IMMOLATION – Acts Of God

Titolo: Acts Of God
Autore: Immolation
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: Death Metal
Anno: 2022
Etichetta: Nuclear Blast

Formazione:

Ross Dolan | Basso, Voce
Robert Vigna | Chitarra
Steve Shalaty | Batteria
Alex Bouks | Chitarra


Tracce:
  1. Abandoned 1:08
  2. An Act of God 4:04
  3. The Age of No Light 3:39
  4. Noose of Thorns 5:12
  5. Shed the Light 3:37
  6. Blooded 3:15
  7. Overtures of the Wicked 3:44
  8. Immoral Stain 4:03
  9. Incineration Procession 3:47
  10. Broken Prey 3:03
  11. Derelict of Spirit 4:12
  12. When Halos Burn 3:08
  13. Let the Darkness In 3:28
  14. And the Flames Wept 1:38
  15. Apostle 4:16

Voto del redattore HMW: 8/10
Voto dei lettori: 8.7/10
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Fa specie vedere sotto quel logo, dopo trentun anni, una triade di serafini. Messi al bando i diavoli di Marschall, l’ombra caustica sulle masse michelangiolesche degli angeli di Eliran Kantor mette subito in scuro le cose: anche nel secolo consacrato alla glorificazione dell’incorporeo è ben altra l’immaterialità da temere; il tratto umanista di Acts Of God pare deciso sin dalla scelta grafica. 

C’è voluto un lustro per dar seguito ad un album espiatorio – atto dovuto dopo Kingdom Of Conspiracy – come Atonement; per perfezionare, con sensibili variazioni, lo schema anulare accordo dissonante-strofa in progressione-assolo bruciante-ponte infernale-assolo bruciante-strofa in progressione-accordo dissonante; per redigere nuovi testi la cui sostanza non lasci dubbi su quanto quel liceo cattolico di Yonkers sia stato cruciale per comprendere in che modo la religione possa risvegliare il male sopito nel mondo – tant’è che l’Onnipotente è tornato lassù, nel titolo dell’undicesimo album. 

Immolation. Una coppia creativa inscindibile, una coerenza inattaccabile, una preparazione tecnica ineccepibile, praticamente nessun calo qualitativo in tre decenni di carriera, malgrado qualche accomodamento. Il loro stesso nome, solo in apparenza truce, rivela oggi la sua accezione primitiva, dall’etimo sorprendente: i quattro americani hanno divorato – come mola salsa – sacro death metal e se ne sono cosparsi, offrendosi in sacrificio alla causa solennemente purificati; hanno creato modelli di genere e forme d’arte estrema che sono divenuti tradizione, destinandoli, per il valore esemplare, al ricordo sempiterno dei posteri. Storia, insomma. 

Il nuovo capitolo prosegue sistematicamente l’opera di ristrutturazione della furia iconoclasta dei novanta – culminata nella pietra angolare Close To A World Below – intrapresa a partire da Majesty And Decay; la pece nera che aveva impaniato il trittico pre-Nuclear Blast Unholy Cult/Harnessing Ruin/Shadows In The Light si è dissolta, rendendo più fluide le transizioni fra le tipiche ripartenze e gli stacchi abissali, sempre solennemente melodici. Sebbene sia inevitabile lungo i tredici brani cogliere risonanze di un passato così evocativo, quando ciò avviene – non di rado, in effetti – il compiacimento prevale sul disinganno, e attesta una volta per tutte lo status di capiscuola: ogni reminiscenza racchiude un rudimento sul quale sono state innalzate intere discografie, in ossequiosa deferenza. 

Del resto Dolan e Vigna han superato i cinquanta, Shalaty il pestatore e Bouks il guastatore son lì lì, e in consolle c’è San Paul Orofino Martire, sguardo perso sui ponti corrosi da miasmi solforosi, lombi trafitti dagli stiletti roventi di Rob, timpani perforati dai grugniti “distintamente brutali” di Ross. E allora lodiamoli senza remore, questi signori, perché non fanno mosse col fine d’ingraziarsi nuovi adepti né d’accontentar seguaci né d’onorar contratti. Sono, semplicemente, un’istituzione. Adesso potete scegliere un brano a caso e ascoltarlo. È già un classico.  

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