Depressive Age – Symbols For The Blue Times (1994)

Titolo: Symbols For The Blue Times
Autore: Depressive Age
Genere: Thrash, Gothic, Progressive
Anno: 1994
Voto: 9

Visualizzazioni post:794

Altro che azzurro (al mondiale del 2006 mancavano ancora dodici anni…). Nel 1994 il cielo sopra Berlino era blu cobalto, non c’erano in giro angeli benevoli con la faccia di Bruno Ganz e le sfumature di grigio scuro erano predominanti, dopo un solo lustro dalla caduta del muro. Il pensiero deprimente che l’unificazione fosse di fatto fallita e la rinascita economica quasi impossibile, aleggiava come uno spettro ostile sulla Porta Di Brandeburgo… ma facciamo un passo indietro di pochi anni, oltre la Cortina di Ferro. Ricevere ed ascoltare materiale “pesante” a Berlino Est era arduo e rischioso. Il rock era un prodotto corrotto e deviante della cultura occidentale e, come tale, criminalizzato, con pochissime eccezioni. In assenza di “big” internazionali, per un gruppo metal locale come i Blackout esibirsi senza essere presi a bottigliate di vetro sulle gonadi significava proporre quasi esclusivamente brani altrui, arcinote “hit” richieste a gran voce da un uditorio inibito in toto, il cui percorso culturale era predeterminato politicamente dalla culla alla tomba (sempre con pochissime eccezioni). Registrare un banale demo e diffondere la propria arte rappresentava una opposizione diretta al regime e poneva di fronte a difficoltà tecniche insormontabili, lasciando come unica alternativa la fuga al di là del muro. Perché non tentare? Jan Lubitzki aveva osato, fallendo miseramente: fu arrestato, trattenuto in carcere per un anno ed infine deportato ad ovest. Quando il gruppo poté finalmente riunirsi, il termine “futuro” aveva riacquistato significato, imponendo un nuovo punto di partenza, a cominciare dal nome: più originale e consono, Depressive Age rifletteva pienamente le emozioni dei berlinesi ed era evocativo come il timbro vocale dolente ed inquieto (originalissimo) di Jan; ecco poi l’agognato demo, quel “Beyond Illusions” (1990) che comprendeva “Innocent In Detention”, uno dei brani più lancinanti del quintetto ispirato dai terribili momenti di prigionia del cantante (ex batterista) tedesco. L’esordio è clamoroso. “First Depression”(1992) è un debutto-meraviglia che racchiude alcuni tra i momenti più memorabili e personali del thrash della seconda generazione (fatelo vostro se ne trovate una copia in buone condizioni sotto i 30€, non è mai stato ristampato), una tempesta di riff, fraseggi acustici mozzafiato e volteggi ritmici in perenne ed imprevedibile mutamento, coordinati dalla voce magnetica di Lubitzki (che suona la batteria, impeccabile, in tre brani). A seguire, nel 1993, il sinistro e cupo “Lying In Wait” (chi si ricorda il video di “Eternal Twins” in rotazione nella Triple Thrash Treat di “Headbangers Ball”?) anch’esso prodotto dal guru del metal teutonico Harris Johns nei leggendari Music Lab. Ma l’arte singolare dei berlinesi troverà nuova e curiosa espressione in questo “Symbols For The Blue Times” che si presenta ai nostri occhi con una delle copertine più lineari ed iconiche del maestro Andreas Marschall (Kreator, Blind Guardian, Sodom, Mordred, Grave Digger, King Diamond, Obituary, In Flames, Immolation, Scanner, etc. etc. etc.), perfetta sintesi dei contenuti lirici e musicali di questo terzo lavoro. Già, questi tempi blue, talmente saturi di malinconia e disillusione da ispirare un’opera di eccezionale intensità emotiva, progressiva in senso lato, giocata su una deformazione stilistica dell’originario thrash mai osata prima d’ora, probabilmente troppo ermetica e “stramba” per poter intrigare il volgo metallaro inebetito di metà decennio. “Hills Of The Thrills” è subito spiazzante: il suono delle chitarre di Jochen ed Ingo ricorda, nella scelta delle frequenze, le produzioni più fragorose di Dave Jerden (echi grunge?) mentre Jan irrompe sul brano con una voce filtrata e robotica! L’andamento è regolare, pulsante, gli arzigogoli ritmici di qualche anno prima sono stati abbandonati in favore di un dinamismo meno frenetico e più essenziale, aperto a soluzioni armoniche di grande effetto e ad oculati cambi di tempo. Il wah-wah di “World In Veins” introduce un brano emblematico nella definizione del nuovo suono dei Depressive Age: le linee vocali di Jan richiamano le atmosfere deprimenti celebrate nelle tavole di Marschall, dondolanti tra dark e gothic come l’Appeso (con forbici) in copertina, il cui interrogativo tormenta ogni essere senziente afflitto da una condanna ad esistere divenuta ormai insopportabile… il tempo per decidere è scarsissimo, meglio tagliare la fune e riaffidarsi alle mani imponderabili del fato o porre fine alla propria vita con “l’atto supremo di libertà”? “Garbage Canyons” profuma (o sarebbe meglio dire maleodora?) ancora di thrash, ma ricco di un gusto, come definirlo, gotico/romantico? Unico, esaltato dai suoni proposti da Gerdi Gerhardt ed approvati dal gruppo, pieni e corposi per quanto riguarda le corde, alti e nitidi sui tamburi e sui piatti, risonanti ed aperti, di Norbert Drescher. “Hut” parte lenta ed è marziale nel suo incedere, si scioglie solamente all’altezza del ritornello, citando il titolo dell’album prima di un finale ipnotico. “Subway Tree” è quasi allegra, nonostante le tonalità basse alla Peter Steele sfoggiate da Jan nel coro. L’atrabile torna in circolo nella ballata “Port Graveyard”, una perla delicata (che voce inimitabile) posizionata a metà scaletta con grande sensibilità prima dell’assalto improvviso di “We Hate Happy Ends”, un thrash in up-tempo con chiosa acustica da brividi. “Friend Within” fu scelta come singolo per la promozione del disco, breviario rilegato in pelle (umana) di tutti i caratteri di quest’opera incomparabile, melodie sbieche, riff elettroacustici ed introspezione dark a profusione. Quando il meglio sembra già assaporato ecco il giro perfetto: “Neptune Roars”… I “vecchi” Depressive Age fanno capolino nella struttura mutevole del pezzo, le chitarre arrotano che è un piacere, la linea di Jan è stregata, l’assolo a tre quarti toccante nella sua disarmante ma efficace semplicità . “Sorry, Mr. Pain” è un’altra ballata nera, sembra quasi di sentire i frammenti di vetro descritti da Jan entrare nella pelle, in profondità… “Kotze!” (vomito, in tedesco) è un breve rigurgito (ehm) thrash, un divertissement strumentale con tanto di conati, un pizzico di ironia in un album che trasuda disincanto. Siamo pronti, “Rusty Cells” ci prepara al gran finale sbattendoci in faccia la nostra indifferenza quotidiana dinanzi a guerre e disfacimenti planetari, nell’attesa che “Mother Salvation” ci offra una possibilità di redenzione prima dell’addio… Jan è dilaniato, straziante come la melodia portante ed il basso di Tim Schallenberg che salgono e poi scendono, ad ondate, blu, dense, annichilenti. Capolavoro.

Le forbici giacciono a terra, ancora aperte, appena sotto le spoglie ciondolanti.

Tracce:

1) Hills Of The Thrills
2) World In Veins
3) Garbage Canyons
4) Hut
5) Subway Tree
6) Port Graveyard
7) We Hate Happy Ends
8) Friend Within
9) Neptune Roars
10) Sorry, Mr. Pain
11) Kotze!
12) Rusty Cells
13) Mother Salvation

Formazione:

Jan Lubitzki – Voce
Jochen Klemp – Chitarra solista
Ingo Grigoleit – Chitarra
Tim Schallenberg – Basso
Norbert Drescher – Batteria

https://www.facebook.com/pages/category/Musician-Band/Depressive-age-193909497367831/

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