Firewind – Firewind (2020)

Firewind
Titolo: Firewind
Autore: Firewind
Genere: Metal
Anno: 2020
Voto: 7

Visualizzazioni post:447

Sfruttare il fermento gioioso che s’accompagna solitamente al primo cimento discografico è forse l’unico modo per scongiurare, con buona probabilità di successo, la “Maledizione dell’Album Omonimo”. Falcidiati dalla perentorietà di opere auto-intitolate a carriera inoltrata sono caduti Dei e Titani, fautori, in egual misura, di futuri classici, improvvise svisate o tentativi, spesso vani, di riappropriarsi d’una fama ormai perduta. Nel dare un successore ad “Immortals”, primo album concettuale del gruppo con Henning Basse a declamare imperioso la distinzione tra arcaiche viltà ed eroismi patriottici, anche Gus G. cade nell’infido tranello, provando a focalizzare, con l’aiuto della sua combriccola cosmopolita, una carriera ultra-ventennale dall’andamento claudicante. Più che l’idea di erigere il famigerato spartiacque tra passato e presente, al motto di “Lunga vita ai nuovi Firewind!” parrebbe in realtà la pura accidia il movente di quest’ultimo, omonimo lavoro. Duole dirlo, ma questa ipotesi, che racchiude in sé un vizio capitale, si concretizza ascolto dopo ascolto: si ha l’impressione che Gus possa comporre un album di tal fatta sotto la doccia, mentre si friziona, con amorevole cura, lo scroto leggermente enfio dopo due ore di sbattimenti sul palco. Detto ciò, con buona dose d’invidia (a proposito di peccati capitali) per la facilità di scrittura post-abluzione, dovrei ora rivelarvi come suona questo nono disco… come da tradizione, schietto ed inappuntabile dal punto di vista tecnico/esecutivo, costruito come sempre su strutture essenziali, non per questo fragili, che consentano al chitarrista ellenico di baloccare in libertà. L’ennesimo avvicendamento al microfono attiva all’istante la ‘macchina del tempo’, proiettandoci ad inizio millennio: la laringe abrasa di Herbie Langhans, già con Sinbreed, Seventh Avenue, Radiant e Avantasia, riporta alla mente Mr. Stephen Fredrick (chi si ricorda i Kenziner?), arcigno interprete dei primi due album. E i brani? Cavalcate al galoppo (“Welcome To The Empire”, “Break Away”, “Kill The Pain”), andature al trotto (“Devour”, “Rising Fire”, “All My Life”), al passo (“Orbitual Sunrise” e “Perfect Strangers”) o a redini tirate come l’immancabile ballata “Longing To Know You” e il retro-rock di “Space Cowboys”. Sempre più hard rock, sempre meno power metal il che, di per sé, è tutto fuorché un difetto; come considerare “Overdrive” se non un doveroso omaggio ai numi ispiratori del genere, Rainbow e Dio su tutti? Tanta buona creanza, per carità. Quel che latita qui, rispetto ad un passato quasi glorioso (The Premonition) è quel dinamismo un po’ superbo, son quei guizzi melodici memorabili, vere forze trainanti di un sottogenere retrivo per natura. Dopo otto album in studio, le collaborazioni sontuose di Gus G. e l’avvio, non privo d’ambizioni, della sua carriera solista, quest’esercizio di autoindulgenza era forse inevitabile. D’altro canto, però, una versione matronale di buon vecchio hard’n’heavy è sempre godibile, magari sotto gli zampilli tiepidi d’una doccia rigenerante…

Tracce:
1. Welcome To The Empire
2. Devour
3. Rising Fire
4. Break Away
5. Orbitual Sunrise
6. Longing To Know You
7. Perfect Strangers
8. Overdrive
9. All My Life
10. Space Cowboy
11. Kill The Pain

Formazione:
Gus G. – Chitarre
Herbie Langhans – Voce
Petros Christo – Basso
Jo Nunez – Batteria

http://firewind.gr/
https://shop.afm-records.de/firewind/

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