06/07/2019 : Rock The Castle – 2 giorno

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Seconda edizione divisa in 3 giornate per il Rock The Castle. Il neo festival italiano torna con una buona selezione di gruppi nella consueta location del Castello Scaligero di Villafranca di Verona. Sabato è la giornata dedicata all’hard rock e vedremo alternarsi nomi altisonanti tra cui Richie Kotzen, Sebastian Bach, Dee Snider e Slash tra gli altri. Quello che colpisce subito è che non ci sono Mr Big, Skid Row, Twisted Sister o Guns n Roses. Una sorta di Gods of Metal ridimensionato dove avremo la possibilità di confrontarci con grandissimi artisti e ottimi musicisti. Tuttavia le band che hanno fatto la storia si sono sciolte e questa la dice lunga sulla decadenza del rock. Per il resto possiamo garantire che la location e l’organizzazione di Vertigo ci hanno sorpreso positivamente. Prezzi decenti, acqua gratis con bicchiere di plastica su cauzione (ormai consuetudine dei concerti plastic-free), spazi relax, bagni sufficienti, street food e merchandise. Insomma è vero che si può fare ancora meglio, ma per essere in Italia, abbiamo raggiunto un buon compromesso per un festival più che discreto, e quindi veniamo ai gruppi.

FM
Reduci dallo scorso FRONTIERS ROCK FESTIVAL, e dal disco live estrapolato proprio da quello stesso concerto dall’epico titolo “The Italian Job”, i britannici FM tornano in terra italica per cavalcare l’ondata di un ritorno sulle scene davvero importante. Non sarà molto lo spazio a disposizione, ma tuttavia sempre una buona occasione per vedere la band londinese all’opera. Un sapore di storia accompagna il rock anglosassone del quintetto che dopo una lunga pausa di riflessione a metà degli anni 90, è tornata in piena attività dal 2007 portando nuova musica alle masse, sempre nel loro stile hard rock anni 80. La formazione guidata da Steve Overland, inizia questo Rock The Castle sulle note di “Black Magic” e si porta avanti con “Bad Luck”, “Life is a Highway” e “I Belong To the Night” alternando dunque brani nuovi a quelli più classici. Il tempo a disposizione è davvero tiranno e dopo un salto all’indietro con “Tough It Out” e “That Girl”, la chiusura viene assegnata a “Killed By Love” dall’ultimo lavoro “Atomic Generation”. Cosa dire? Si poteva iniziare questa giornata hard rock in un modo migliore? Direi proprio di no e quindi non ci resta che andare avanti a scoprire le altre band in cartellone.

RICHIE KOTZEN
Una proposta un po’ fuori dal coro, ma diciamo perfettamente inserita tra i nomi della giornata è quella del chitarrista Richie Kotzen, che con la sua band propone un rock complesso contaminato da blues, fusion ed heavy metal. Un sound che evidenza lo stile chitarristico del famoso axeman, diventato celebre per la sua militanza in Poison e Mr Big. Non sono molte le tracce a disposizione dell’enfant prodige statunitense. Mr Kotzen utilizza il suo tempo a disposizione per proporre brani da “24 hours” tra cui “Riot”, “Fear” e “Help Me”, ma c’è spazio anche per pezzi come “Bad Situation”, “Venom” e la conclusiva cover dei Poison “Stand” del periodo di “Native Tongue”. Un chitarrista con uno stile eccezionale che va visto sicuramente con una set list più completa, magari in un’altra situazione.

SEBASTIAN BACH
La dura battaglia di oggi è tra Sebastian Bach e Dee Snider. Chi dei due colossi dell’hard rock avrebbe meritato di suonare una posizione più alta e prestigiosa? Lo scopriremo presto. Abbiamo già visto in azione in passato entrambi e possiamo garantire che non sarà facile giudicare i due frontman, entrambi dotati di grande carisma e tecnica vocale. Ma partiamo da Sebastian Bach, giunto con la sua formazione solista, più che dignitosa. Nonostante i tre dischi all’attivo, (tra l’altro più che discreti), il singer americano decide di concentrarsi in questa giornata su brani relativi alla carriera precedente con i suoi ex-compagni Skid Row. Dunque per la gioia di chi voleva ascoltare qualcosa di storico e familiare, ci vediamo sparare davanti alla faccia una “Slave To The Grind” così, a secco, che ha il sapore di una grande esplosione. Da subito abbiamo la certezza che il cantante statunitense ha intenzione di arruffianarsi il pubblico italiano. Ed è proprio così dato che cercherà con forte accento, di parlare italiano in tutti gli inframezzi. Si prosegue con l’unico brano della carriera solista di questa giornata “Dream Forever” che francamente non sappiamo come mai sia stata inserita, ma certamente non ci dispiace. Proseguiamo poi con “Here I am” ed una passionale “18 and Life” coadiuvata dal cantato del pubblico, che aiuta l’ex Skid Row a mantenere caldo il palco. Dopo una cadenzata “Piece of Me” è ancora tempo di melanconia e tuffo nei migliori anni hard rock con la super ballad “I Remember You”. Ma non sarà un concerto melenso, anzi, ora che le chicche strappalacrime sono passate è tempo di vero hard rock e si prosegue sulle note di “The Threat”, “Big Guns”, “Sweet Little Sister”. Bach è carico, in forma e anche se leggermente appesantito dall’età, appare a volte ancora un ragazzino eterno sul palco, pronto a sfidare qualsiasi Axl Rose della situazione. Corre sul palco, ruota il microfono, abbraccia i musicisti, ammicca le ragazze, insomma un vero vulcano che ci regala ancora qualche emozione con “American Metalhead” dei Painmuseum (band del bassista Rob De Luca), prima di passare alla chiusura con il trittico “Monkey Business”, “Rattlesnake Shake” e “Youth Gone Wild”. Una vera prova di forza che metterà in seria difficoltà l’esibizione dell’altra entrante colonna portante hard rock. Dee Snider.

DEE SNIDER
Oltre ad essere in competizione con Sebastian Bach, Dee Snider parte ad essere in competizione prima di tutto con sé stesso. In Italia solo quattro volte con i Twisted Sister, è rimasta storica l’esibizione al Gods of Metal nel 2004 quando si è realizzata una possente standing ovation durante “I Wanna Rock” e non erano neanche headliner. Oggi si ripeterà il miracolo? Partiamo dal presupposto che l’assetto è ben diverso. Non abbiamo davanti i coloratissimi Twisted Sister, ma una band molto più sobria e composta con un Dee Snider, pettinato e più oscuro. Musicisti preparatissimi sui pezzi del singer newyorkese, che diventano però una qualunque cover band sui brani dei Twisted. Partiamo dunque con una combo di due brani dall’ultimo lavoro della star cotonata “For The Love of Metal”, per la precisione “Lies Are a Business” e “Tomorrow’s No Concern” brani dal sapore rock patinato, che però non riescono ad essere abbastanza efficaci da spazzare via quel pesante passato, che ombreggia oscuro alle spalle dell’istrionico cantante. Infatti basta un accenno del prossimo pezzo “You Can’t Stop Rock N Roll” e la folla si rianima immediatamente. Tutto il concerto sarà alternato tra Snider e Twisted offrendo al pubblico riposo e adrenalina altalenando tra i brani “American Made” / “Under The Blade”, “I Am The Hurricane” / “We’re not Gonna Take It”, “Become The Storm” / “Burn In Hell”. Si inverte la chiusura invece che stranamente passa da “I Wanna Rock” alla title track “For The Love of Metal”. Purtroppo il miracolo non è avvenuto. Ci sono stati picchi di entusiasmi con “We’re not Gonna Take It” e “I Wanna Rock”, ma vedere Snider senza i Twisted Sister non è esattamente la stessa cosa e chi come me li vide nel 2004 o in qualsiasi altra occasione saprà sicuramente di cosa parlo. Tutto sommato un’ottima esibizione, ma se devo tirare le somme, forse questa giornata è stata conquistata da Bach che ha dimostrato maggior disponibilità e attitudine on stage, al contrario di un Snider strafottente e forse un po’ troppo sicuro di sé e del nome che porta.


BLACK STONE CHERRY
Sorpresona della giornata, sebbene un po’ fuori contesto, i Black Stone Cherry sono una di quelle band che stanno bene un po’ ovunque, soprattutto nei festival. Il rock della formazione di Edmonton, suona suadente, ammaliante e a tratti arrapante. Un sound un po’ southern rock, un po’ post grunge, difficile da definire, a volte con un tocco un po’ blues, ci fa passare un’oretta più che piacevole dove il tempo scorre veloce tra pezzi come “Burnin’”, “Me and Mary Jane”, “Blind Man” e “In My Blood”. La giovanissima formazione del Kentucky, viene da una contea dove vige ancora proibizionismo (definita proprio dry county nda) e da una cultura musicale di famiglia. Grazie anche a questi elementi i BSC si sono creati un genere che mette d’accordo un po’ tutti; se poi ci aggiungiamo la calda e profonda voce di Chris Robertson il gioco è fatto. Oggi la posizione in scaletta è piuttosto buona e consente di poter inserire nella set-list diversi brani da ricercarsi nell’ultimo disco “Family Tree” fino a brani ormai famosi quali “Like I Roll” e “White Trash Millionaire”, ormai pietre miliari del quartetto americano. Vorrei spendere inoltre una buona parola per tutta la formazione, assieme sin dagli inizi, in particolare il batterista John Fred Young, che ha tenuto testa tutta la serata dietro le pelli con i suoi giochi di bacchette e la sua precisione, un vero artista. Non sarà un gruppo come i BSC a fare la storia di Bach o Snider, ma a mio avviso si sono meritati indubbiamente la posizione sotto l’headliner, sia per quanto proposto che per l’esibizione. Applausi meritatissimi per i nostri giovani statunitensi. E’ ora di prepararsi ad un’altra leggenda in arrivo, anzi…due!

SLASH
Certo tutti parlano di Slash, o del “chitarrista dei Gun’s n Roses, ma non dimentichiamo che il cartello recita testualmente Slash feat Myles Kennedy and The Conspirators. E quindi non stiamo andando semplicemente a vedere un chitarrista qualunque, ma una band vera e propria, costellata di professionalità e artisti dotati. Il palco si illumina al cospetto di tanta bravura e salgono sul palco i The Conspirators, ovvero Frank Sidoris alla chitarra, Todd Kerns al basso e Brent Fitz alla batteria. Non parliamo di semplici turnisti, ma di preparatissimi musicisti compatti e coesi al fianco del Dio della chitarra, Saul Hudson, in arte Slash! E tra i tanti progetti del chitarrista col cilindro, è stato scelto un unico e solo cantante, Myles Kennedy, più nota voce degli Alter Bridge. Vedere Kennedy senza una chitarra in mano è a volte eccitante, a volte frustrante. Quello che è certo, è che in entrambi i casi il ruolo da frontman gli si addice e gli calza a pennello. Si inizia con una carica esplosiva e l’energia di un pezzo che non lascia spazio a malizie, “The Call of The Wild”, dall’ultimo disco “Living The Dream” e subito si sente la maestria e la professionalità di chi un palco lo conosce bene e lo sa gestire da vero headliner. Andiamo avanti con “Halo”, “Standing The Sun” e “Apocalyptic Love”, nulla di dire, non riusciamo ad accorgerci delle imperfezioni in un sound pulito e corposo. Unico difetto un volume un po’ basso (forse per le restrizioni cittadine?) porta la folla a richiedere di alzare un po’ la musica. Si prosegue senza sosta con “Back From Caly” e “My Antidote” entrambi pezzi molto funzionali in una setlist così ben congeniata. Instancabili con “Serve You Right” e “Boulevard of Broken Hearts”. Il riccioluto chitarrista resta imponente e statuario facendo risultare a volte piccola la sua celeberrima Gibson Les Paul che imbraccia con avidità tra un riff e un assolo. A questi livelli la professionalità diventa classe e la classe a volte si trasforma in magia. Si riesce ad osservare un assolo nei minimi dettagli, si scruta dove l’acuto raggiunge la sua massima estensione vocale. Siamo appena a metà serata con “We’re All Gonna Die”, “Doctor Alibi”, e “The One You Loved Is Gone” quando con “Wicked Stone” è finalmente il momento dell’assolo di 10 minuti. Siamo nel pieno della seconda parte della scaletta e l’entusiasmo continua a salire con uno dei pezzi più convincenti dell’ultimo disco, “Mind Your Manners”, seguìto a ruota da “Driving Rain” e “By The Sword”. Non so quante persone si aspettavano un teatrino dei Guns n Roses, mai preso in considerazione dall’energico chitarrista. Infatti la voglia di esplorare nuova musica si riconferma con l’esecuzione di un solo ed unico brano tratto dalla discografia della band di rose e pistole, “Nightrain”. Invece viene lasciata per la fine “Starlight”, forse il pezzo che ha lanciato la collaborazione tra Slash e Myles Kennedy, nel pieno della carriera solista. Finale con “You’re a Lie” e “World on Fire”, eccelsi singoli perfetti sia come opener che come chiusura. L’encore è lasciato ad una struggente “Anastasia” con tanto di imprevisto di corda rotta durante l’assolo. Slash e Myles possono congedare il palco del Rock The Castle con onore e con la certezza di aver potuto dare il meglio che potevamo aspettarci. Così termina la giornata hard rock di un festival che non sarà perfetto, ma ha sostituito degnamente il vecchio Gods of Metal.

Foto di Ivan Gaudenzi

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