27/06/2019 : Sonic Park Festival – Bologna (Arena Joe Strummer)

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27/06/2019 : Sonic Park Festival – Bologna (Arena Joe Strummer)

Questo Sonic Park Festival, proposto da Vertigo concerti, ci ha ospitati presso l’Arena Joe Strummer (arena parco nord) di Bologna. Veniamo subito all’organizzazione e alla location: abbiamo già avuto modo di conoscere l’arena emiliana e sapevamo già della quasi totale assenza di ombra, che considerati i 40 gradi di giugno è stato sicuramente il tasto dolente.
Non mi aspettavo un pubblico così copioso per un giovedì, eppure si è parlato di circa 20.000 persone. Partiamo dal dire che un biglietto da circa 75/100 euro non è cifra così esigua per un festival, soprattutto guardando la concorrenza che gira in Italia e all’estero.
Le band sono di buon livello, così come il palco, per cui quello che ci si aspettava sarebbe stata un’organizzazione più curata. A mio giudizio, intanto toglierei subito il pit che mi è sembrato in questi anni una scelta meschina per fare soldi extra su persone che non hanno troppi benefit se non vedere meglio. Alla fine uscire per andare al bagno e a prendere acqua per entrare dalla parte opposta non crea tutta questa sensazione vip per chi ha pagato di più.
Gli stand del cibo erano pochi, costosi e comunque presi d’assalto nelle ore di punta e l’offerta non era poi così varia. Altro tasto dolente sono stati i water point: apparentemente una trovata geniale, ma se la vogliamo analizzare meglio, forse una bella presa in giro. C’erano tre water point dove si poteva bere acqua gratuitamente. Acqua corrente di rubinetto, semi calda e di dubbio gusto con tanta fila sotto al sole per aspettare il proprio turno. Inoltre abbiamo pagato 2 euro per un bicchiere di plastica di poco valore per poterne usufruire. Se pensiamo a quanto si è risparmiato nel pagare meno operatori per ripulire la location e quanto si è lucrato sul costo del bicchiere possiamo dire che siamo stati noi a pagare le pulizie. Senza contare che ecologicamente la plastica non sarebbe rimasta certo in un’arena recintata, ma come al solito sarebbe stato tutto raccolto e riciclato. Diciamo solo che questa volta il pubblico ha pagato per preservare il candore dell’area con l’unica certezza che, quanto meno, si è prodotta sicuramente meno plastica. Certo si poteva investire in stand laterali all’evento con panche e spazi d’ombra, zone relax, tendoni con merchandise e metal market, ma non è questo che interessa e che produce soldi.
Purtroppo, dopo tanti anni di concerti, ancora mi ritrovo ad essere relegato in un luogo dove non si può uscire (basterebbe un braccialetto, sappiamo che è possibile anche in Italia, ma bisogna per forza consumare all’interno della location, ecco la scomoda verità). Insomma, per quanto abbiamo pagato non abbiamo nulla di paragonabile ad altri festival, se non la professionalità dei gruppi, quella ancora resta imprescindibile, ma veniamo ai veri protagonisti della giornata.

ELUVEITIE

Riusciamo ad entrare dopo una fila di controllo dove praticamente non era ammesso nulla, in tempo per poter vedere gli Eluveitie; la band svizzera suona sul palco bolognese dopo le 14.00, ancora sotto il calore più cocente. Il sudore e la fatica si vedono sui volti provati dei nove membri della formazione capitanata da Chrigel Glanzmann. Il vocalist usa tutto il suo growl per la sua breve esibizione e tantissima energia. Il folk del combo elvetico è variopinto e sfoggia un death metal melodico contaminato dai vari strumenti che vanno dal violino alla cornamusa, al flauto e alla ghironda. Freschi di album “Ategnatos” uscito in aprile, partono proprio dalla titletrack, sapendo di non aver molto tempo a disposizione. Saranno solo sei i brani proposti per la giornata dove vedremo la trasposizione in italiano di “The Call Of The Mountains”, “Ambiramus”, “Rebirth” e la chiusura tecnica con uno dei brani più affabili degli esordi degli Eluveitie, “Inis Mona”. Efficaci nella loro breve performance, i nostri confinanti spiccano per l’accostamento vocale di Fabienne Erni, la rossa vocalist, che oltre a suonare arpa celtica e ghironda ha sostituito degnamente Anna Murphy, precedentemente elemento di rilievo della band.

CORROSION OF CONFORMITY

Inaspettato ingresso a favore dei Trivium, previsti in scaletta, i Corrosion Of Conformity non saranno così seguiti dalla folla accaldata in cerca di ombra e ristoro; forse “colpevoli” di essere un genere completamente diverso dalla formazione sostituita, così come dal resto del bill di questa giornata. Eppure lo stoner rock arrivato dal North Carolina si insinua impetuoso in uno dei pomeriggi più caldi di questa estate. La line-up solida e compatta dagli anni ’80 ci porta sul palco quattro musicisti “die hard” dotati di grande carisma e professionalità. Uno su tutti l’ultimo arrivato in formazione, Pepper Keenan, alla voce e chitarra, tornato in line-up solo nel 2014 in seguito allo scioglimento che fu utile a concentrarsi in altri progetti.
Invece quello che interessa ai veri fan della band è poter risentire quei pezzi un po’ precursori già alla fine degli anni ’80. Ci siamo concentrati su uno dei dischi più influenti della formazione americana e quindi sono state suonate molte tracce da “Deliverance” tra cui “Seven Days”, “Vote With A Bullet”, “Albatross” e “Clean My Wounds”. Sicuramente non la miglior occasione per vedere un gruppo come i Corrosion Of Conformity, ma apprezzati e applauditi.

LACUNA COIL

Caldo anche per i nostrani Lacuna Coil, appesantiti da cerone bianco in viso e pesanti vestiti neri, escluso il rosso vistoso di Cristina Scabbia. La formazione, già esausta dal solleone, viene messa a dura prova a causa di problemi tecnici che dopo l’apertura con “Our Truth”, viene interrotta amaramente. Per fortuna la professionalità del combo italico non lascia il pubblico a bocca asciutta, con Cristina e Andrea che intonano una “Highway To Hell” degli AC/DC che aiuterà a tenere calda la folla (come se ce ne fosse bisogno), prima di proseguire con “Die & Rise”, “Trip The Darkness” e “Blood Tears, Dust”.
Anche per la nostra formazione meneghina il tempo è tiranno e tra qualche incitamento e poche parole non c’è molto tempo per fermarsi, per cui si prosegue con “My Demons”, “The House Of Shame” e l’apprezzatissima cover dei Depeche Mode “Enjoy The Silence”.
E’ tempo di congedarsi, ma non prima di una delle hit più conosciute dei Lacuna, “Heaven’s A Lie” e la conclusiva “Nothing Stands In Our Way”. Le solite voci critiche per una delle poche band tricolori che ce l’ha fatta non hanno effetto, soprattutto dopo un’esibizione così ben riuscita nonostante i problemi tecnici. Consiglio inoltre di provare l’esperienza di un concerto headliner dei nostri ragazzi, che tra le tante hit e una gestione del palco sempre impeccabile fanno dei Lacuna Coil una band veramente d’eccellenza di cui dovremmo andare fieri invece che stare a parlarne con iniqua discutibilità.

TESTAMENT

Ecco, con i Testament andiamo sempre sul sicuro. Diciamo che dopo lo stop tra “The Gathering” e il “Live In London” (1999-2005), la band di Oakland non ha sbagliato un colpo. Costellata di successi sia discografici che live, i thrashers della Bay Area ormai sono una garanzia sonora. Mentre dunque il sole sta cominciando ad arrancare e affievolire i suoi potenti raggi, Chuck Billy e la sua allegra brigata entrano sul palco del Sonic Park in gran forma e con un’energia da far impallidire qualsiasi musicista.
Si inizia con “Brotherhood Of The Snake”, la titletrack dell’ultimo disco di successo per la formazione americana assieme a “The Pale King”. Torniamo un po’ indietro nel tempo con “More Than Meets The Eye”, “Dnr”, “Eyes Of Wrath” e “Legions Of The Dead”, ma siamo ancora nell’ultima decade della lunga carriera della band.
Il sempre sorridente Alex Skolnick e il cattivo Eric Peterson alle chitarre si scambiano sguardi di intesa da veri professionisti tra assoli e riff che hanno da sempre incoraggiato il pubblico a pogare e ad alzare l’adrenalina sotto il palco.
La seconda setlist di questa giornata sarà invece un ritorno al passato tra pezzi come “Low” e “Into The Pit”. La stagionatura dei membri più recenti – ormai parte integrante della formazione e turnisti d’eccellenza in tante altre band – spicca on stage, così come su disco. Stiamo naturalmente parlando di Steve DiGiorgio al basso e Gene Hoglan dietro le pelli. E c’è bisogno di una formazione solida e compatta come questa per poter rievocare “Electric Crown” ed “Over The Wall” all’ennesima potenza. Si chiude invece inaspettatamente con la titletrack di “The Formation Of Damnation”, ormai uscito nel 2008, ma ancora attuale e fresco.
I Testament non ci stancano mai. Ormai visti e rivisti, riescono sempre a regalare quel momento di cattiveria di cui c’è sempre bisogno, soprattutto ai festival estivi. Inossidabili.

AMON AMARTH

Per molti una inaspettata sorpresa, per il sottoscritto il piacevole ritorno di un gruppo che sta crescendo a dismisura sotto tanti aspetti. Gli Amon Amarth si sono guadagnati una posizione di tutto rispetto non solo grazie alle vendite, ma anche ad una certezza di uno stage incredibilmente d’effetto e una presenza scenica davvero imponente. Già la mole e la voce profonda e gutturale del frontman Johan Hegg basterebbe a tenere in scacco l’intera arena, ma non ci basta. Oggi la batteria di Jocke Wallgreen, drummer presente in formazione solo da tre anni, poggia su un enorme teschio vichingo. Sappiamo tutti che i guerrieri nordici non ebbero mai in dotazione corna nei loro elmi, ma l’iconografia ritrovata nei testi, affibbiata dai cristiani per farli assomigliare più a demoni, ha sortito il suo effetto e non è necessario abbandonarla.
Si inizia in pompa magna con “The Pursuit Of Vikings”, normalmente un brano da chiusura e si prosegue con “Deceiver Of The Gods” e “First Kill”.
I vichinghi di Stoccolma sovrastano il palco bolognese tra le fiamme che esplodono copiose nella scenografia imponente, dove si sta consumando una esibizione più che energica. Hegg incita la folla con la sua voce cavernosa e immensa alimentando la voglia di urlare e gridare anche dei fan accorsi per gli altri gruppi.
Le teste dei musicisti a corda volteggiano nell’aria a ritmo cadenzato del death metal melodico proposto dal combo svedese. Johan Soderberg, Olavi Mikkonen e Ted Lundstrom tengono il palco a suon di riff graffianti e potenti, tipici di pezzi come “The Way Of Vikings”, “Asator”, “Crack The Sky” e “As Loki Falls”.
Sempre con un ghigno sul volto, tipico di chi sa di aver conquistato l’intera venue, l’imponente singer barbuto guarda la folla annunciando, pezzo dopo pezzo, i brani che hanno contribuito al successo stellare degli Amon Amarth. “Legend Of A Banished Man”, “Death In Fire”, “Shield Wall” sono gli altri brani che fanno alzare le braccia (e le corna a grande richiesta) al cielo ormai indebolito dal calare delle tenebre grazie al primo crepuscolo.
La scena di figuranti vichinghi che combattono a suon di spada e il grande martello di Thor impugnato da Hegg allietano e divertono il pubblico che si sta caricando sempre di più per l’headliner. Le energie non abbandonano nemmeno i nostri guerrieri che, ancora carichi sul palco, snocciolano gli ultimi pezzi di questa maestosa performance: “Raven’s Flight”, “Guardians Of Asgard” e naturalmente, “Raise Your Horns”.
Si chiude con “Twilight Of The Thunder God”, tripudio di applausi tra fiamme sempre più alte, difficili da replicare persino all’inferno.
Oggi gli Amon Amarth ci hanno fatto capire quanto siano pronti per un pubblico più vasto e come siano degni di copertine e di ruoli da headliner. Un vero trionfo degno della gloria degli Dèi vichinghi del Nord. Valhalla dignitosamente conquistato.

SLIPKNOT

Le defezioni negli anni per gli Slipknot non sono state di poco conto. Per molti non varrebbe la pena di vedere una formazione priva di membri storici come Joey Jordison dietro le pelli o non poter sentire il basso del mai troppo compianto Paul Gray. Inoltre l’anno scorso anche il nasuto Chris Fehn è stato allontanato dalla band. Nonostante tutto, un folto pubblico si è schierato dentro e fuori dal pit, in attesa di poter vedere come se la caverà in questa serata la formazione di Des Moines.
Freschi di nuove maschere, che piacciano oppure no, i nove musicisti entrano in una scena dinamica dotata di particolari postazioni utili ad un facile spostamento e a breve Corey Taylor farà capolino sul palco, istigando da subito un pogo forsennato, iniziando con una storica “People=Shit”, seguita da “(sic)”.
Da subito possiamo percepire la rabbia e la grinta della band statunitense. Notiamo sulla torretta di destra prendere posizione il clown Shawn Crahan, inaspettato in questo tour (il decesso della giovane figlia 22enne è avvenuto solo poco più di un mese da questo concerto nda). La violenza del “cappio dell’Iowa” continua con “Get This” dagli esordi e “Unsainted”, singolo in uscita dal nuovo disco “We Are Not Your Kind” previsto per il prossimo settembre.
Il pubblico si agita e si dimena, sempre riuscendo a mantenere una decorosa compostezza (molto probabilmente per via del pit). Sul palco vediamo un malvagio Corey Taylor rabbioso e determinato, spalleggiato da un Mick Thomson molto più statico sulla sua sinistra. Sid Wilson e Shawn Crahan sulle torrette davvero scatenati e Jim Root amletico con la sua nuova maschera. Alessandro Venturella al basso e Craig Jones alle tastiere forse più in ombra, ma sicuramente molto professionali, hanno trovato la loro collocazione sul palco, come nella band. Giovanissimo quanto dotato, dietro le pelli, troviamo Jay Weinberg, figlio d’arte del noto drummer della E-street band di Bruce Springsteen, il quale ha scelto una strada tanto simile quanto insolita dal padre.
Ci crediate o no, se avete deciso di non assistere allo show degli Slipknot di oggi avete fatto un grande errore. Negli anni ho sicuramente rivalutato la potenza di un gruppo che inizialmente, alla fine dei ’90, non riusciva proprio a convincermi.
Nella setlist di questa caldissima serata, dove il respiro arranca tra la polvere e gli spintoni, non manca nulla. Da “Slipknot” a “Iowa”, a “Vol 3” e “All Hope Is Gone”, fino all’ultimo disco, “5: The Gray Chapter”, abbiamo l’onore di assistere alla trasposizione live di brani tra cui non possiamo non nominare “The Devil And I”, “Vermilion” e “Duality”. L’encore prevede due brani immancabilmente dagli esordi; “Spit It Out” e “Surfacing”.
Non andremo via a bocca asciutta dunque, ma soddisfatti per aver presenziato ad un’esibizione davvero efficiente che ci ha fatto sentire adrenalinici dall’inizio alla fine. La maschera di Corey Taylor, disegnata da Tom Savini, celebre attore e costumista hollywoodiano, non è riuscita a raccogliere molti consensi, ma forse non ha molta importanza che maschera si indossa, ma come la si indossa. E gli Slipknot hanno dimostrato che si può essere una grande band a fronte di problemi, di guai e soprattutto degli anni che passano inesorabili. Una ghiotta occasione di aver visto una band da non sottovalutare tra luci e fiamme di una scenografia importante e gratificante; segno di un successo che porta ancora soldi e fan ad ascoltare un gruppo che ha molto da dire. Incrociamo le dita fiduciosi prima di ascoltare il nuovo disco.


Fotogallery di Ivan Gaudenzi

Eluveitie:

   

 

Corrosion Of Conformity:

Lacuna Coil:

Testament:

Amon Amarth:

Slipknot:

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