Atlantean Kodex – The Course Of Empire (2019)

Titolo: The Course Of Empire
Autore: Atlantean Kodex
Genere: Epic Metal
Anno: 2019
Voto: 8

Visualizzazioni post:569

“Empires rise, empires fall…” Immeritata o legittima che sia, è ancora vivida l’aura di sacralità e rispetto che avvolge il gruppo di Vilseck. Il tetragono “The Golden Bough” (il cui apice era una commovente citazione di “Child In Time”) incentrato sull’affascinante opera omonima dell’antropologo James Frazer, aveva confuso la critica generalista ed entusiasmato quella di settore, generando fazioni discordi: sbadigliatori prematuri, indifferenti cronici o nostalgici incensatori, a testimonianza di un accostamento diagonale alle sonorità ossianiche dei bavaresi. Trattamento meno fazioso aveva ricevuto “The White Goddess” (stavolta è Sir Robert Graves ad ispirare) indicato dagli estimatori come nuova pietra miliare lungo il nobile cammino dell’epic metal contemporaneo. Un maggior dinamismo, ornato da leggere sfumature hard rock e power, aveva reso il codice più decifrabile consentendo al disco di ricevere riscontri quasi unanimemente positivi (addirittura Best German Album Of The New Millennium per Deaf Forever Magazine), tanto da divenire luce guida per l’ultima generazione epic capitanata da Visigoth, Gatekeeper e Lethean. Giustamente elevate quindi le aspettative nei confronti del terzo, monumentale capitolo, a sei anni dal fortunato predecessore.
Se per ovvi motivi l’utilizzo del termine evoluzione può rivelarsi improprio in un contesto volutamente regressivo come quello di “The Course Of Empire”, è altresì vero che il nuovo album presenta un dosaggio differente delle mai troppo velate influenze stilistiche presenti nell’operato dei teutonici. I punti cardinali sulla mappa degli Atlantean Kodex sono però tracciati in ordine sparso, rendendo difficile l’orientamento: l’essenzialità dei Manowar d’annata, l’epicità dei Bathory dell’evo medio o dei primi Doomsword, il grigiore doom di Solstice e Solitude Aeturnus e la grandeur melodica degli inarrivabili While Heaven Wept sono sempre ravvisabili ma sapientemente filtrati attraverso il gusto e l’ispirazione dei nostri.
La resurrezione dalle tombe atlantiane restituisce agli adepti il trinomio inno drammatico/tema mitologico-letterario/minutaggio titanico ma riafferma anche la solennità di un sottogenere la cui piena fruizione è riservata indubbiamente a pochi, senza in ciò sottintendere alcuna pretesa d’elitarismo.
Il contesto armonico-melodico, l’enfasi vocale e corale e le progressioni ritmiche rigorose creano una ciclicità di fondo che può intimidire l’ascoltatore superficiale e che premia invero un’applicazione autentica ed accurata, modalità d’apprendimento sempre più rara nell’epoca delle iper-stimolazioni uditive da click compulsivo. Unicamente attraverso questo approccio “serioso” sarà possibile apprezzare l’ulteriore affinamento ottenuto con “The Course Of Empire”, ponte solido tra passato e presente, rievocazione storico-musicale che presenta tutti i requisiti dell’attendibilità.
Meno rude, meno arcaizzante di “The Golden Bough”, meno drammatico e meno cupo di “The White Goddess”, riflette anche nelle scelte di produzione (no triggers and no Dolby?) la volontà di levigare parzialmente la ruvidità degli esordi senza però rinunciare a potenza e dimensione anthemica, fondamentale nella resa live del repertorio, mantenendo quindi un forte legame con le opere passate.
Procedendo in costante equilibrio tra autocitazione e devozione ai sacri canoni, l’azione veemente del quintetto scuote le fondamenta polverose di estinti regni millenari, celesti o terreni, intonando proclami magniloquenti e mai ampollosi, nei quali si succedono, paralleli al pathos narrativo, tutti gli archetipi di queste immortali sonorità: cavalcate metalliche, digressioni doom, melodie ancestrali e peana che, quando l’incastro è perfetto, tele-trasportano magicamente nel nucleo stesso del mito.
Becker non è Rain Irving, ma la sua maturazione a livello espressivo è notevole, così come l’affiatamento ritmico del triumvirato Trummer-Kreuzer-Weiß. La bionda Coralie, subentrata a Koch, impreziosisce con buona padronanza tecnica e pacata moderazione le sezioni più meditative dei brani (“Chariots”) o i picchi emotivi (“Lion Of Chaldea” e la magnifica, warlordiana “He Who Walks Behind The Years”) senza mai alterare l’equilibrio strumentale dell’opera.
Il brano che dà il titolo all’album è la summa maestosa della dottrina del Kodex: come nell’epos più classico, apertura e chiusura del poema si toccano, riallacciandosi nella struttura anulare… “Empires rise, empires fall…” Nelle colonie di Vilseck l’Impero prospera ancora!

Tracklist:

1. The Alpha And The Occident (Rising From Atlantean Tombs) – 2:01
2. People Of The Moon (Dawn Of Creation) – 9:01
3. Lion Of Chaldea (The Heroes’ Journey) – 6:45
4. Chariots (Descending From Zagros) – 8:29
5. The Innermost Light (Sensus Fidei) – 3:34
6. A Secret Byzantium (Numbered As Sand And The Stars) – 8:55
7. He Who Walks Behind The Years (The Place Of Sounding Drums) – 8:53
8. Spell Of The Western Sea (Among Wolves And Thieves) – 1:27
9. The Course Of Empire (All Thrones in Earth And Heaven) – 10:46
10. Die Welt von gestern (Abendland) – 2:43

Line-up:

Markus Becker – Voce e cori
Manuel Trummer – chitarra
Coralie Baier – chitarra
Florian Kreuzer – basso e cori
Mario Weiß – batteria

Links:
http://www.atlanteankodex.de
https://www.facebook.com/Atlantean-Kodex-187524197964771
http://www.van-records.de
https://www.facebook.com/vanrecs

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