Brant Bjork – Brant Bjork (2020)

Titolo: Brant Bjork
Autore: Brant Bjork
Genere: Rock Psichedelico
Anno: 2020
Voto: 7/8

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Quando la Dali pubblicò quel noto disco rosso nel 1992, Bjork era inconsapevole che avrebbe lasciato il segno nella storia del rock, laddove per ‘storia’ intendiamo variabili misure di riconoscimento popolare, le quali raramente vanno di pari passo coi meriti artistici – di questi sì che, invece, era consapevole! Poi Homme decise che era giunta l’ora di fare un bagno di pop alla sua musica e la parabola del gruppo, come quasi sempre è, finì di lì a poco. Dal giorno della sua partenza, Brant è stato ben poco con le mani in mano: Ché, percorso solista, Fu Manchu, Mondo Generator, produzioni e carriera discografica sono stati solamente alcuni dei suoi gingilli. Il riconoscimento collettivo al gruppo madre? Quello fu ben postumo. Come postume furono le sparate a suon di “io c’ero”, di cellulari con “No One Knows” per suoneria e di accreditamento di cani e porci quali appartenenti alla tal corrente musicale, ora sigillata in una scatolina con sopra il nome asso piglia-tutto di turno.

Inventarono qualcosa di nuovo i Kyuss? No. È interessato oggi ad inventare qualcosa di nuovo il loro ex-batterista? Neppure.

Dopo il quasi strumentale Jacoozzi, Brant Bjork riprende la rotta già percorsa da Local Angel durante lo scorso decennio. Viaggia lento, viaggia tranquillo, viaggia come uno dei treni che squarciarono irrimediabilmente le terre dei Pellerossa. Lo scenario è minimale quanto dev’esserlo stato quello della spianata che poi diventò Palm Springs e tutta la Coachella Valley, molto prima che l’uomo bianco la insozzasse coi suoi luridi artigli; sospeso poche spanne sopra quel bassopiano all’ombra del Little San Bernardino, là dove le uniche nebbie furono quelle che funsero da quinto, sconvolto membro al gruppo che non aveva ancora lasciato la città. Questo viaggio, Brant lo fa da solo; ancora una volta. Ancora una volta è un uomo libero e può fare quello che gli gira per la testa, nel bene e nel male; laddove il bene è il controllo esercitato sulla propria musica (e non per niente il disco è omonimo) e il male è, be’, al massimo, il disappunto di chi mal digerisce tali monoliti.

Le scansioni di “Mary (You’re Such A Lady)” supportano il racconto dell’annosa relazione del nostro con tale Mary e non occorre un grande sforzo di fantasia per congetturare l’identità di costei. La struttura scarnificata dell’intuizione afroamericana che, a fine Ottocento, plasmò il volto della musica popolare moderna; “Jesus Was A Bluesman” è intessuta proprio del bruciante filo che collega la lamentazione degli oppressi, il deserto e la capacità dell’arte di forare i secoli a bordo di un fantastico vascello spirituale capitanato da un hippie capellone. Pochi accordi accompagnano i placidi monologhi del comandante mentre noi, ancora intorpiditi dalle stordenti macchinazioni di “Cleaning Out The Ashtray” e “Duke Of Dynamite”, ci trasciniamo sul bordo del vortice di “Shitkickin’ Now” (sarebbe perfetta come parte della colonna sonora di Paura E Delirio A Las Vegas) e nell’ingannevole “Stardust & Diamond Eyes”, in cui un allucinato funk se la intende con contenute manifestazioni doom. C’è spazio anche per un pezzo, “Been So Long”, acustico come già lo fu la quasi totalità di Tres Dias: sì, di tempo ne è passato… e queste nenie sono ancora lungi dall’aver terminata l’attraversata. I cartelli sono di là dal confine ma ora, in California, Mary è anch’ella una donna libera. ¡Que viva Brant Bjork!

Tracce:
Jungle In The Sound
Mary (You’re Such A Lady)
Jesus Was A Bluesman
Cleaning Out The Ashtray
Duke Of Dynamite
Shitkickin’ Now
Stardust & Diamond Eyes
Been So Long

Formazione:
Brant Bjork: chitarra, basso, batteria, voce e percussioni

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