Slauter Xstroyes – Winter Kill (1985)

Titolo: Winter Kill
Autore: Slauter Xstroyes
Genere: Epic Metal
Anno: 1985
Voto: 9,5

Visualizzazioni post:541

Sono in mezzo a noi. Nascosti tra la folla, protetti dal trambusto delle metropoli. All’apparenza di aspetto comune, nascondono una sensibilità inconsueta, un’inclinazione naturale all’introspezione che li spinge ad andare oltre i limiti dell’ordinario. Vedono, ma soprattutto sentono, in maniera differente. Dalla loro ispirazione nascono opere che sfidano il tempo e le consuetudini, regalando ai fruitori d’ogni epoca esperienze culturali irripetibili. Sono artisti atipici, tormentati o eccentrici, ignorati o glorificati, senza mezzi termini. Anche l’universo della musica pesante ne è costellato: Cirith Ungol, Warlord, Sacred Blade, Heir Apparent, Voivod, Watchtower, appartengono, come gli Slauter Xstroyes, a questa élite “aliena”, capace di ridisegnare, attraverso opere antesignane, i confini dell’heavy metal ottantiano d’oltreoceano. “Winter Kill” è un vero disco di culto, la cui audacia tecnico-compositiva ancor oggi stupisce: ad un’incontestabile base di austera classicità epic metal il gruppo di Chicago abbina una complessità espressiva d’estrazione progressive, che anticipa l’evoluzione stilistica di maestri destinati a ben altra considerazione e notorietà, seppur limitata o tardiva (chi ha detto Fates Warning?). Merito di un approccio personalissimo, di una padronanza tecnica di primo livello e di una produzione organica e schietta, che sistema le tessere del mosaico sonoro in posizione ottimale, accostandole affinché nessuna tonalità possa prevalere ed alterare il quadro d’insieme. Un quadro sfaccettato ed eterogeneo invece, dal punto di vista formale: ogni sezione è sì legata all’altra ma senza una continuità lineare, tanto ampio è il ventaglio delle influenze in gioco. E così, dopo i quasi sette minuti di power-prog laocoontico del brano che intitola l’album, ecco “No Idea”, sospesa tra gli Iron Maiden di Di’Anno ed i Warlord più granitici, in un crescendo di melodie acustiche crepuscolari e decadenti. In “The Stage” si comincia già a familiarizzare con la vocalità bipolare di John Stewart, un interprete camaleontico ed unico, in grado di passare da acuti alla Halford/Midnight a pseudo growl animaleschi nel giro di una battuta, mentre descrive con enfasi teatrale il timore che ogni musicista deve affrontare e vincere al momento di salire sul palco. La sua personalità “multipla” segna profondamente “Winter Kill”, rendendo l’originale proposta degli Slauter Xstroyes definitivamente incomparabile. Soffermiamoci ora su Paul Kratky: ottima tecnica, pulizia esecutiva, versatilità ritmica, suono dirompente…ascoltatevi “City Of Sirtel” che sembra provenire direttamente dalle Lune Gemelle di Syrinx! I paralleli nobili con i Rush sono ancor più evidenti nelle palpitazioni costanti e travolgenti del basso di Brent Sullivan, ibrido power tra Geddy Lee e Steve Harris: ogni nota emessa dalle quattro corde squassa e poi ricompone l’ordito musicale, come testimoniato nella folle “Charlotte”, una cavalcata senza sella sui sentieri selvaggi del metal americano, semplicemente devastante. “Black Rose And Thorns” è un altro brano cangiante, dal sapore hard rock, se non fosse per la veemenza ritmica (nemmeno Dave Bonow scherza, coi suoi tamburi) e per gli assoli supersonici di Paul, che trasformano il finale in una scorribanda non lontana dalla NWOBHM più movimentata. L’atmosfera epic-power-prog si riaccende in chiusura, con i cambi di tempo ed inclinazione di “Mother, Mother Fucker” (riportata come “Mother, Mother _ _ _ _ _ sul retro del vinile), tre-brani-in-uno condensati in cinque minuti e mezzo, senza cali di tensione né presenza di grovigli nella matassa, roba da fuoriclasse, insomma; ma quando l’ascesa pare inevitabile, come spesso accade agli incompresi, cala un silenzio cosmico. Per ascoltare i brani riservati ad un secondo album, previsto per il 1987, dovremo attendere tredici anni: tanti ne passeranno, tra scioglimento e vicissitudini, prima di vedere pubblicato, grazie all’impegno della Monster Records, “Free The Beast”, album/raccolta ancora più criptico e potente, in parte affine al power americano tecnico, oscuro ed arcigno che loro stessi avevano contribuito a plasmare. Con una differenza fondamentale: questi quattro ragazzacci di stanza a Chicago non sono di questa terra…e si sente.

RIP John Stewart (28 Dicembre 1962 – 28 Giugno 2018). Sarai tornato lassù, tra le due Lune…

 

Tracce:
Winter Kill
No Idea
The Stage
City Of Sirtel
Charlotte
Black Rose And Thorns
Mother, Mother Fucker

Formazione:
John Stewart – Voci
Paul Kratky – Chitarre
Brent Sullivan – Basso
Dave Bonow – Batteria

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