SACRIFICE – Soldiers Of Misfortune

Titolo: Soldiers Of Misfortune
Autore: Sacrifice
Nazione: Canada
Genere: Thrash Metal
Anno: 1990
Etichetta: Fringe Product/Metal Blade

Formazione:

Rob Urbinati – Voce, Chitarre
Joe Rico – Chitarre
Scott Watts – Basso
Gus Pynn – Batteria


Tracce:
  1. As The World Burns
  2. Soldiers Of Misfortune
  3. In Defiance
  4. Existence Within Eternity
  5. Pawn Of Prophecy
  6. Lost Through Time
  7. A Storm In The Silence
  8. Truth (After The Rain)

Voto del redattore HMW: 8/10
Voto dei lettori: 8.1/10
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Decimata dai germi del modernismo e da mutazioni progressive, la scena thrash dei primi novanta offre pochi esempi di integrità artistica meritevoli di riesumazione. Tra coloro che hanno preservato la propria reputazione con spirito d’abnegazione – affrancandosi dall’urgenza di varcare i limiti espressivi di un genere rigido per definizione – vanno menzionati i Sacrifice (nomen omen?), giunti al fatidico terzo album con stile via via più personale, pur muovendosi nel solco della tradizione.

Dopo un debutto intinto nel primigenio black/death come “Torment In Fire” (1985) e il conseguente riassetto tecnico di “Forward To Termination”(1987), i quattro canadesi sono autorizzati a certificare i requisiti di purezza del thrash metalprivo di contaminazioni e immune da tentazioni “groove” – proprio all’avvio del decennio che ne decreterà il declino. Arginata l’impulsività delle origini ai “Soldiers Of Misfortune” non resta che premeditare la violenza, serpeggiando in un clima di tensione solo a tratti rasserenato da aperture melodiche infuse di metal classico.

I riff di Urbinati e Rico sono ora meno spasmodici e il basso di Watts pulsa senza aritmie, parallelo al muro percussivo di Gus Pynn, nominato, assieme a Ray Hartmann e Alain Demers, “Miglior Batterista Canadese Non Protagonista” nel thrash dell’età aurea; un’interpretazione impeccabile per profondità, di supporto senza essere subalterna.

Sotto un apparato lirico pregno di invettive e appelli ecopacifisti scorrono otto brani medio-veloci con sobri cambi di ritmo, irrorati da un sangue scuro e malevolo (chi ha detto Slayer?) che invelenisce anche l’ugola di Rob, un groppo canceroso tra le corde vocali di Simon Forrest (Cerebral Fix) e quelle di Darren Travis (Sadus): semplicemente mortifero.

“As The World Burns”, “Pawn Of Prophecy”, “A Storm In The Silence” e i dieci minuti[!] di “Truth (After The Rain)”, introdotti da un omaggio ai Rush di “Xanadu”, sono paradigmi di classicismo dai quali emerge una totale padronanza della materia, valorizzata sia dall’accuratezza delle parti solistiche di Rob e Joe – segnalate con precisione lungo i testi dell’album – che dai suoni crudi ma equilibrati di Brian Taylor e Joe Primeau (chi ha detto Anvil?).

Seguirà, ancora sotto l’egida di Metal Blade, l’incompreso e più lineare – non c’è Gus – “Apocalypse Inside”(1993), altro esempio di evoluzione senza snaturamento, prima dell’addio alle scene tra le lacrime degli aficionados. Quando il nome Sacrifice comincia a circolare esclusivamente nei salotti letterari di Toronto, i nostri si ripresentano con audacia e ancora controcorrente; se nel novantotto per cento dei casi gli album del ritorno si risolvono in fumose autocelebrazioni carenti di qualsivoglia nerbo o ispirazione, “The Ones I Condemn” (Marquee Records, 2009) si piazza nel due per cento residuo, a cominciare dall’intrigante, sinistro esotismo della copertina: sbalorditivo. E c’è pure Gus.

Del resto, come diceva Bapu, “Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio”.

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