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Quante volte è stato ribadito che « è solamente rock and roll ma ci piace »? Mai troppe, vero? E ribadiamolo di nuovo, allora. Perché, sì, ci piace e basta. Semplice. Nulla di più, nulla di meno. Potremmo citare un ampio assortimento di annate e decenni più o meno rilevanti, di città e nazioni più o meno influenti, di sostanze intossicanti le più disparate e le più disperate. Storie di vita – di strada, di casa, di sesso, di palchi – o solamente storie; sulla caducità della giovinezza e l’esorcizzazione della morte. I The Hornets esistono da cinque anni, la loro musica da più di sessanta.
È ovvio tanto che le radici siano necessariamente nel blues quanto che si finisca per passarne in rassegna una buona varietà di sotto-categorie e spigolature. E allora giù con la solita liaison Michigan-Svezia, gli occasionali e misurati ancheggiamenti ai Kiss, il brano rock un po’ sbarazzino, l’altro con gli stivalacci piantati nel boogie, l’altro ancora che omaggia gli splendidi padri del rhythm and blues e rock ’n’ roll. E ancora… il giro grasso e sudato di “Female Creed”. Due quinti d’America, un quinto d’Europa, un quinto di rum, un quinto di legno e consumare a grandi sorsate.
L’imbattibile clangore di Regina Gibson e il poetico sferragliamento di Principessa Fender.
Il peccato – il rimprovero – è di aver snaturato la batteria, laddove il resto ne esce più come natura comanda che come mercato comanda. Rimprovero amplificato da un contesto nel quale logica e cuore esigono che il rispetto dello strumento sia più sacro che altrove.
Ma solamente io ho pensato al Thunders solista durante “Fighting Man”?



