Lester Greenowski


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Lester Greenowski – punk, hard rock senza compromessi.

Lester Greenowski è un personaggio della scena rock, punk e hard rock che ha una passione reale ed estrema per la musica. Approdato a varie realtà anche internazionali, Lester oggi sta portando avanti la sua carriera solista. Con questa intervista vogliamo arricchire ancora una volta il panorama underground che ha tanto da dire e farvi scoprire un personaggio che siamo certi possa trovare un posto tra i vostri ascolti – Grazie a Rock My Life per questa succulente anteprima.

 

© Stopdown Studio – www.facebook.com/Stopdown.it – www.stopdown.it

Ciao Lester, il tuo ultimo lavoro, Out Of Tune Out Of Key, è uscito nel 2019 – ora è arrivato il video di “The Perfect Time To React”: come mai solo ora e cosa rappresentano per te questo singolo e questo album?

Ciao Ivan, grazie per avermi invitato a fare quattro chiacchiere.

Il mio ultimo disco è uscito a dicembre 2019 dopo due anni di lavorazione tra Aosta, Milano e Reggio Emilia. Nel 2012, dopo dieci anni di Lester And The Landslide Ladies e quindi una dimensione di band tradizionale, sono passato ad essere un solista e questa scelta si è riflessa necessariamente anche sul processo con cui incido gli album.

Sono sempre stato autore del mio materiale ma da dieci anni a questa parte ne curo completamente in prima persona anche la pre-produzione, da lì invito una serie di amici per mettere su nastro assieme quello che ho scritto, ovviamente lasciando carta bianca a chi interviene per esprimere sé stesso.

Puoi immaginare la quantità di energia che comporta portare a casa un progetto finito. Benissimo. Una volta inciso, mixato, masterizzato, pubblicato tre singoli con relativi video, finalmente il disco esce in formato fisico ma come tutti sappiamo da lì a poco sarebbe scoppiato il finimondo e nonostante avessi un tour pronto che mi avrebbe portato in giro per l’Europa, aperture a Richie Ramone e The Wildhearts già programmate, ho dovuto forzatamente interrompere il tutto.

Durante la pandemia mi sono sentito con Neil, amico animatore inglese con il quale più volte ci eravamo ripromessi di collaborare in caso ci fosse stata la giusta occasione. Il disco contiene questo brano, “The Perfect Time Time To React”, scritto come una lettera a me stesso nell’intento di spronare e rassicurare il “giovane me” sul proprio futuro e sulle proprie scelte. Ci siamo accorti che era un argomento che poteva benissimo toccare chiunque in quel particolare momento e così è nata l’idea di realizzarne un video.

Neil ha deciso di articolare il lavoro come fosse un episodio apocrifo tratto dal film d’animazione Heavy Metal del 1980, aggiungendo un tocco di “cartoni del sabato mattina” anni ’60 e ’70 americani. Inutile sottolineare che mi piace molto il risultato e Neil ha sicuramente centrato i miei gusti in fatto di animazione. Quindi eccoci qui, in un mondo che lentamente sembra uscire da una stasi che sembrava non voler più finire, con un brano che cerca di rassicurare l’ascoltatore su tempi migliori davanti a sé.

Il tuo suono viene definito un perfetto connubio tra punk e hard rock. Come lo vedi tu e quanto questo è vero? Cosa ti hanno dato in passato questi due generi e quanto altro c’è dietro al suono di Lester Greenowski.

Personalmente amo la musica che ha un’impronta rock and roll, che nasce dalla stessa urgenza, ovviamente ho i miei gusti ma anche il buon senso per capire che una cosa non é necessariamente meno valida se non mi piace, anzi spesso mi chiedo se una cosa non mi piace fino a dove sia un mio problema di sensibilità non riuscire a vedere quello che apprezza chi la ama.

Gli stilemi di un “genere”, le etichette non mi sono mai interessate particolarmente. Piuttosto cercare di capire cosa accomuna le cose che mi piacciono e riproporlo attraverso il mio gusto personale, spesso giocandoci e “pasticciandole” assieme.
Ramones, AC/DC, Heartbreakers, Cheap Trick, Misfits, Kiss, Dead Boys, Motörhead, Iggy Pop, Alice Cooper, Dictators, T-Rex, Buzzcocks, Sweet, Boys, Thin Lizzy etc. Non mi interessa tanto che genere fanno ma la musica che suonano.

Ho sempre ascoltato veramente tante cose, dal garage al glam rock, dal punk rock all’hard rock, dal power pop all’heavy metal, ho sempre bazzicato tutte le scene, legato con persone dai gusti più disparati, condiviso il palco con gruppi di qualsiasi genere dall’underground ai grossi nomi. Nonostante questo, credo di essere un ascoltatore esigente e so bene cosa mi piace e cosa no, allo stesso tempo riesco a trovare pane per i miei denti in ognuna di queste nicchie.

La musica mi ha dato tutto, è la mia vita, letteralmente. Ho bisogno di fare musica. Mi addormento e mi sveglio pensando a brani da incidere, concerti da organizzare, da andare a vedere, dischi da ascoltare. Non so vivere in un altro modo e pertanto cerco di farlo più appieno possibile occupando ogni istante proprio con la musica.

Hai infatti condiviso il palco con gruppi del calibro di The Backyard Babies, L.A. Guns, Michael Monroe, Tigertailz e John Corabi, tra i tanti. Cosa puoi dirci di bello di alcune di queste date e quanto senti di aver in comune con questi artisti ed altri con i quali ti sei esibito?

Quanto tempo abbiamo? (Ride – N.d.A.)
L’anno prossimo saranno vent’anni che canto e ventisette che salgo sul palco. Negli ultimi due decenni ho suonato veramente tanto, ci sono stati anni in cui sono arrivato a suonare anche più di cento concerti l’anno. In questo modo ho avuto la fortuna di dividere il palco con tantissimi gruppi che ammiro e stimo dall’adolescenza, spesso è scattato anche un rapporto personale ed umano che dura tutt’oggi.

Diciamo che le bellissime esperienze sono state tante. Oltre a quelle che hai citato, mi vengono in mente The Offspring, The Dickies, Faster Pussycat, Richie Ramone, The Dogs D’Amour, Enuff Z’Nuff, Bruce Kulick, Boys, Dictators, Slaughter And The Dogs, The Vibrators ma anche tantissime con gruppi magari meno famosi ma importantissimi per me: Supersuckers, Texas Terri, Black Halos, Brijitte West, Loyalties, Kevin K, Bad Luck Charms, Hollywood Teasze ecc. Tour interi, date singole, posti grandi, posti piccoli, pochissimo pubblico, tantissimo pubblico, in Italia, all’estero.

Non so se abbiamo qualcosa in comune – con alcuni sicuramente, sia in positivo che in negativo, con altri proprio niente – ma è la vita e non siamo tutti uguali ed è anche il suo bello. Quello che so è che tante attestazioni di stima, da parte di chi con la sua musica ha accompagnato la sua vita, mi hanno sicuramente ripagato in parte di tutte le energie spese in questa passione.

Hai condiviso il palco con grandi musicisti, ma hai anche suonato con realtà di una certa importanza. Come sei entrato in un certo giro e quali esperienze ti hanno gratificato di più?

Mi sono fatto le ossa andando ai concerti: grandi, piccoli, medi, all’aperto, al chiuso, ai festival come nei bar di provincia. Amando la musica, ascoltandola, parlandone, cercandola, scrivendone, passandola per radio, suonandola sul palco, reinventando la mia vita tutti giorni in modo che fosse il fulcro della mia esistenza.

Non ho mai avuto paura di chiedere se non sapevo o se non capivo, ho sempre cercato di condividere la mia passione con tutti e così sono sempre nate delle bellissime sinergie.

Suono il basso e canto per Honest John Plain, The Crybabys e Brandy Row. È bastato conoscersi. Ero e sono genuinamente fan di tutte e tre le situazioni, avevo voglia di mettermi a disposizione perché più persone entrassero in contatto con questi artisti e così è nato tutto. Quattro chiacchiere, una birra. Alle volte mi sono proposto, alle volte mi è stato chiesto, ma sempre molto naturalmente, sembra irreale ma per certi versi spesso è più facile che in situazioni molto meno “titolate”.

Londra per me è una seconda casa e tutte le volte che è capitato di fare il tutto esaurito è stato veramente toccare il cielo con un dito. In particolare, suonare per quasi dieci anni con Honest John Plain, per me uno dei compositori più talentuosi che abbia mai conosciuto, nelle situazioni più disparate a spasso per l’Europa, registrare assieme, scrivere assieme, vivere assieme, andare in tour, sentirci per telefono è una cosa di cui ancora spesso non mi capacito.

Che tipo di riscontro e successo hai avuto all’estero, magari più che in Italia?

Diciamo che quello che faccio io, in soldoni fregarmene e cercare di essere me stesso, fuori dall’Italia viene meno stigmatizzato o comunque non diventa un problema. Spesso nel bel paese, in tante situazioni, sei troppo rock, troppo punk, troppo poco questo, troppo poco quello. Grazie a Dio, io sin dalla fine degli anni novanta ho trovato qui da noi la mia “tribù”, persone cresciute come me cibandosi di tutto quello che trovavano interessante senza troppi preconcetti così, anche a casa, non mi sento assolutamente un paria ma anzi il membro di una piccola società segreta (ride – N.d.A.).

Come già detto precedentemente, le attestazioni di stima fanno veramente piacere. Girare per l’Europa e magari incontrarsi con artisti che segui da sempre e prenderti la pacca sulla spalla è veramente una gran soddisfazione. Sedersi con Richie Ramone in camerino dopo aver suonato e prendersi i complimenti per la scaletta e i consigli su quale pezzo scegliere per realizzare il video perché convinto sia un potenziale successo, cenare a fine tour con Tyla dei Dogs D’Amour e ricevere in regalo un suo quadro che ti invita a non mollare mai perché questa è la tua strada, intrattenersi al bar di un albergo dopo aver suonato assieme a Casino Steel e dover spiegare che nel tuo paese non sei famoso, che i soldi che guadagni da questa cosa ti costringono ad integrare con altre attività e sentirlo dire che non riesce a crederci, osservare Honest John Plain mentre decide la scaletta e sceglie di mettere i tuoi pezzi, magari togliendo spazio a pezzi che tu adori, rassicurandoti con “Ma cosa dici? La tua è meglio.”.

Insomma queste cose per me valgono più dei dischi venduti o delle serate ben riuscite, sono quei momenti che non dimenticherò mai, in cui le stelle si allineano e sento che in tutto l’universo sono a casa.

Cosa c’è nel futuro di Lester Greenowski, musicalmente parlando?

Musica: nuova, vecchia, in studio, dal vivo, dalla fine di novembre sarà disponibile Carpenter’s Cult, disco che ho scritto ispirandomi all’opera del cineasta americano e maestro della suspence John Carpenter: tredici brani ispirati ad altrettanti lungometraggi. La possibilità di unire le mie due grandi passioni, cinema di “genere” e musica rock, incorporando tanti spunti nuovi che mi seguono da sempre ma che non ero mai riuscito ad integrare nel mio sound in maniera organica.

Nel 2022, come già detto, saranno vent’anni dal primo concerto con il mio progetto originale, per festeggiare uscirà una raccolta di ventidue brani scritti nei primi dieci anni d’autore: venti brani già editi e due inediti. Il tutto ri-registrato per l’occasione, con tanti ospiti e nuovi arrangiamenti maturati negli ultimi dieci anni di concerti.

A fianco al materiale originale ho pronte venti cover completamente stravolte, alcune delle quali pubblicate in questi mesi e che mi piacerebbe mettere su supporto fisico.

Infine spero di entrare in studio per una nuova sfida, un disco assolutamente 100% rock and roll (Supersuckers, George Thorogood, Status Quo, Jason & The Scorchers) ma nella nostra lingua che ho già scritto e sto provinando al momento.

L’underground è una realtà fantastica quanto dura. Cosa ti senti di dire parlando di un argomento oggi tanto attuale dove c’è un fermento esagerato e tutti vogliono suonare e dire la loro, si sta tornando a suonare ed ascoltare un certo tipo di musica. Stiamo vivendo un ritorno al passato?

Io personalmente non ci credo.

Sono d’accordo: l’underground è un mondo cattivo, con le sue regole non scritte, ferree e bastarde, le sue mafie, le sue ipocrisie. È difficilissimo uscirne ed è impossibile rientrarci ma è il mio mondo, quello dove ho trovato la mia gente, quello che ancora mi fa sentire a casa.

Da sempre, a fronte di dieci persone genuinamente interessate alla musica, il sottosuolo musicale è bazzicato da altrettante cento che hanno dei serissimi problemi e salgono su un palco perché convinti che scoperanno di più, per soddisfare un bisogno patologico di attenzione, perché convinti di fare i dindini con la musica. Capito, Ivan?!? Con la musica?!? Un mercato in crisi totale dall’inizio del nuovo millennio, dove tutte le professionalità capaci, non mosse da una vocazione stoica al limite del masochismo, sono migrate verso altri lidi, lasciando campo libero ad una pletora di rubagalline, truffaldini che si fanno pure chiamare professionisti del settore.

Quelli che cercano solo fama e fortuna o una scusa per mettersi in mostra farebbero meglio a vedere se sono ancora in tempo per iscriversi a una scuola di calcio piuttosto, rischiano che gli vada meglio. Grazie a Dio, il tempo è sempre galantuomo e questi “cosi” si stufano e smettono di rompere le balle appena mangiano la foglia. Non tutti, ma la stragrande maggioranza, guarda caso sono gli stessi che si preoccupano se la cosa che amano è di moda o meno.

Ho sempre cercato di essere sincero, per rispetto verso me stesso e per amore della musica. Me lo devo e glielo devo. Non ho mai aspirato ad essere Mick Jagger, mi sarebbe sempre bastato portare a casa lo stipendio di un operaio suonando le mie cose, quelle che ho dentro, che amo, che vivo a prescindere dal fatto siano di moda o meno. Le ho sempre suonate lo stesso e sono convinto che continuerò a farlo finché campo.

In ogni caso per me ognuno faccia, pensi quello che vuole, ma credo che non ci sia un ritorno di niente. La “roba buona” non ha mai smesso di uscire. Se nel giro grosso, ed intendo ciò che passa la televisione, che riempie gli stadi ecc. vedo la roba buona?!? La risposta è: “Nella stragrande maggioranza dei casi, no.”.

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