MOURNING SIGN – Mourning Sign

Titolo: Mourning Sign
Autore: Mourning Sign
Nazione: Svezia
Genere: Death Metal / Death Metal Progressivo
Anno: 1994
Etichetta: Godhead

Formazione:

Petri Aho – Basso, Chitarre, Cori
Henrik “Peppe” Persson – Batteria
Kari Kainulainen – Chitarre, Basso, Cori
Robert Pörschke – Voce
Petri Kähäri – Tastiere (ospite)


Tracce:
  1. I’ll See to That
  2. Dreaming Blind
  3. Ashes Of My Relics
  4. Sleepless
  5. Like Father, Like Son
  6. Absorb My Eyes
  7. En to Pan
  8. Seems Endless
  9. Misbegotten

Voto del redattore HMW: 8/10
Voto dei lettori: 8.0/10
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Per quanto qualsiasi opera monografica debba per convenienza rinunciare a pretese d’esaustività – rinnegate in ogni prefazione che si rispetti – l’epitome “death metal veloce e ben suonato, che merita un ascolto” con cui Daniel Ekeroth liquidò i Mourning Sign parve, agli estimatori del gruppo di Hallstahammar, una spiccia riduzione ai minimi termini. Subissato di richieste chiarificatrici l’autore di “Swedish Death Metal”, protagonista in prima persona di quell’irripetibile scena, aveva più volte glissato, tradendo un certo imbarazzo.

Spinto da un innato senso di giustizia critica il vostro umile scribacchino – finanziato in toto dal Megadirettore Gaudenzi (Mahatma Gaudenzi) –  è volato alla volta di Avesta e dopo sei giorni di interrogatori, tentativi di corruzione di stampo mediterraneo e controfferte erotiche tipicamente scandinave, ha fatto capitolare il buon Daniel, ottenendo la nuda verità: la versione primigenia del trafiletto a pagina 391 del suddetto tomo fu stralciata per lasciar spazio alle sei righe dedicate ai Mortellez! A quindici anni esatti dalla pubblicazione del celebre saggio HMW ha deciso, con il consueto rigore filologico, di diffondere la breve citazione nella sua interezza, lasciando in grassetto la “selezione” stampata nell’edizione definitiva.

“I Mourning Sign riscattano il concetto di death metal svedese, intrappolato entro barricate ideologiche dai troppi cloni di Dismember ed Entombed. È un giro di pista veloce il loro – un EP e due album in tre anni – su traiettorie ancora poco sfruttate: meno bizzarri dei Carbonized ma in egual modo attratti dall’improbabile connubio tra progressive e grind; meno forbiti dei Pan.Thy.Monium ma similmente orientati ad incontri surreali con stilemi esotici (chi ha detto flamenco?); meno lambiccati degli Afflicted, ma altrettanto sensibili a suggestioni folk e radici blues, i quattro ben si collocano nel catalogo eterogeneo dell’abulica Godhead, già culla di Acrimony, Expulsion e Mind Riot, offrendo un’alternativa indiscutibilmente moderna a quanto suonato, con progressione inarrestabile e maggior riscontro critico, da Edge Of Sanity prima e Opeth poi. Se l’omonimo primo album, che squaderna melodia brutale con algida marzialità, merita più d’un ascolto, l’eclettismo schizoide di Multiverse è invece da applausi a scena (svedese? NdR) aperta.”

Certi d’aver finalmente reso giustizia ai bistrattati Mourning Sign dei novanta, possiamo ora segnalare i due dignitosi album di heavy/power degli Amaran (2002-2004) – con Kari alla sei corde – e l’inatteso, eccellente “Contra Mundum” (2018): memori dell’accoglienza ricevuta in passato Kainulainen e compari virano verso un death metal progressivo e melodico, sotto al quale è ancora percettibile l’irrequietezza stilistica degli esordi.

Già comprato? No, eh? A monte.

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