Conception – State Of Deception (2020)

Titolo: State Of Deception
Autore: Conception
Genere: Melodic Progressive Metal
Anno: 2020
Voto: 8

Visualizzazioni post:1401

Chi non si aspetta l’inaspettato, non scoprirà la Verità”. Lo avrà mai detto Eraclito? Io, sinceramente, ne dubito, però sbagliava poco, il pensatore di Efeso…deve aver fatto anche qualche tuffo nel lago Mjøsa, ad un passo da Gjøvik, Norvegia meridionale, giusto per preannunciare quel πάντα ῥεῖ (tutto scorre) reso celebre dal suo discepolo prediletto…no, eh? Decisamente troppo lontano… bene, riproviamoci, riassumendo per sommi capi il motto del presocratico: la realtà è un costante divenire, una metamorfosi continua nella quale i principi opposti convergono, traendo armonia dalla discordia. Ne sono ben consapevoli i redivivi Conception, interpreti sublimi della legge inesorabile del mutamento, devoti alle regole inflessibili del “fluire perpetuo” degli elementi naturali, già traslati in quattro creazioni che si prestano, per le loro caratteristiche innate, ad una giocosa analisi filosofica da trivio, essenziale per la comprensione del nuovo “State Of Deception”:

The Last Sunset” (1991) l’Aria, il respiro cosmico in cui tutto avviene, il soffio che si fa brezza ed uragano, sfiora e travolge, innalza ed abbatte, come le folate epic doom e progressive che infuriavano nel power metal degli esordi;

Parallel Minds” (1993) il Fuoco, forza distruttrice e luce vitale al contempo, una dualità ribadita dall’esuberanza strumentale di Tore Østby e dall’intensità interpretativa eccezionale di Roy Sætre Khantatat, sangue misto Vichingo/Thai, esempio vivente d’armoniosa conciliazione di caratteri divergenti. Fu quest’album a garantire la libera circolazione del vessillo norvegese, grazie al contratto con Noise/Modern Music ed alla rotazione, nel palinsesto di nicchia di MTV (leggasi HeadBangers Ball) del video di “Roll The Fire”;

In Your Moltitude” (1995) la Terra, il suolo ancestrale delle tribù primitive, a volte duro e impenetrabile, altre cedevole e malleabile, giaciglio di spine o culla accogliente, fra rigore metallico e carezze acustiche, alternativa concreta all’evanescenza prog di tanti illustri colleghi coevi;

Flow” (1997) l’Acqua, a tratti impetuosa, a tratti quieta, mai immota, una marea che tracima e si riversa oltre i confini del mondo statico e autocelebrativo del metal progressivo melodico di fine secolo. Un album scorrevole ed elegante, velato da una patina di lucente modernità che ha abbagliato la critica più conservatrice, impedendole di penetrarne l’intima, liquida natura.

Dopo la pubblicazione e gli esiti incerti del quarto album, troppo “avanti” per ottenere un riscontro commerciale soddisfacente, gli eventi si succedono rapidamente: l’annullamento del tour promozionale e la separazione nel 1998; il reclutamento di Roy Khan da parte dei Kamelot e la conseguente cabrata del gruppo di Tampa; le prodezze degli Ark (vi ricordo la formazione STELLARE di “Burn The Sun”, Lande/Østby/Coven†/Olausson†/Macaluso); la ferocia black dei Crest Of Darkness, il prog dei Glow; l’esibizione al Prog Power Usa nel 2005, l’esaurimento/isolamento di Roy e il lungo silenzio… Vent’anni di fatti, misfatti, progetti e dischi che non hanno mai scalfito l’amicizia tra i quattro, portando alla realizzazione, quasi per gioco, dell’EP “My Dark Symphony” nel 2018. Sull’entusiasmo generato da quella manciata di brani poggia saldamente questo “State Of Deception”, finanziato, come nel recente passato, dal séguito fedele del gruppo, che ricambia con una nuova dimostrazione pratica di fiera resistenza all’”inganno della fissità” di cui sopra… se nell’EP erano ancora ravvisabili collegamenti con l’ultimo lotto di pezzi dei ‘90 (e da novanta, aggiungerei), il quinto album procede oltre, riorganizzando l’incontro/scontro perfetto tra i quattro opposti naturali, creatori dell’equilibrio universale. Il melò sinfonico orientaleggiante di “In Deception” crea subito una tensione di fondo che non scema in “Raven And Pigs”, esperimento riuscito di ibridazione industrial (favorito dal missaggio di Stefan Glaumann) in cui Roy libera un io malefico nato sicuramente in seno alle vicissitudini post-Kamelot: l’inaspettato, direte voi? È appena cominciato. “Waywardly Broken” è un gioco di finezza, in cui è fondamentale la precisione di ogni singolo tocco; Tore ricama e poi lacera, fra i singulti di Arve ed Ingar, mentre Roy s’incarna in un Sapera senza flauto, un incantatore capace di generare, con la sua voce, vibrazioni estatiche che ipnotizzerebbero un cobra indiano ancor prima di uscire dal corbello… Inarrivabile. “No Rewind” ci ricorda che i nostri amici norvegesi suonavano heavy metal già trent’anni fa, e non si trattava di una semplice infatuazione…Sono quattro tasti d’avorio i gradini che conducono alla porta di “The Mansion”, ballata torbida in cui persino la voce di plastica di Elize Ryd esce trasfigurata dall’incontro con Roy, metal-taumaturgo con poteri di rigenerazione (per referenze rivolgersi a Thomas Youngblood). “By The Blues” continua l’ascesa ad astra riservata a chi è stato toccato dalle forze divine; il giro portante di Tore scava piano, levigato dalle tastiere dell’amico Kvistum e da un basso ondivago, fino a portare alla luce il ritornello esemplare, sfoggio spontaneo di un linguaggio forbito che sarebbe riduttivo definire aristocratico. “Anybody Out There” è un prog-metal scuro, greve e algido come un sabato notte a Gotham City, un brano che non avrebbe sfigurato nel carniere dei Queensrÿche 2.0 se Tate e Wilton non avessero deciso di emulare, ad oltranza, il comportamento dei cervi maschi nella stagione degli amori. “She Dragoon” rivela forse l’unico peccato d’autoreferenza commesso dal gruppo: Arve non ha mai venerato la dea Kālī ed il suo stile essenziale, lineare e sobrio, pur rimanendo un tratto indispensabile per lo schema musicale dei Conception, risulta a volte troppo meccanico, svilendo la prestazione da fuoriclasse di Tore Østby. “Feather Moves”, già presente nel singolo Re:conception e qui in versione rimasterizzata è purtroppo l’ultimo, incantevole atto di quest’opera illuminata, talmente coinvolgente da farci quasi dimenticare da dove eravamo partiti… Io me l’aspettavo l’inaspettato e posso finalmente rivelarvi la Verità totalizzante che ho appena scoperto: rinunciando a far vostro per sempre questo disco, potreste alterare irrimediabilmente l’armonia dell’universo. Di questi tempi, io non rischierei…

 

 

Tracce:
1. In Deception
2. Of Raven And Pigs
3. Waywardly Broken
4. No Rewind
5. The Mansion
6. By The Blues
7. Anybody Out There
8. She Dragoon
9. Feather Moves (remastered)

Formazione:
Roy Sætre Khantatat – Voce
Tore Østby – Chitarre
Arve Heimdal – Batteria
Ingar Amlien – Basso
(Lars Kvistum – Tastiere)

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