Martin Popoff – Revelations, Gli Iron Maiden Dalle Origini A Seventh Son (2019)

Titolo: Revelations - Gli Iron Maiden Dalle Origini A Seventh Son
Autore: Martin Popoff
Genere: Critica Musicale
Anno: 2019
Voto: 7,5

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Per chi è cresciuto a pane ed Iron Maiden (siamo in parecchi, immagino…) il decennio 1980 – 1990 racchiude l’essenza stessa dell’heavy metal: sebbene il nostro amato genere sia indubbiamente nato nella decade precedente è solo in quel periodo che ha avuto piena realizzazione, avviando la diffusione su larga scala di un fenomeno culturale la cui immensa portata ancor oggi sfugge alle valutazioni, quasi sempre approssimative, della critica musicale “colta”. Realizzazione alla quale il gruppo heavy metal più amato del mondo ha contribuito non poco, trascinando con insolito slancio un movimento, (o meglio un’arroganza giornalistica, per citare la comprensibile polemica di Bruce Dickinson), influente e storicamente irripetibile come la NWOBHM. Sviluppandosi in parallelo all’esplosione del punk, genere inviso a Mr. Steve Harris sin dagli albori, seppur chiaramente presente nell’attitudine facinorosa delle prime movenze della Vergine di Ferro, l’ondata d’Albione ha gradualmente travolto l’Europa ed il mondo, favorendo la nascita delle correnti che avrebbero poi dominato la seconda parte della decade (vero, Lars?). Proprio dai primordi parte il viaggio di “Where Eagles Dare”, tramutato in “Revelations” nell’edizione italiana a cura di Tsunami (per evitare forse sovrapposizioni con il romanzo di MacLean e l’omonimo film da esso tratto a fine anni sessanta?) pregevole indagine critico-celebrativa della discografia ottantiana della band, densa di album immortali che hanno letteralmente plasmato e diffuso organicamente il concetto di heavy metal tra i popoli.
Giornalista prolifico e penna assai rinomata in ambito hard’n’heavy, autore di trentennale esperienza, Martin Popoff si era già confrontato con la discografia dei Maiden nel tomo “Iron Maiden – Album By Album”, raccontandone l’opera omnia attraverso ricordi ed aneddoti riportati da fan più o meno noti del gruppo dell’East End.
In “Revelations”, con un approccio colloquiale e coinvolgente, il giornalista canadese affronta ora l’epoca aurea di Harris & Co. da un punto di vista analitico, svelando interessanti (non sempre inediti) retroscena legati al concepimento di musiche e testi, al ruolo di manager illuminati e gestori di club, tour titanici e copertine che definire leggendarie è quantomeno riduttivo, considerato l’impatto avuto da Eddie sull’iconografia musicale mondiale, non solo in ambito metal.
Le serate di fuoco al Bandwagon, “Metal For Muthas” ed i mitici “Soundhouse Tapes”, la firma con la EMI, l’influenza fondamentale di Martin Birch e i frequentissimi avvicendamenti dei primi anni vengono tratteggiati con cura, garantendo al lettore momenti di puro godimento filologico. Più snella e discorsiva risulta la seconda parte, dal 1984 in poi, poiché meno carica di significati artisticamente rilevanti ed impostata necessariamente sulla rotazione perpetua album/tour mondiale/disco di platino… Superfluo consigliare di procedere nella lettura riascoltando ogni singolo LP, incluso quel “Live After Death” che rimane, per chi scrive, il live definitivo della Vergine di Ferro, nonostante gli innumerevoli tentativi di imitazione.
Preparatevi quindi a subire la ferocia di Paul Di’Anno, attizzata dalle chitarre gemelle alla Wishbone Ash (e non alla Thin Lizzy!), accettando altresì con gioia l’amore per il progressive mai celato da Harris, elementi essenziali allo sviluppo del suono dei primi Iron. Assisterete poi alla nascita ed alle metamorfosi di Eddie per mano dello spassosissimo Derek Riggs; vi inchinerete dinanzi al monumentale primo album, accetterete l’evoluzione di “Killers” ed il sodalizio tra Dave ed Adrian, l’ingresso premeditato di Bruce (con esordio al Palasport di Bologna!) nel classico dei classici “The Number Of The Beast” e l’abbandono di Clive Burr (sigh). Sarete sbalorditi dalla perfezione di “Piece Of Mind” e dall’estro di Nicko, dalla magnificenza del colossale “Powerslave” e dagli azzardi sonori di “Somewhere In Time” fino a rileggere, testi alla mano, quel “Seventh Son Of A Seventh Son”, unico album concettuale del gruppo, che in nuce covava i sintomi di un imminente crepuscolo creativo, prima della seconda e definitiva resurrezione ad eterna gloria. Ma non corriamo troppo (sulle colline?)…Ora fermatevi, chiudete gli occhi per 666 secondi e fate un balzo indietro nel tempo di quarantatré anni… “spalancate la porta del pub e sentite che genere di vecchio e portentoso rock s’ascoltava nell’East End di Londra nel 1977…” Il resto è storia. Up The Irons!

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