro continua a scrivere una storia che quando finirà sarà davvero dura da accettare, forse una delle storie più belle scritte nel grande libro della musica heavy metal e noi siamo onorati di esserci stati ed averne preso parte. [Ivan Gaudenzi]

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