07/07/2019 : Rock The Castle – 3 giorno

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Stanco, ma appagato dalla giornata hard rock, mi sparo 300 km di ritorno a casa da Verona, ma con un tarlo in testa che non mi molla. Sarà davvero l’ultima esibizione in Italia degli Slayer? E’ vero che li ho visti già altre volte e potrei dormire tranquillo, ma quella sensazione di dovere, implica di trovare la forza e la voglia di riprendere l’auto per tornare a Verona la mattina seguente. Avrei potuto rimanere a Verona direte voi, ma un cambio di compagno di viaggio ha voluto che in due giorni mi mangiassi circa 1200 km. Tutto sommato ho sempre sentito imprese titaniche di amici e conoscenti di fronte alla voglia di andare per concerti, per cui non mi sento affatto eroico, ma fiero di poter ancora dare il mio piccolo contributo ad un mondo che mi è così caro, con la mia presenza e relativo pippone/recensione per chi non ha potuto assistere. Il bill di questa giornata è certamente più estremo di ieri, il sole ha fatto capolino molto presto, ma almeno abbiamo una garanzia di una location e di una struttura funzionante e ben predisposta.

ONSLAUGHT
Sostituzione dell’ultimo momento in favore dei Sacred Reich, gli Onslaught salgono sul palco nel primo pomeriggio, sotto un bel caldo infuocato, ma con dei suoni davvero spacca timpani. Palco ancora in fase di rodaggio, in seguito alle esibizioni che ci siamo persi di Carved e Necrodeath, ma solido e cattivo, pronto ad ospitare le band di questa giornata. La formazione di Bristol si presenta in parte ristrutturata con a capo della line up i due vessilli Nige Rockett e Sy Keeler rispettivamente alla chitarra e voce, e con il trio restaurato Williams/Perry/Dorman che coprono invece basso, batteria e chitarra. Il quintetto non è però in tour, per cui possiamo considerare l’esibizione un vero e proprio regalo per gli amanti del thrash metal. Colorito ingresso con il capolavoro “Killing Peace”, title track dell’omonimo disco del 2007, il combo britannico ci fornisce pochi, ma intensi pezzi che vanno da “The Sound of Violence” a “Let There Be Death”, da “Destroyer of Worlds” a “Metal Forces”, da “A Perfect Day to Die” a “Fight With the Beast”. Chiusura apocalittica con “66 Fucking 6”, mette tutti d’accordo sulle doti tecniche della band della Union Jack. Una garanzia in sede live e sicuramente un’ottima scelta tra le band in lista di poter sostituire una leggenda come i Sacred Reich. Avremo occasione di rivederli, dato che è appena uscito il loro ultimo attesissimo lavoro, ma per oggi siamo già felici così.

OVERKILL
Visti già svariate volte, tra cui la più recente lo scorso marzo a Cesena in promozione per il loro ultimo “The Wings Of War”, gli Overkill ne approfittano per una calata extra nei festival estivi tra cui il nostro Rock The Castle. Ed è qui che li vediamo alle prese con una folta folla ed un palco di più grandi dimensioni. Alcuni problemi audio/tecnici sminuiscono l’inizio di questa performance almeno nei primi 3 brani, “Last Man Standing”, “Electric Rattlesnake” ed “Hello From The Gutter”, ma niente paura. Un gruppo di questa caratura è in grado di risorgere  dalle proprie ceneri ed è con “Elimination” che la band newyorkese inizia a spazzare via tutto come un uragano. Performance decisamente importante per Jason Bittner dietro le pelli, in sostituzione dello storico Ron Lipnicki. Il giovane drummer degli Shadow Fall mostra tutta la sua dote ed energia in un gruppo dove apparentemente potrebbe sentirsi fuori luogo tra vecchietti di un’altra epoca; invece è proprio a suo agio e si dimostra un’ottimo animale da palco. Gli scudi sono tenuti saldi dai chitarristi Dave Linsk e Derek Tailer, ma le colonne portanti sono sempre loro, Bobby Blitz Ellsworth e D.D. Verni, voce acida e basso metallico, da sempre trademark della band del pipistrello verde fluo. Proseguiamo con “Head of a Pin” e ci inchiniamo davanti al fragore di “Bastard Nation” e “Rotten to the Core”. Il tempo stringe e dopo “Ironbound” ci troviamo di fronte ad una velocissima “Fuck You”, segno che il concerto è giunto al suo epilogo. Naturalmente non prima di chiudere con uno dei pezzi più efficaci dall’ultimo disco, “Welcome To The Garden State”. Una bomba, una garanzia, una vera macchina da guerra. A mio avviso avrebbero potuto tranquillamente suonare al posto di chi seguirà.

PHILIP H. ANSELMO and THE ILLIGALS
Voglio partire dal fatto che ho sempre adorato i Pantera e sempre odiato Philip Anselmo. Definito da sempre un animale da palco e grande frontman, a me è sempre apparso più come la persona sbagliata nel posto giusto. Imponente e tatuatissimo, da sempre famoso per le sue scarse performance, anche questa sera deluderà le aspettative. Da sempre all’inseguimento di una impossibile reunion con l’unica band che abbia potuto assicurare una cospicua pensione al cantante texano, Philip Anselmo riesce finalmente ad avere il via libero a poter suonare i pezzi dei Pantera. Niente super formazione come si rumoreggiava (Rex Brown, Zakk Wylde e magari Mike Portnoy nda), ma vengono riesumati gli Illegals di Mr Anselmo; quest’ultimo giustifica questa sorta di cover band dei Pantera, come un giusto tributo, un regalo ai fan che non hanno mai potuto vedere la band texana in azione. Se devo essere sincero, già l’idea di sentire solo il cantante (tra l’altro l’anello debole della formazione nda) sputtanarsi per un pugno di denari guadagnati su un nome di tutt’altro rispetto, mi fa venire i brividi. Incredulo e poco speranzoso mi appresto comunque a dare una possibilità al non più bellissimo Anselmo, che si presenta sul palco masticando non so cosa e particolarmente fiacco e sovrappeso. Sentire partire “Mouth For War”, mi ha fatto sperare bene per qualche secondo, ma poi ascoltando bene sono facilmente arrivato al verdetto che non bastano due chitarre per sostituire il sound graffiante e strillante del mai troppo compianto Dimebag Darrell, la batteria di Gonzales non ha quel groove di Vinnie Paul e persino il basso di Rex Brown aveva una cadenza metallica tremendamente lontana dall’operato di Derek Engemann. Purtroppo il peggio deve ancora venire e ascoltare la possente voce di Philip H. Anselmo ancora una volta stonare e arrancare, mi fa urlare un nooooo condiviso da non molte persone, perché per chi non ha mai visto i Pantera, avere una parvenza di cosa fece la band negli anni 90, è una grande opportunità. Il pubblico è in visibilio e tutti pendono dalle sue labbra con pezzi che hanno fatto la storia del metal come “Becoming”, “I’m Broken”, “This Love”. Per me non ci siamo neanche lontanamente. Memore dell’ultima possibilità di ascoltare pezzi come “Walk”, “Fucking Hostile” e “New Level” a Pesaro nel 2000, mi fa ricordare di come abbia vissuto bene quel feeling. Mi suvviene di essermi trovato davanti ad una grande band con uno scarsissimo cantante. Invece l’idea di oggi è di aver assistito ad una cover band con un cantante davvero arrivato alla frutta privo di idee e di stile. In questi anni di band alternative tra Down, Superjoint Ritual, Scour, Arson Anthem, non è arrivato nulla alle orecchie neanche di lontanamente avvicinabile a quanto fatto con i Pantera. Forse sarò una voce fuori dal coro, ma ritengo questa esibizione una vera e propria farsa, fatta da artisti e discografici senza scrupoli sulla pelle di musicisti più umili e dignitosi. Una delusione annunciata.

GOJIRA
Band fuori dal coro se guardiamo i nomi in cartellone. La folla dopo Anselmo e soci si dirada tra stand mangerecci, o per la voglia di una birra o di dare un’occhiata al merchandise. Niente di strano. Il sound dei francesi Gojira non è per tutti e il loro metal avanguardista fa storcere il naso a molti, ma chi invece è affine alle sonorità progressive della band francese, è già sotto al palco, con la voglia di osannare una delle formazioni capostipiti del genere. Non a caso, infatti si trovano ormai a supportare nomi altisonanti che vanno da Volbeat a Metallica a Slayer tra i tanti. Il quartetto d’oltralpe entra in scena sobrio e maledettamente preciso, con dei suoni capaci di risvegliare i morti dalle tombe. Una bella prova di forza che eguaglia gruppi di maggior esperienza e più esperti; i Gojira capitanati dal cantante/chitarrista Joe Duplantier, sferrano fuoco e fiamme a cominciare dall’entrata con “Oroborus” da “The Way of All Flesh” che porta la data 2008 e “Backbone” dal precedente “From Mars to Sirius” (2005). Dobbiamo dunque attendere il terzo brano per addentrarci nell’ultimo lavoro “Magma” con “Stranded”. I metallers francesi stanno snocciolando brani dall’intera discografia senza risparmiare nulla ai fan già in delirio. Una presenza sul palco solida e ben organizzata, tra le immense colonne di fumo sprigionate sul palco (molto probabilmente è stato eliminato il fuoco in seguito all’incidente dello scorso 18 maggio dove il chitarrista Christian Andreu rimase ustionato in viso in seguito ad uno sfortunato effetto pirotecnico proiettato verso di lui, nda). Sempre dall’ultimo disco verranno eseguite magistralmente “The Cell” e “Silvera”; non viene tralasciato inoltre il disco di esordio “Terra Ingognita”, mentre solo due i brani dal capolavoro “L’enfant Sauvage” tra cui la title track e la conclusiva “The Gift of Guilt”, fragorosa nello scoppio di coriandoli che ha portato come effetto scenico, tanto stupore tra i presenti. I Gojira non possono piacere a tutti, ma senza dubbi sono una garanzia dal vivo e anche oggi sono stati all’altezza della situazione, di un palco al loro livello. Successo meritatissimo. Ci addentriamo tra le prime file per dare l’estremo saluto ad un gruppo che non ha bisogno di presentazioni.

SLAYER
Per chi scrive, è la settima volta che ho avuto l’opportunità, anzi la fortuna di vedere gli Slayer dal vivo dal 2002 e se ci penso non è poi così tanto, dato le svariate calate italiche della band statunitense negli anni. Tuttavia posso permettermi di confrontare le varie esibizione e sono fiero di poter dire che non c’è mai stata una volta in cui abbia visto il “trucidatore” sottotono. Arrivati dunque agli sgoccioli e al dichiarato Final World Tour, ci troviamo dunque nella “second leg” del tour, ovvero la calata ai festival estivi. Dato che mi ero perso la data indoor al Mediolanum di Milano lo scorso novembre, ho pensato di recuperare con la plausibile ed effettiva ultima data in Italia. Sappiamo ormai cosa aspettarci, ma l’attesa è comunque trepidante, dato che la precedente esibizione a cui ho assistito risale ormai al 2014 in quel di Bologna. Gli Slayer scelgono il singolo “Repentless” dall’ultimo disco come opener, ed è subito un inferno nel pogo. Fin dalle prime file ci si muove a ritmi forsennati e violenti, inizia lo stage diving, si canta e si urla, qualcuno inneggia a Satana, altri rinnegano Dio… insomma si sta celebrando l’ultimo concerto degli Slayer. E scusate se è poco. Davanti a noi statuari stanno suonando 4 colonne portanti del metal mondiale. Kerry King imponente e massiccio con la sua ferraglia di catene ed headbanging fiero è proprio davanti a noi. Sull’altro lato si erge il sostituto maximo di Jeff Hannemann, Gary Holt, mai diventato un vero e proprio membro ufficiale, ma preso in prestito dagli Exodus per chiudere la carriera dignitosamente. Dietro la mastodontica batteria troviamo invece Paul Bostaph, eterno sostituto altalenante di Dave Lombardo, membro fondatore. Basso e microfono appartengono naturalmente a Tom Araya, oggi visibilmente provato dalle emozioni di quella che sarà l’ultima volta su un palco in Italia (sempre salvo imprevisti eheh nda). Le leggende del metal estremo hanno una bella e lunga set list per noi e ci troviamo davanti a brani epici diventati storia come “Evil Has No Boundaries” o “War Ensemble” così come a pezzi più recenti e parliamo quindi di “World Painted Blood” o “Hate Worldwide”. Stare nel pogo diventa sempre più difficile, ma il pubblico ha atteso questo caos per tutta la giornata, alcuni magari per tutta la vita e nessuno ha voglia di fermarsi a guardare. Sul palco intanto scoppiano fiamme e cambiano i backline sempre più trucidi su uno stage buio e scuro dotato di luci non troppo fiammeggianti. Sembra di stare davvero al cospetto di una band ultraterrena, quasi mistica. Un’esperienza veramente ascetica. Tra i brani storici la formazione losangelina, sceglie di deliziarci con “Mandatory Suicide”, “Chemical Warfare”, “Born Of Fire”, mentre tra le selezioni più moderne abbiamo “Gemini”, “Disciple”, “Payback”, “Temptation”. L’ultima parte della scaletta invece è riservata esclusivamente al passato e in ordine cronologico ci viene elargita una grande dose di violenza sulle note di “Season in the Abyss”, “Hell Awaits”, “South of Heaven”, “Raining Blood”, “Black Magic” e “Dead Skin Mask”. Chiusura esplosiva con “Angel Of Death”, sempre attuale e mai arrugginito, dal 1986. Impossibile aspettarsi lo scream iniziale perfetto, ma non siamo qui solo per questo. Siamo venuti qui oggi per assistere ad un concerto che potrebbe passare alla storia, per salutare ancora una volta gli Slayer e per vedere quello sguardo commosso di Tom Araya, silente per 10 minuti alla fine del concerto, fermo ad osservare quella platea italica a disposizione del quartetto thrash che non a caso ha fatto parte dei Big 4, segnando la storia della musica metal affrontando censure, elogi, discussioni e una dipartita ricusabile. Ecco oggi forse quello che è mancato è stato l’encomio a Jeff Hanneman; forse avremmo voluto ricordare anche lui per l’ultima volta, ma tutto sommato possiamo andare via distrutti e soddisfatti, com’è normale dopo il primo o l’ultimo concerto al cospetto del trucidatore! Un vero e piacevole massacro!

Foto di Ivan Gaudenzi:

Onslaught:

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Philip Anselmo & The Illigals:

   

 

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