Europe – Prisoners In Paradise (1991)

Titolo: Prisoners In Paradise
Autore: Europe
Genere: Hair Metal
Anno: 1991
Voto: 7,5

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Il 1991 è un anno storico e negativo per il metal perché segna il declino dell’hard rock melodico, dell’AOR, del glam, e dell’hair metal che tanto successo avevano avuto nei famosi e unici anni ’80. La causa di questo cataclisma è la nascita della musica grunge proveniente da Seattle, con gruppi come i Nirvana, gli Alice In Chains, i Pearl Jam e i Soundgarden che capovolgono nel giro di pochi mesi il mercato statunitense e in seguito anche quello internazionale. Le uniche eccezioni sono i Metallica con il “Black Album” e i Guns And Roses con il doppio, “Use Your Illusion 1 e 2”, che riescono ancora a imporsi e a vendere milioni di dischi. Questo è pure l’anno della pubblicazione di “Prisoners In Paradise” degli Europe, che giunti al quinto disco in carriera, sotto la pressione dell’Epic cercano di bissare il successo di “The Final Countdown” o di  confermare le vendite del precedente “Out Of This World”. Al contrario, questa ricerca spasmodica della popolarità è un boomerang che porta invece ad un’attenzione limitata da parte dei media e del pubblico a causa dell’esplosione proprio del movimento grunge guidato dai travolgenti Nirvana, che uniscono elementi di hardcore punk ed heavy metal in un suono sporco ricco di forti distorsioni di chitarra, temi lirici più scuri, un’estetica ridotta e un completo rifiuto dello stile visivo tipico delle formazioni rock degli eighties. Gli scandinavi nonostante sfornino un buon disco di glam metal, non riescono a bissare la gloria del passato perchè accettano erroneamente il sound imposto dalla label americana e si avventurano verso un suono commerciale di stampo californiano, deludendo così le aspettative dei fans, che attendono invece un album “più heavy” e meno sdolcinato. Il platter ha un sound hair metal che sembra uscito da un locale di Los Angeles, molto piacevole e sottovalutato ai tempi, con dei brani dal facile ascolto che avrebbero meritato miglior fortuna. Sono scartate dalla Epic diverse canzoni considerate eccessivamente dure, e sul disco ne finiscono molte con uno stile simile al primo Bon Jovi, come l’adrenalinica opener “All Or Nothing”, scritta insieme al famoso cantante Eric Martin dei Mr Big, dal ritmo cadenzato e infarcito di cori, con l’immancabile ritornello catchy. Addirittura la casa discografica, qualche mese prima dall’uscita, fa cambiare non solo il titolo dell’album ma anche fa togliere la robusta title track, intitolata: “Break Free”. La stessa cosa avviene per alcune canzoni, come “Here Comes The Night”, “Mr. Government Man” e “Yesterday’s News”, perché non più adatte alla nuova immagine dei vichinghi. Tempest & company, sotto pressione, riscrivono del nuovo materiale e tutto questo costa alla band molto tempo. L’album è pronto così solo nel settembre del 1991, in un momento storico in cui il vento musicale è cambiato definitivamente verso nuove sonorità. La seconda song in scaletta, la deflagrante “Halfway To Heaven” inizia con un’intermittente chitarra elettrica, seguita dalla veloce batteria di Ian Haugland. Dopo qualche secondo, prende il via un riff ultra melodico che rallenta all’improvviso dando la possibilità al vocalist di entrare in scena e portare perfettamente la melodia verso un indovinato e facile ritornello. La successiva e superba ballata “I’ll Cry For You” è da antologia perché riesce a creare un’atmosfera romantica e mielosa quanto basta per entrare nei cuori dei supporters, come ai tempi della famosissima “Carrie”. Con la street metal “Little Bit Of Lovin” si esplorano territori completamente nuovi per il combo europeo. Carina per gli interessanti cori, per il semplice ritornello, contiene delle piccolissime venature blues che la rendono convincente anche grazie all’ottimo lavoro compositivo del chitarrista Kee Marcello. La glam metal “Talk To Me” è una song dalle venature AOR, con un refrain super orecchiabile e con la guitar di Marcello sempre in evidenza che trascina il pezzo dall’inizio alla fine. “Seventh Sign” è un’altra traccia melodica con un lavoro chitarristico pregevole di Marcello, che con queste ultime sonorità made in USA si sente più a suo agio e dimostra di essere più tecnico rispetto al precedente e storico chitarrista John Norum. La malinconica Prisoners In Paradise”, scritta a piene mani da Tempest è uno dei pezzi più belli dell’intero lavoro. Ballata di epic rock molto coinvolgente a livello emotivo e angosciosa nella scrittura, che rispecchia in pieno lo stato d’animo e la frustrazione dei cinque musicisti nella stesura dell’opera. Puro AOR, dove il piano di Mic Michaeli e i riff di Marcello fanno un grandissimo lavoro. Il tema della song è moto attuale e azzeccata perché in una società consumistica come quella occidentale, dove gli ideali principali sono solo la fama e i soldi, noi tutti siamo prigionieri e schiavi di qualcosa che spesso è superfluo e porta all’infelicità. Crediamo di stare in paradiso ma in realtà bruciamo tra le fiamme delle nostre illusioni e dei nostri vizi. L’orecchiabile “Bad Blood” è un altro pezzo di street metal, dove la voce di Joey si camuffa per adeguarsi alle nuove sonorità ma si sente che il singer è ancora alla ricerca di una sua identità che invece sembra aver trovato il compagno Kee, che si cala perfettamente nel ruolo. Il secondo lento del disco è la triste “Homeland” in pieno stile West Coast, che riporta nel lirica i nostri eroi indietro nel tempo quando nella loro amata Svezia, prima della popolarità, erano dei ragazzi spensierati, senza  compromessi e liberi di divertirsi. Da segnalare, nel finale, le incantevoli tastiere di Mic, che fanno decollare l’hard rock di “‘Til  My Heart Beats Down Your Door”, facendone uscire un’oscura atmosfera con un ritornello melodico emotivamente coinvolgente. La conclusiva “Girl From Lebanon” è il capolavoro del disco e la vendetta degli Europe nei confronti della propria label. Provocante nel testo e molto esplicita su quello che stava subendo la band, questa è la traccia meno radiofonica della scaletta ed è quella che riesce a colpire di più per la sua epicità, per il ritmo e la profondità che riesce a trasmettere. La travolgente chitarra di Kee è seguita dalla precisa sezione ritmica di Leven e di Haugland e dall’ammaliante tappeto tastieristico del geniale Michaeli, che colpisce ancora una volta nel segno. La prima cosa che viene in mente dopo aver sentito tutte le canzoni è che i vichinghi hanno tanta tecnica e tanta voglia di continuare a stupire cimentandosi su un genere diverso dal proprio stile musicale. Forse hanno snaturato troppo il proprio suono, portandolo verso un AOR ancora più commerciale e radiofonico del solito. Il fallimento della conquista del mercato metal americano è la somma di troppi fattori ma soprattutto la colpa è da attribuire alla nascita del depressivo grunge, che stravolgerà i gusti dei metalhead di tutto il mondo. La conseguenza per gli Europe è lo scioglimento e la rinascita nel nuovo millennio con un hard rock molto vicino agli anni’70 ma quello che conta alla fine e la buona musica di questi cinque artisti che con Prisoners In Paradise meritavano sicuramente qualcosa di più.

Tracce:
1. All Or Nothing
2. Halfway To Heaven
3. I’ll Cry For You
4. Little Bit Of Lovin’
5. Talk To Me
6. Seventh Sign
7. Prisoners In Paradise
8. Bad Blood
9. Homeland
10. Got Your Mind In The Gutter
11. ‘Til My Heart Beats Down Your Door
12. Girl From Lebanon

Formazione:
Joey Tempest – voce e chitarra ritmica
Kee Marcello – chitarra solista e cori
John Leven – basso
Mic Michaeli – tastiere e cori
Ian Haugland – batteria

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