SOUL CAGES – Soul Cages

Titolo: Soul Cages
Autore: Soul Cages
Nazione: Germania
Genere: Metal Progressivo
Anno: 1994
Etichetta: Massacre Records

Formazione:

Thorsten Staroske / Voce, Chitarre, Tastiere
Jörg Nitschke / Batteria
Knut Nitschke / Chitarre
Stephan Tigges / Basso, Cori
Beate Kuhbier / Cori
Patricia Trautmann / Cori


Tracce:
  1. The Narrow Path Of Truth (5:16)
  2. New Horizons (6:42)
  3. Reflections (6:13)
  4. Mindtrip (5:09)
  5. Actors Of No Return (6:56)
  6. Incommunicado (1:23)
  7. Soul Cages (6:56)
  8. Rainbow (1:18)

Voto del redattore HMW: 8,5/10
Voto dei lettori: 9.5/10
Please wait...

Visualizzazioni post:380

Il piacere della scoperta. L’emozione della prima volta. Sono esperienze per cui è lecito provare un’invidia sincera. Dopo anni di ascolti settoriali, sperimentare quel piacevole senso di spiazzamento emotivo diventa sempre più difficile, anzitutto per il fruitore di progressive, avvezzo a orientarsi in paesaggi sonori mutevoli dei quali riesce spesso a presumere confini e recessi.

All’avvio di “The Narrow Path Of Truth” è sorprendente constatare come le radiazioni luminose della supernova “Images And Words” non abbiano ancora raggiunto il cielo di Hemer, lasciando l’allora sestetto della Renania settentrionale libero di volgere lo sguardo verso un passato più edificante. Soul Cages è un album diverso, a dir poco originale, non raffrontabile con alcuna produzione coeva, nonostante sia possibile identificarne le fonti con relativa facilità per via della loro natura, fondamentalmente tradizionale; a fare la differenza sono l’eclettismo e la personalità con cui queste risorse vengono gestite. Ancor più se si pensa che di lì a poco (tra luglio e ottobre, siamo a febbraio 1994) vedranno la luce tre opere nodali nel processo di svecchiamento del genere come “Inside Out”, “Awake” e “Promised Land”, dalle quali scaturiranno nuove sottocorrenti e un profluvio di cloni senz’anima, ostili alle non-leggi che non-regolano il vero sentire progressivo.

Un sentire idillicamente espresso in questo debutto, in cui chitarre gemelle e trottate in doppia cassa sono i soli punti di contatto con il metal classico del decennio precedente, così come quel sinfonismo essenziale che non richiede strumentazione supplementare, ottenuto con la sovrapposizione delle melodie prodotte dalle sei corde e da misurati inserti di tastiera. Un blocco soltanto in apparenza regolare, nel quale fanno breccia le ritmiche non lineari di Jörg, in risalto nel mix rispetto ai riff di Knut e Thorsten, rocciosi come certo power ma assoggettati anch’essi allo strapotere del mèlos. Seppur tecnicamente articolati infatti, gli intrecci armonici hanno la funzione di incorniciare un allestimento melodico unico per sensibilità e intimismo, nel quale il cantato naïve dello stesso Thorsten – la sua inflessione sin troppo germanica potrebbe sconvolgere i puristi dell’ortoepia – funge da trasognato trait d’union, con il conforto delle voci eteree di Beate e Patricia a rendere concreta l’astrazione del concetto “art metal”.

Tempi in prevalenza medi, liriche introspettive mai banali, suoni schietti, viscerali; musica progressiva come flusso cangiante per colore e densità, un tourbillon di ariosi interludi acustici, delicati controcanti e nerbate metalliche inattese, che hanno l’effetto di ravvivare l’incarnato esangue del suddetto, basito fruitore; spendiamolo a ragion veduta l’attributo gemma perduta, il più degradato – per evidente abuso – in ambito critico musicale! V’invitiamo caldamente a raccogliere “Soul Cages” e ad ammirarne ogni lucente sfaccettatura, ricordandovi il valore della restante discografia del gruppo, riattivatosi nel 2013 dopo un lungo iato.

Il piacere della scoperta, l’emozione della prima volta… Che invidia.

 

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.